fondazione Mida

Mercoledì 11 Luglio 2012 09:17

Amarcord di un paio di terremoti

Il terremoto dell'Emilia, dopo un mese e mezzo, è già scomparso dalle pagine dei giornali. Un pò di attenzione durante gli Europei di calcio, quando i bimbi facevano domande a Buffon e ai calciatori della Nazionale ancora sudati nel dopopartita, un concertone con annesse polemiche e poco altro. Proponiamo una riflessione molto interessante di Giovanni Iozzoli, operaio di origine irpina trapiantato a Carpi da anni; l'articolo è uscito su Alias (inserto del Manifesto) sabato 16 giugno 2012.

 

 

Chi l’avrebbe detto che un terremoto di pianura, si sarebbe trascinato dietro così tanti disastri – e così tante suggestioni? Dappertutto, qui a Nord – la Bassa è il posto dove non succede mai niente. I capannoni sono bunker, fortilizi incrollabili, eroicamente in lotta contro la caduta tendenziale del saggio di profitto. Le campagne sono piatte e squadrate, come disegnate da un gigantesco ortolano maniaco della precisione. Niente mosche, niente cani, niente gente a ciondolare per strada. Anche le zanzare sono operose e ordinate.

Vai tu a pensare che un terremoto, il simbolo per eccellenza dell’anarchia della natura, mi arrivava proprio qua.

Ho 45 anni e ne ho già visto qualcuno, di sismi. E’ che nel mio immaginario il terremoto era sempre stato una roba euroasiatica – appenninica o caucasica… Il terremoto lo associavo ai tufi polverizzati trafitti da travi di legno nero, e ai vecchi secchi e scuri, con le coperte in testa, e ai maiali e ai somari liberi tra le macerie, e ai paesini nascosti tra le sottane di montagne ispide.

Già il terremoto di Haiti mi aveva disorientato. Le casette color pastello, sfarinate sotto il cielo tropicale, mi rimandavano un segnale inedito: si muore di terremoto anche in quelle latitudini, al ritmo della macumba più che dell’Ave Maria?

Poi questa botta modenese mi ha aperto definitivamente gli occhi. Le nostre carte sismiche sono patetici esorcismi. Non sappiamo niente della mala bestia che scava chilometri sotto terra e ogni tanto scrolla il corpaccione. La terra non chiede permesso a nessuno: la crosta, le viscere infuocate, quello che c’e’ sotto, sopra, dentro, è tutto roba sua e fa come gli pare. Se le ingenue illusioni illuministe hanno residuato ancora qualche aspettativa, niente come un terremoto ci ricolloca nella realtà. Possiamo ( e dobbiamo) scrivere nelle Costituzioni il diritto alla Felicità, ma la terra – rocciosa, argillosa, sabbiosa -, la dura terra, è l’unico materialismo possibile.

Suggestioni, dicevo. Una montagna di suggestioni, tipo: la strage operaia.

Il terremoto – didattico, paziente – si preoccupa di riflettere la realtà così com’è. E’ un terremoto ordinatamente di classe, che fa crepare i proletari mentre sono attaccati ai loro torni e ai loro banchi di lavoro. Certo, una morte operaia come la classifichiamo? Moderna, premoderna o è già post? Vai a spiegarlo ai Khaled o ai Salvatore, che sulla loro condizione non avevano mai filosofato: per loro l’ordine naturale, il loro giusto posto, era il capannone; e quindi il terremoto segue le gerarchie della vita e della Storia – non produce ingiustizia. Muoiono gli operai ma parlano e si rappresentano magnificamente gli imprenditori: un esercito di imprenditori, che sfila davanti a tutte le tv, invade onnivoro la scena; sembra un regno magico di soli imprenditori; la didascalia ti dice che è un imprenditore anche il coltivatore diretto con 40 maiali e la masseria sfregiata dal sisma. “Imprenditore” diventa una chiave di lettura esistenziale, più che una qualifica professionale. Gli operai spariscono, al riparo delle tende multietniche, nel silenzio, nella irrapresentabilità, quasi nella vergogna della loro condizione.

Straordinario l’esercito del Bene, che mette in mostra i suoi reparti migliori. Centinaia di volontari addestrati, attrezzati, fosforescenti, che arrivano in poche ore. Ci dice molto sulla dedizione dell’animo umano. Ma anche sul molto tempo libero di cui gode una fetta di popolazione delle società mature; e lo squilibrio storico delle proporzioni tra lavoro e non lavoro nel centro del capitalismo, ci rimanda all’irredimibile crisi fiscale dello Stato ( perchè un terremoto, letto in controluce, è quasi sempre un trattato di economia politica – altro che la sismologia e la geo-fisica…)

Ora, io mi ricordo che trent’anni fa, giù da noi, in Irpinia, la Protezione Civile non ce l’avevamo. C’era l’esercito di leva, i soldatini adolescenti, con le divise grigio verdi strette strette, i fazzoletti sulla bocca e le pale scheggiate. Fu sulla pelle dei nostri tremila morti, che nacque il progetto della Protezione Civile. Certo, nessuno ci recintò, nessuno si assunse la gestione “bio-politica” della nostra condizione; e anche l’esercito dei volontari arrivò fluente e disorganizzato – fiumane di giovani che venivano da Polisportive e sezioni di partito, parrocchie e comitati di lotta; c’era anche l’ultima schiuma preziosa del 77 – quella che non era in galera e non era (ancora) rifluita. Chi sono, invece, questi volontari tecnologici, che in 48 ore sbarcano e attrezzano mega campi? Li guardo ammirato, ma anche un po’ preoccupato, come assistendo all’emersione periodica di un esercito clandestino.

