fondazione Mida

Il 21 dicembre 2013 il deputato Famiglietti ha richiesto l'impegno del Governo, nell'ambito della legge di Stabilità 2014, a sbloccare i fondi giacenti da diverso tempo destinati al completamento della ricostruzione. Di seguito il testo completo dell'Ordine del giorno:

 

"La Camera, premesso che: sono trascorsi ben 33 anni dal terribile terremoto che il 23 novembre 1980 devastò Irpinia e Basilicata; sulla base dei riparti ex lege 219/81 stratificati nel corso degli anni risultano non ancora liquidato ai comuni il 30 per cento delle risorse stanziate con Delibera CIPE n.37/2006; per gli anni successivi non è stato assegnato un solo euro per il completamento definitivo della ricostruzione; i 225 milioni assegnati e non ancora liquidati a cui si dovrebbero aggiungere altri 300 milioni di euro derivanti dai mutui accesi mediante le finanziarie dei Governi Prodi sarebbero fondamentali per la chiusura della fase di ricostruzione; queste risorse, già presenti nel bilancio dello Stato e bloccate da farraginose procedure burocratiche più volte denunciate dagli amministratori locali, consentirebbero l'apertura di cantieri e una boccata d'ossigeno per l'intero settore edile, uno dei settori chiave dell'economia locale che negli ultimi anni ha visto crollare il numero di imprese e lavoratori; sarebbero risorse fondamentali soprattutto in presenza del patto di stabilità,

impegna il Governo

a sbloccare entro 60 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della presente legge, d'intesa con le amministrazioni interessate, le risorse giacenti ex lege 219/81 finalizzate alla ricostruzione post sisma dei comuni irpini e lucani.

9/1865-A/94.

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Vogliamo viaggiare, non emigrare. Le cooperative femminili dopo il terremoto del 1980

di Stefano Ventura

Edizioni Officina Solidale ONLUS

Prefazione di Luisa Morgantini

 

“Vogliamo viaggiare, non emigrare” era lo slogan stampato su uno striscione che le ragazze della cooperativa  “La Metà del Cielo”, di Teora, portavano a varie manifestazioni e eventi subito dopo il terremoto del 1980. Lo slogan era ispirato da un film di Troisi, uscito proprio in quel periodo, “Ricomincio da tre”. Nel film il protagonista, Gaetano, si allontanava da Napoli per fare nuove esperienze e ogni volta che qualcuno, saputo che veniva dal Sud,  gli chiedeva se fosse emigrante, lui risponde seccamente di no, di voler semplicemente viaggiare.

Il libro di Stefano Ventura nasce da una borsa di ricerca sui temi della cooperazione sociale promossa dalla Fondazione di Comunità Officina Solidale. La ricerca ha indagato sei cooperative femminili nate dopo il terremoto del 1980 nell’area terremotata, tra Irpinia e Basilicata, e attraverso la raccolta di interviste e testimonianze, ha raccontato le storie e le esperienze delle socie di quelle cooperative.

Lo strumento della cooperazione, spesso introdotto nei paesi terremotati grazie ad alcuni promotori sociali e volontari,  rappresentò un tentativo di organizzare le giovani e i giovani dei paesi terremotati per creare delle prospettive lavorative condividendo il rischio d’ impresa.

Nel libro si affronta, in maniera sintetica, anche il lungo cammino della cooperazione nazionale e internazionale, fino ad arrivare ai problemi attuali della cooperazione sociale; inoltre, si parla anche dei problemi che le donne affrontano nel mondo del lavoro.

Dalle parole delle dirette protagoniste emerge una narrazione diversa e poco nota della ricostruzione in Irpinia e Basilicata dopo il 1980, ben lontana da quella legata agli scandali e agli sprechi e più vicina all’esperienza di vita vissuta di persone comuni che tentarono, però, di organizzarsi per progettare il proprio futuro. Il messaggio che emerge è che dai periodi di estrema difficoltà, come un doposisma, possono emergere idee e stimoli positivi. E’ il primo lavoro che la Fondazione Officina Solidale promuove come casa editrice.

Il libro sarà presentato a Teora (ore 17, Teatro Europa) con la partecipazione di Rosanna Repole (presidente di Officina Solidale),  Pasquale Cascio (vescovo diocesi di S. Angelo), il sindaco di Teora, Stefano Farina, la consigliera di parità Mimma Lomazzo,  Vito Farese (presidente del Consorzio Servizi Sociali Alta Irpinia), Rosetta D'Amelio (consigliere Regione Campania), Giuliana Donatiello (presidente Associazione Te ieri, Te ora, Te sempre). Concluderà Luisa Morgantini (già vicepresidente del Parlamento Europeo) e modererà Maria Stanco (Presidio del Libro Alta Irpinia).

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Giovedì 20 Dicembre 2012 18:49

Emilia: Il male oscuro dopo il terremoto

Il male oscuro dopo il terremoto

di Michele Brambilla

Da "La Stampa" del 20 dicembre 2012

 

Chi, uscendo dall’autostrada a Modena, salisse su nella Bassa fino a Mirandola, passando per Carpi Medolla e Cavezzo, e magari deviando anche verso Finale San Felice e Rovereto sul Secchia, non avrebbe l’impressione di attraversare una terra che, se non la fine del mondo, la fine di un mondo l’ha già vissuta, e solo sette mesi fa.

Non si vedono – se non di rado: e si tratta di vecchie cascine sparse qua e là. Oppure di antiche chiese – non si vedono più, dicevamo, case distrutte; né tendopoli, baracche, container. Certo alcuni segni del Mostro si scorgono ancora: in qualche strada, in uno spazio aperto, dietro le transenne che cintano pezzi di centri storici. Ma l’impressione è che non solo il peggio sia passato, ma anche che la vita sia ripresa come in quel bel tempo recente, quando questa piccola fetta di Emilia produceva, da sola, il due per cento del Pil nazionale. Eppure il Mostro si agita ancora. È invisibile, perché si manifesta nella sua forma più subdola: la paura. Ma si agita e uccide. Tre settimane fa, a Mirandola, c’è stata una tavola rotonda sulla ricostruzione e alla fine il sindaco, Maino Benatti, ha detto che purtroppo anche quella giornata era stata funesta, perché s’era avuta notizia di un suicidio. Di un altro, di un nuovo suicidio.

Quanta gente s’è tolta e ancora si toglie la vita, per colpa di quei maledetti 20 e 29 maggio scorsi? «Non ho cifre sicure, ma io ne ho sentiti cinque, negli ultimi due mesi, solo qui», mi dice Benatti nella scuola che ospita provvisoriamente la sede del Comune, in una strada intitolata a Dorando Pietri, un altro emiliano di tenacia e sfortuna. «Non lo so», continua il sindaco, «se sono più del solito. Certo adesso ci si fa più caso». Ed è certo anche che il terremoto ha aumentato il male di vivere. «Non ci sono ancora statistiche comparate con gli anni passati. Ma di sicuro un rischio di maggiori comportamenti autolesivi c’è», spiega il dottor Fabrizio Starace, responsabile del dipartimento di salute mentale dell’Ausl di Modena. «È aumentato, ad esempio, il consumo di alcolici… E abbiamo molte diagnosi di stati ansiosi e depressivi ». Come combattere questo nemico che ama agire di nascosto? «Abbiamo allertato i medici di base: state attenti a cogliere i primi segni di malessere. L’abbiamo detto anche