Nei primi giorni dopo la scossa, le pagine dei quotidiani locali erano pieni di scandalo e indignazione: pakistani, marocchini, tunisini, africani di ogni dove, secondo i pennivendoli, stavano provocando problemi nei campi; e la carne di maiale, le continue richieste, la mancanza di collaborazione: come se mettere insieme migliaia di attendati, quasi tutti poveri, di 10 etnie diverse, potesse essere una passeggiatina senza intoppi.

Poi all’improvviso i problemi sono scomparsi dalle pagine. Era solo un modo per attizzare un po’ d’odio anche dentro l’emergenza – una specie di riflesso condizionato dei gazzettini locali. Gli immigrati, dal canto loro, sono incazzati e preoccupati; non tollerano l’idea di morire in un paese che sentono estraneo. Hanno più paura e meno rassegnazione degli autoctoni – continuano a riempire le tendopoli improvvisate sorte nei parchi, persino nel capoluogo intatto. Lavorano per mangiare e pagare affitti: non gli sembra razionale rischiare anche la pelle.

Del resto me la ricordo bene, la finta indignazione civile e pelosa dei cronisti dell’Italia civile. In Irpinia 30 anni fa i pakistani non ce li avevamo; ma certe cose le scrivevano anche su di noi: eravamo selvatici, poco collaborativi, piagnoni e arraffoni. E lo credo bene, l’unica lezione di educazione civica che avevamo ricevuto era: prepara la valigia e vai in Svizzera o in Germania o dove cazzo ti pare. Oppure mettiti in fila, nelle code multiple e varibili delle grandi clientele organizzate, ad arraffare le ultime fiammate del keinesismo all’italiana – gli scampoli malati della Prima Repubblica. Che tempi, ragazzi. C’erano abbastanza soldi per comprarci tutti (e l’operazione riuscì su larga scala). Quando si chiede: – ma di chi fu la colpa delle malversazioni in Irpinia? – non è facilissimo rispondere. Quando si cementa un blocco sociale in cui i miserabili stanno stretti stretti insieme ai costruttori autoctoni e alle grandi famiglie del Nord, tutti abbracciati al grande tronco della rendita immobiliare – di chi è precisamente la colpa storica di quel grande fallimento, che è stata la ricostruzione in Irpinia? Una volta avremmo detto: delle classi dirigenti. Ma sotto le pietre irpine morì anche l’ultimo residuo del Meridionalismo, di cui non si sentirà più parlare. E allora tutti assolti e tutti colpevoli. Non c’era tempo per Giustino Fortunato e Gramsci, mentre la tavola era apparecchiata, e siedevano insieme Gavianei, Dorotei, Morotei, Cutoliani, anticutoliani e Senzaniani. Si sparava di brutto, ma si trattava anche, intorno a una torta che sembrava infinita. Il Sangue e la Trattativa sono i due ingredienti che santificano ogni grande vicenda italiana: più sangue scorre, più si sta trattando.

In quei mesi convulsi a cavallo tra l’80 e l’81 c’era da puntellare mezzo sud Italia. Si fa presto oggi a maledire il Debito Pubblico: ma senza quel fiume di denaro il Mezzogiorno sarebbe sprofondato nella guerra civile; avremmo solo anticipato il Kossovo di una ventina d’anni (ma con una più precisa direzione criminale dei processi, perché Napoli non è Pristina…)

Com’è diverso lo scenario, oggi. Non ci sono più soldi, nisba, finish. Già all’Aquila fu chiaro. Non si corre più il rischio di essere comprati da qualcuno. Nessuna Grande Trattativa si profila all’orizzonte – anche la rimozione delle macerie sarà a carico del destinatario.

Cavezzo è a 20-25 minuti da casa mia. Prendi la strada del Canaletto, fai un po’ di curve, passi S.Prospero e arrivi subito in mezzo all’epicentro. Non c’ero mai andato a Cavezzo, lo riconosco. Del resto cosa ci va a fare uno, a Cavezzo? Nella Bassa o ci vivi, o ci lavori – non sono posti da farci gite. I campanili e i palazzi dei vecchi signorotti, i cippi partigiani, nessun folclore locale che ti rimandi a Peppone e don Camlllo: bruttezza dei luoghi e operosità vanno sempre a braccetto. Anche S.Felice, anche Mirandola sono località bruttine. Oggi Napolitano è andato in quei posti e l’hanno pure fischiato, un oltraggio al rinomato civismo della zona. E anche a sentire stà notizia, si riattizzano i ricordi e il gioco impietoso delle differenze. Anche il vecchio Pertini si prese maleparole e insulti quando arrivò tra le macerie irpine…Pianse e passò alla storia per la sua sfuriata a reti unificate, trasmessa anche dalla compassata BBC. A quell’epoca Napolitano era il cinquantenne capo dei nascenti miglioristi e lavorava nell’ombra per segare la sedia a Berlinguer. Per che cosa passerà alla storia, Napolitano? Per il pareggio di bilancio inserito in Costituzione?

Ecco, se vuoi capire la differenza tra terremoti, non devi guardare l’ago del sismografo (è più forte questo o quello?). Devi guardare il contorno, gli interpreti secondari, il coro. Il terremoto in Irpinia fu raccontato da Moravia, Sciascia e Geno Pampaloni; i grandi scrittori si mettevano in macchina e e raccontavano la tragedia dell’arretratezza meridionale, a un Italia colta, attenta e popolare.

Il terremoto dell’Aquila, invece, è stato raccontato da Vespa.

E quello modenese passa prevalentemente nei TG – mediato da inviati minori. Una narrazione povera, piatta, la stessa retorica sulla sobrietà emiliana e “la voglia di ripartire”, cucinata e riscaldata ogni giorno. La lenta parabola verso il basso di un paese è ben rappresentata dalla caratura dei “narratori” ufficiali che dovrebbero immortalarne i momenti cruciali. Nell’epoca dell’intellettuale massa, non ci sono più gli intellettuali. Solo un democraticissimo cicaleccio orizzontale di gente che twitta a tutto spiano. Ma la trasformazione antropologica di un territorio, non te la raccontano i social network o “Youreport”.

Cosa cambia, da queste parti, in definitiva (perché un sisma è sempre uno spartiacque solenne)?

Se eri attento alla forza delle cose, potevi accorgerti che il terremoto era già cominciato da tempo, almeno 4/5 anni fa. Il terremoto era la crisi, serpeggiante, insistente, che rosicchia i bordi del tessuto urbano e produttivo, e punta dritto al centro, alla sua coesione, alla sua ragione sociale. Già ampiamente terremotato era il meccanismo d’integrazione sociale che non integra più niente; era già scardinata la tenuta produttiva dei Distretti e della piccola-media manifattura, che prima aveva flirtato con la globalizzazione e oggi ne viene travolta; già pesantemente lesionata era l’etica del lavoro, l’unica cinquantennale religione che aveva permeato queste laicissime terre. Il Modello Emiliano se ne stava già andando, languido, lento, come un meccanismo sbeccato che non gira più. Le botte continue di questi giorni accelerano i processi e sottraggono residue sicurezze a gente già perplessa e disorientata.

Le scosse ci mettono davanti alla realtà nuova.

Non era zona sismica, questa.

Non era terra di disoccupazione.

Eppure la liquefazione della Padania – quegli inquietanti soffioni di mota sabbiosa, che irrompono nelle tavernette e nelle cantine, e sommergono dispense stracolme e pavimenti in cotto – proiettano un presagio oscuro sul futuro di tutti.

Si stava bene, nella Bassa. Non succedeva mai niente.

Giovanni Iozzoli

Alias, Il Manifesto, 16 giugno 2012

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Dopo l'emergenza, che ancora non è finita, e in mezzo alle numerose scosse che interessano quotidianamente le zone terremotate dell'Emilia, c'è bisogno di pensare a come ripartire. Giuseppe Morrone, da Modena, ci parla di come la politica debba rendersi protagonista della rinascita, dando la priorità al lavoro e allo sviluppo, favorendo soprattutto la partecipazione dei cittadini e delle forze sociali diffuse.

 

Terremoto in Emilia Romagna: i compiti della politica tra emergenza e ricostruzione

Il terremoto che ha piegato ma non spezzato l'Emilia Romagna, sta mettendo a dura prova la vitalità di un territorio che, negli anni, ha dimostrato di essere all'avanguardia nella creazione di un ricchissimo tessuto di piccole e medie imprese e per gli elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile. Un tessuto industriale fatto di eccellenze e competenze diffuse e che, adesso, per ripartire ha bisogno delle fondamenta: risorse e spazi fisici, in primo luogo.

L'urgenza consiste, senza dubbio, nel dare un tetto ai cittadini delle zone più colpite dal sisma e da questo punto di vista le iniziative sorte per impegno dei gruppi di cittadinanza attiva - che stanno raccogliendo centinaia e centinaia di disponibilità di abitazioni sfitte o stanze inoccupate e offerte calmierate di camper e roulotte - si sposano alla perfezione con l'intenzione del Presidente della Regione Vasco Errani di puntare sul patrimonio abitativo inutilizzato per contrastare l’emergenza; una scelta giusta perché evita di rispondere ad un dramma con ulteriore consumo di suolo e soluzioni improvvisate, come accadde con le new towns abruzzesi, e permette quindi di dedicare tutte le risorse alla ricostruzione, mentre si restituisce un tetto a chi ne ha un bisogno immediato.

Ma non c'è soltanto questo aspetto.

In prospettiva, le maggiori preoccupazioni riguardano: la necessità di restituire dignità alle persone attraverso un lavoro sicuro, qualificato e stabile; la tutela dei cittadini dai tentativi di sciacallaggio che speculano su condizioni già drammatiche; l’intervento per scongiurare il disfacimento del tessuto produttivo e i rischi di delocalizzazione; una risposta rapida nella risoluzione dei problemi nei settori fondamentali della scuola e della sanità giacché molte strutture pubbliche risultano inagibili o deteriorate; la promozione di politiche industriali e sociali che rilancino, ripensino e finalizzino le produzioni; un rapporto equilibrato tra snellimento delle procedure e reintroduzione della logica del controllo pubblico nella definizione di norme per le costruzioni civili e industriali che siano adeguate al mutamento delle cartine sismiche nei nostri territori; il tornare a dare slancio e freschezza agli spazi ed ai significati della socialità e dell'interculturalità; il recupero possibile del patrimonio culturale ed artistico devastato perché storia, memoria, bellezza e cultura di una comunità non possono essere disperse.

Per mettere in campo le risposte adeguate, però, c'è bisogno di un largo processo partecipativo che affianchi le Istituzioni nelle scelte per convogliare le risorse - che giungono e giungeranno dai livelli nazionali e regionali - verso obiettivi condivisi e definiti; nonché di un'attenzione potenziata rispetto a possibili ed inquietanti presenze della criminalità organizzata nel percorso della ricostruzione. Il contributo delle forze sociali e politiche, dell’associazionismo e dei cittadini può essere decisivo e la scelta del decentramento - con il Presidente della Regione nominato commissario e i sindaci dei Comuni interessati dal sisma nominati vice-commissari - va in questa direzione.

Occorre, in sostanza, legare il progetto complessivo della ricostruzione al coinvolgimento diretto delle comunità interessate, ad esempio attraverso l’adozione della legge regionale 3/2010 sulla partecipazione fra gli strumenti da utilizzare, perché la qualificazione della democrazia come metodo inclusivo di governo è un fattore decisivo di garanzia di qualità della ricostruzione, all’opposto di recenti esperienze che hanno fatto dell’emergenza la condizione di sottrazione alle normali regole e controlli, con le conseguenze che tutti conosciamo.

Avrebbe senso, ancora, porsi la domanda su come impostare, nei contenuti, il percorso della ricostruzione.

Ovvero provare a riflettere, pubblicamente, sul nostro modello di sviluppo economico, ambientale e sociale. Dalla messa in sicurezza del territorio quale prima e indifferibile opera pubblica, al porre in discussione la priorità di certe opere infrastrutturali (si pensi, per i territori interessati, all'autostrada Cispadana); dalla promozione di stili di vita sobri e sostenibili, al come garantire piena ed effettiva sicurezza (fisica ed economica) per le persone che lavorano: perché non sono le esigenze del mercato, bensì la sicurezza a rappresentare la prima misura del lavoro.

 

 

Giuseppe Morrone (1984) è nato e cresciuto a Caggiano (Sa). Nel 2003 si è trasferito a Siena dove si è laureato in Scienze della Comunicazione. Dopo la laurea triennale si è trasferito a Modena e si è specializzato in Storia dei conflitti nel mondo contemporaneo, conseguendo la laurea magistrale nell'aprile del 2012 con una tesi sul nesso saperi-lavoro nel pensiero di Bruno Trentin. Ha scritto per il Corriere di Siena, Liberazione, Micromega e L'Unità.

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Il decreto n.59, in vigore dal 16 maggio scorso, cambia le regole di risarcimento in caso di calamità naturali e mette mano alle norme che regolano l'intervento in emergenza della Protezione Civile.

Giuseppe Ceglia, laureando in giornalismo economico, analizza per l'Osservatorio sul Doposisma il decreto e le possibili evoluzioni che derivano dalla sua entrata in vigore.

 

I danni provocati dalla spaventosa serie di eventi sismici che stanno interessando l’Emilia in questi giorni potrebbero essere gli ultimi che lo Stato dovrà risarcire ai cittadini. Questo perché il decreto legge n.59 relativo alla riforma della Protezione Civile – già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 16 maggio e entrato in vigore il giorno successivo – contiene una norma che potrebbe cambiare radicalmente il modo di affrontare le calamità naturali. “Potrebbe” perché prima di diventare operativa, dovrà essere disciplinata da un regolamento che sarà emanato entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto legge La norma, specificamente all’art. 2 comma 2, prevede che in caso di calamità naturali (terremoti, alluvioni, frane etc.) lo Stato non debba più intervenire economicamente, neanche parzialmente, alla ricostruzione e riparazione dei fabbricati danneggiati.

2. Con regolamento emanato entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, ai sensi dell'articolo  17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su  proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e il Ministro dell'economia e delle finanze,sentiti la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato,  le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e l'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private (ISVAP), che si esprimono entro trenta giorni, sono definiti modalita' e termini per l'attuazione del comma 1 senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, anche sulla base dei seguenti criteri:

a) estensione della copertura assicurativa del rischio calamita' naturali nelle polizze che garantiscono i fabbricati privati contro qualsiasi danno;

b) esclusione, anche parziale, dell'intervento statale per i danni subiti da fabbricati;

c) incentivazioni di natura fiscale, nel rispetto del principio dell'invarianza di gettito, tramite  regimi  agevolativi all'imposta sul premio di assicurazione ovvero la deducibilita', anche parziale, del  premio dalla base imponibile ai fini IRPEF e IRES dell'assicurato;

d) previsione di un regime transitorio, anche a fini sperimentali ovvero di prima applicazione.

 

I cittadini che vorranno vedere ricostruita la propria abitazione o la propria industria dovranno perciò fare da sé, stipulando preventivamente una polizza assicurativa (con detrazioni fiscali), come esplicitato nel primo comma dell’art.2

1. Al fine di consentire l'avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamita' naturali sui fabbricati, a qualunque uso  destinati, ed al fine di garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione di beni immobili privati destinati ad uso abitativo, danneggiati o distrutti da calamita' naturali, possono essere estese ai rischi derivanti da calamita' naturali le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di danno a fabbricati di proprieta' di privati.

Non è chiaro ancora se l’assicurazione dovrà essere di tipo volontario o obbligatorio. Nel primo caso, quello a cui si riferisce la legge, si creerebbero disparità tra chi abita in zone ad alto rischio sismico/idrogeologico e chi no, senza contare le ingenti cifre che richiederebbero le compagnie assicurative agli abitanti dei luoghi a rischio elevato. Nel secondo caso, quello meno improbabile, tutti i cittadini pagherebbero una cifra intorno al centinaio di euro.

Oltre a queste disposizioni, il decreto contiene anche un importante comma (art .1 comma1, lettera c, numero 2) che riduce la durata dello stato d’emergenza a 60 giorni, prorogabili in altri 40.

2) dopo il comma 1 e' inserito il seguente: "1-bis. La durata della dichiarazione dello stato di emergenza non puo', di regola, superare i sessanta giorniUno stato di emergenza gia' dichiarato, previa ulteriore  deliberazione del Consiglio dei Ministri, puo' essere prorogato ovvero rinnovato, di regola, per non piu' di quaranta giorni."

Questo significa che lo Stato si accollerà le spese per un massimo di cento giorni, dicendo definitivamente addio alle emergenze pluriennali del passato.

È evidente che il motivo per cui si è legiferato su un argomento così delicato è la scarsità di fondi nelle casse del Tesoro, ma è altrettanto evidente che dopo gli ultimi eventi sismici sarà davvero difficile far passare queste disposizioni così come pubblicate in Gazzetta Ufficiale. Soprattutto perché il regime transitorio a cui sarà sottoposta la norma potrebbe non renderla immediatamente operativa e allungarne parecchio i tempi di entrata in vigore.

Anche in futuro, perciò, è probabile che in caso di calamità il mezzo privilegiato per affrontare sia l’emergenza che la ricostruzione sarà l’aumento delle accise sui carburanti, che le Regioni ora possono alzare ulteriormente (sebbene sia caduto l’obbligo) a un massimo di 5 centesimi al litro:

9) il comma 5-quater e' sostituito dal seguente:"5-quater. A seguito della dichiarazione dello stato di emergenza, la Regione puo' elevare la misura dell'imposta regionale di cui all'articolo 17, comma 1, del decreto legislativo 21 dicembre 1990, n. 398, fino a un massimo di cinque centesimi per litro, ulteriori rispetto alla misura massima consentita."


Il caso emiliano, con l’istituzione di un’accisa di 2 centesimi per affrontare l’emergenza sismica, sembra apparentemente confermare questa ipotesi.

 

Il testo integrale del DL 15 maggio 2012, n.59

http://www.gazzettaufficiale.it/gunewsletter/dettaglio.jsp?service=1&datagu=2012-05-16&task=dettaglio&numgu=113&redaz=012G0081&tmstp=1337242292515

 

L'atto della Camera con la Relazione

http://static.ilsole24ore.com/DocStore/Professionisti/AltraDocumentazione/body/13200001-13300000/13282177.pdf

 

Articolo di approfondimento de Il Sole 24 ORE sull’argomento

http://www.diritto24.ilsole24ore.com/guidaAlDiritto/civile/civile/primiPiani/2012/05/protezione-civile-con-la-riforma-lo-stato-non-risarcira-piu-per-le-calamita-naturali.html

 

 

Giuseppe Ceglia (1987) è nato e cresciuto ad Avellino. Nel 2005 si è trasferito a Siena dove si è laureato in Scienze della Comunicazione. Dopo la laurea triennale si è trasferito a Roma per specializzarsi in giornalismo alla Sapienza Università di Roma. È laureando in giornalismo economico con una tesi dal titolo “IRPINIA ANNO ZERO: Come il terremoto del 1980 ha cambiato l’economia del territorio negli ultimi trent’anni” (relatore: prof. Stefano Lepri). Ha scritto per il Corriere di Siena e Termometro Politico. Attualmente collabora con il magazine webYouTrend.

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Le due scosse del 20 maggio e del 29 maggio, con epicentro nella zona tra le province di Bologna, Modena e Ferrara, hanno causato 23 morti (7 nella prima scossa alle 4 e 03 del 20 maggio, 16 nella scossa delle 9 del 29 maggio); i senzatetto sono circa 14mila, i feriti circa 350.

A caratterizzare fatalmente le morti per sisma, questa volta, è il crollo dei capannoni e la morte degli operai, alcuni dei quali extracomunitari da tempo in Italia. Grossi e significativi danni al patrimonio storico artistico diffuso del territorio colpito, più limitati i danni alle abitazioni private.

La quantità di approfondimenti, informazioni e canali di comunicazione è tale da poter aggiungere poco; si replica il triste scenario di ogni tragedia e emergenza, come a novembre con le alluvioni in Garfagnana, Lunigiana e a Genova, come la nevicata di febbraio 2012. Siamo molto capaci e efficaci nel portare soccorso, non abbiamo le stesse capacità o volontà di investire risorse e energie nella prevenzione, sia nei suoi aspetti materiali e strutturali, sia in quella culturale e didattica. E perdiamo la memoria dei fatti e degli insegnamenti del passato troppo rapidamente.

Di seguito alcuni links ad articoli sul terremoto.

Gian Antonio Stella, Le fatalità prevedibili

La memoria aiuta a prevenire i terremoti (intervista a Romano Camassi)

Il mio terremoto....Dietro la lavagna

Sergio Rizzo, Il nostro territorio ferito

Michele Serra, I contadini e gli operai della mia terra ferita

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Il cinema di Corleto Perticara chiuso dopo il terremoto e mai più riaperto. L’arrivo del petrolio e dei sogni di carta. Le occasioni mancate, e quelle inseguite a Marsico Nuovo e Latronico. Vado via, resto qui. L’ossessione di facebook e twitter come tic antipredessione, ma anche memoria delle tradizioni cucite addosso alla modernità come a Lagopesole: torniamo a fare i contadini, ma non da morti di fame.
Cos’è la Lucania, oggi. E cos’era ieri, all’indomani del terremoto del 1980. Ma soprattutto: cosa sognano per il futuro di questa terra i suoi giovani.

Cinquanta ragazzi, cinque istituti superiori, una sola terra.
E sono proprio i nipotini del sisma i protagonisti di un esperimento editoriale curato dall’Osservatorio permanente sul dopo sisma, diretto dal giornalista di Repubblica Antonello Caporale: raccontare la Lucania di oggi attraverso le suggestioni e gli occhi di chi, il terremoto, non l’ha mai vissuto. Hanno provato a farlo con un istant book, Lucantropi, e con un istant video girato con il videofonino, La Basilicata nel cellulare. Il sisma come occasione per rifarsi, per giocare senza azzardo l’ennesima partita al tavolo dello sviluppo.

«Sono racconti densi di sentimento, a volte di risentimento, ma gonfi di amore per la Lucania. È un libro vero, crudo, sincero – spiega Caporale – C’è la gioia e la noia nelle parole di questi ragazzi che provano a raccontare se stessi e la loro terra. Il presente e il futuro. Le nuove generazioni devono imparare a sognare restando qui.  Serve un fondo unico, una cassa comune, che garantisca e assecondi i loro talenti, i loro bisogni. Serve lo studio, l’applicazione quotidiana, la fatica. Servono i viaggi, l’apertura al mondo, le parole degli altri. Servono occhi curiosi, mani pronte, passo veloce. Serve imparare. Serve lavorare. Serve essere e mostrarsi liberi, come lo sono i protagonisti di questo libro e di questo piccolo film». 

L’inchiostro dell’istant book, curato da  Giuseppe Napoli, giornalista e responsabile del progetto editoriale, si mescola ai fotogrammi del documentario, a cura del filmaker Antonello Faretta e realizzato con i videofonini dai ragazzi delle scuole, accompagnando il lettore in un viaggio inedito nella Lucania di Levi e Sinisgalli, di Nitti e Scotellaro.

Un lavoro sperimentale al quale hanno collaborato Maria Rosaria D’Anzi e Stefano Ventura, entrambi ricercatori, e Manuela Cavalieri, giornalista, Adriana Bruno e Francesca Massa.
Il progetto, sostenuto dalla Regione Basilicata e dalla Fondazione MIdA, ha coinvolto gli studenti di cinque istituti superiori: “A. Einstein” di Corleto Perticara, “F. De Sarlo” di Latronico, “G. Peano” di Marsico Nuovo, “E. Fermi” di Pescopagano e “Leonardo Da Vinci” di Potenza.

La presentazione del libro e del film è in programma martedì 22, a Potenza. Ad dopo i saluti di Giovanni Robertella (Ufficio Cultura del Dipartimento Formazione, Lavoro, Cultura e Sport della Regione Basilicata), insieme a Vito De Filippo (Presidente Regione Basilicata), Fausto Taverniti (Direttore Rai Basilicata), Virgilio Gay (Direttore Fondazione MIdA), Antonello Caporale (Direttore Osservatorio sul dopo sisma), Pietro Simonetti (Coordinatore centro Lucani nel Mondo «Nino Calice»), Vincenzo Viti (Assessore alla Cultura Regione Basilicata).

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Il CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha approvato nella seduta del 23 marzo una serie di delibere per lo stanziamento di fondi destinati a vari interventi, che contemplano interventi per il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale, interventi infrastrutturali e politiche per il lavoro.

All’interno di questo pacchetto di misure si trova anche una voce per le ricostruzioni post-sismiche del territorio dell’Aquila, per le alluvioni in Liguria del novembre scorso e anche per il completamento della ricostruzione in Campania e Basilicata (terremoto del 1980). Per quest’ultima voce i fondi ammontano a 33,4 milioni di euro; di questo fondo andranno in Campania 23,4 milioni di euro, dei quali 9,7 per l'Irpinia, 6 per il Sannio, 5,8 per il Salernitano, 1,7 per la provincia di Caserta.

Era dal 2008 che non venivano stanziati fondi per il completamento della ricostruzione. Ora il Ministero per le Infrastrutture dovrà ripartire il fondo tra i comuni che ne hanno necessità per le opere da completare.

La delibera del CIPE permetterà, in un periodo di forte criticità per le casse pubbliche e per l’economia, in particolare al Sud, una piccola boccata d’ossigeno.

Gli amministratori dei comuni interessati hanno condotto, negli scorsi anni, una lunga trattativa affinchè il ministero delle Infrastrutture consentisse lo sblocco dei fondi e il completamento della ricostruzione.

LINKS:

http://denaro.it/blog/2012/03/23/autoimprendiorialita-e-occupazione-il-cipe-sblocca-65-milioni-di-euro-2/

http://www.irpinianews.it/Politica/news/?news=100010

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Dalloccupazione-alla-cultura-il-Cipe-da-il-via-libera-allo-stanziamento-dei-fondi_313122223129.html

http://www.salernonotizie.it/

Pubblicato in Campania - Basilicata

Si è svolta lunedì 20 febbraio ad Avellino la presentazione del rapporto 2011 dell’Osservatorio sul Doposisma, “La fabbrica del terremoto. Come i soldi affamano il Sud”.

Sono intervenuti al dibattito Gianni Marino (Archivio Storico CGIL Avellino), Stefano Ventura (Osservatorio sul Doposisma) Francescantonio D’Orilia (presidente Fondazione MIdA), Silvio Sarno, (presidente nazionale ATECAP), Marina Brancato, (ricercatrice), Silvia Curci (operaia dell’Irisbus), Franco Tavella (segretario regionale CGIL Campania). Ha moderato l’incontro Generoso Picone (Il Mattino).

Il convegno era intitolato: Fabbriche, sviluppo, aree interne. Come ricominciare” e ha destato molta attenzione nella stampa e negli addetti ai lavori. E’ stato riconosciuto all’Osservatorio un importante ruolo di analisi e di pro positività, così come la Fondazione MIdA ha potuto raccontare e far conoscere il proprio modello, che passa attraverso la condivisione e il “fare rete” a livello locale e nazionale, ma anche dalla valorizzazione delle ricchezze ambientali del territorio e delle energie professionali, con attenzione particolare a giovani, donne e ricerca.

In allegato la rassegna stampa e una riflessione sui temi del dibattito

links:

Corriere irpinia

Lunaset

Comunità provvisorie

Ottopagine

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Miriam Favale si è laureata nel novembre 2011 in Scienze della Formazione all'Università di Salerno con una tesi dal titolo: Terremoto del 1980: conseguenze post-traumatiche da stress (relatore il prof. Bruno Moroncini). Riportiamo qui l'abstract che Miriam Favale ci ha inviato e, in allegato, l'indice della sua tesi.

L'Osservatorio sul Doposisma riceve spesso segnalazioni di tesi di laurea, specializzazione, di studi e attività che hanno a che fare con i terremoti e i disastri in genere. Chiunque ne avesse voglia e piacere può inviarci del materiale; noi potremmo dedicargli un articolo, creando un piccolo spazio, una vetrina in cui esporre e parlare dei propri studi e interessi; è una forma di riconoscimento e di condivisione utile a creare dibattito e approfondimento. Potete contattarci a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .

 

MIRIAM FAVALE

 

Terremoti e conseguenze post-traumatiche da stress


In questo elaborato si intende affrontare un argomento particolarmente delicato e attuale, legato al complesso rapporto tra catastrofi naturali e loro conseguenze psicologiche, a breve, medio e lungo termine, su individui e collettività che li subiscono.

È ampiamente dimostrato dagli studi di settore, infatti, come le popolazioni colpite da eventi catastrofici debbano fronteggiare non solo i disagi materiali legati agli effetti distruttivi innescati dagli eventi stessi, ma anche, nel corso del tempo, i profondi traumi psichici derivanti dalla scomparsa dei precedenti punti di riferimento, di tipo affettivo e/o esistenziale.

La distruzione materiale di un paesaggio, intendendo il termine nel suo significato geografico e ‘psicologico’ più profondo, implica la scomparsa di un vero e proprio ‘micromondo’, dal punto di vista ambientale, culturale e percettivo. Le collettività colpite da un evento distruttivo, dunque, sono potenzialmente esposte a traumatiche trasformazioni del proprio stile di vita, con progressiva perdita di identità e valori nel corso del tempo.

Il terremoto che nel 1980 ha colpito la Campania e, in particolare, la sua subregione irpina, rappresenta in tal senso un esempio emblematico: per la sua particolare forza devastante, in un periodo storico contrassegnato dalla carenza di conoscenze in materia di strategie antisismiche e protezione civile, ha distrutto paesi e centri dell’Irpinia, sconvolgendo l’esistenza di intere famiglie, ma ha anche stravolto l’intima relazione tra un paesaggio e la sua collettività.

Il terremoto, in sé, d’altra parte, si configura come fenomeno particolarmente devastante, sia dal punto di vista materiale che immateriale. Basti considerare, a tal proposito, che la Terra, nell’immaginario collettivo, rappresenta quanto di più stabile e solido possa esserci, laddove le scosse telluriche ci ricordano con evidenza che così non è.

A partire dalla ricostruzione dei fatti riguardanti il terremoto del 1980, questo lavoro cercherà dunque di affrontare il problema della relazione tra catastrofi e coscienza collettiva di un territorio secondo due punti di vista, di tipo geografico e psicologico.

Secondo il primo punto di vista, si partirà dalla descrizione degli aspetti geografico-storici della subregione irpina, con particolare riguardo alle attuali conoscenze che i geologi hanno raggiunto sui terremoti e sul grado di sismicità di alcune aree geografiche della provincia.

A partire dal secondo punto di vista, si prenderà invece in esame il trauma psichico nella sua accezione generale, secondo le ricerche psicanalitiche di Sigmund Freud, Sandor Ferenczi e Otto Rank; in seguito l'attenzione si focalizzerà su alcune ricerche di psicologia clinica e sul cosiddetto ‘Disturbo Post-Traumatico da Stress’ che, secondo recenti studi, può insorgere nelle vittime di alluvioni e terremoti. Infine, si cercherà di mettere in risalto, con particolare attenzione, la sofferenza psicologica dei bambini vittime del disastroso terremoto irpino del 1980, testimoniata da alcuni disegni realizzati dagli stessi.

Nelle conclusioni, alla luce del caso trattato e della stretta relazione tra percezione del paesaggio e benessere psico-fisico degli individui, si evidenzierà l’importanza della pianificazione paesaggistica per la salvaguardia del territorio e delle identità geografico-culturali delle collettività che lo abitano.

È ormai noto come le modifiche paesaggistiche incidano profondamente sul senso di identità e appartenenza collettiva di una popolazione al proprio territorio.

In questo abstract, pertanto, si descriverà brevemente lo stile di vita degli abitanti dell’Alta Irpinia prima del terremoto del 1980 e si dimostreranno i cambiamenti repentini che le popolazioni hanno subìto nel post-sisma e i disagi che ancora oggi stanno vivendo.

In particolare, si punterà l’attenzione su tre paesi duramente colpiti da questo disastroso evento: Torella dei Lombardi, Conza della Campania e Bisaccia.

Si mostrerà, inoltre, come il sisma sia stato elaborato e assorbito dai bambini dei territori esaminati, attraverso l’analisi di alcuni loro disegni in tal senso emblematici.

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Il gatto di Van, anche detto Turco van, è una razza di grande taglia, generalmente dal mantello bianco, con la coda colorata di pelo rossiccio e macchie sul capo. Narra la leggenda che quando finì il diluvio universale, Noè non riusciva a controllare l’agitazione degli animali a bordo dell’arca, e due gatti riuscirono a scappare tuffandosi in acqua e nuotando verso la terraferma. I gatti di Van, infatti, sono abili nuotatori.

La città di Van, quindi, prima di ieri a ora di pranzo, era famosa soprattutto per essere la patria di origine di questi felini. Situata nell’area sudest della Turchia, vicino al confine con l’Iran e l’Armenia, questa zona è altamente problematica dal punto di vista geopolitico, perché vicina al teatro delle lotte di rivendicazione del popolo curdo contro il governo turco. Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre, infatti, sono stati uccisi 21 soldati dell’esercito turco come ritorsione per la cattura di diversi attivisti del PKK (il partito indipendentista curdo) e dei bombardamenti nell’area e nel nord dell’Iraq.

Il terremoto, di magnitudo 7.2 Richter, si è verificato ieri, 23 ottobre, alle 13 e 41 locali, con una forte replica (5,6 Richter) dopo circa quindici minuti. Al momento le notizie che giungono dall’area parlano di 270 morti, bilancio che è purtroppo destinato a salire.

Intanto le scosse di assestamento non si placano, rendendo più complicate le operazioni di soccorso ai terremotati. Nella città di Van risiedeva anche una famiglia italiana, originaria della Toscana, che viveva lì da tempo e aveva una piccola attività artigianale; si sono prontamente messi in salvo al momento della scossa.

Tra le tristi analogie, c’è da segnalare il crollo di un ostello destinato ad ospitare studenti universitari nella città di Ercis, come avvenne a L’Aquila nel 2009. Anche il premier turco Erdogan si è recato nell’area per visitare le città colpite, rifiutando tuttavia l’aiuto offerto da molti paesi stranieri, tra cui anche Israele.

Nel 1999 un altro forte terremoto colpì l’area nord ovest del Paese, nei pressi del Mar di Marmara, causando tra i 17mila e i 18mila morti. La penisola anatolica è infatti un’area ad altissimo pericolo sismico per la presenza di numerose faglie.

Di recente è stato pubblicato uno studio, a cura dell’Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena, in cui vengono illustrate in prospettiva comparata le conseguenze dei disastri sotto il profilo macroeconomico in diverse aree del mondo. Lo studio, intitolato “Una scossa al sistema. Come ricominciare”, dimostra come un disastro ha effetti piuttosto simili sulle economie nel breve periodo, ma a fare la differenza sono, nel medio e lungo termine, i precedenti livelli di prodotto interno lordo pro capite e la presenza di istituzioni pubbliche efficienti e non corrotte. Lo studio è stato pubblicato nel rapporto “La fabbrica del terremoto”, a cura dell’Osservatorio Permanente sul Doposisma.

 

(originariamente pubblicato qui)

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E' Gianluigi Scimia (nome d'arte Spinella) il vincitore "La satira investe nella ricostruzione" , mostra- concorso lanciata dall'Osservatorio permanente sul doposisma e dalla Fondazione MidA per il festival "FIL- Felicità interna lorda. Il sentimento dei luoghi". L'esposizione raccogliere le opere di ventisei vignettisti ed è visitabile fino al 30 novembre presso il Palazzo dello Jesus ad Auletta (Salerno). L'opera vincitrice di un premio di mille euro si intitola "Gli strumenti della ricostruzione". Scimia è nato e vive a L'Aquila.

Gli orari di apertura della mostra sono:

Mercoledì ore 10.00 - 13.00

Venerdì   ore 10.00 - 13.00

Sabato ore 10.00 - 13.00

Domenica  18.30 - 20.30

Per informazioni: 0975/397037


Il video della premiazione http://vimeo.com/28199733


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Il Filo della Memoria:racconti, storie e testimonianze

FIL - Il sentimento dei luoghi

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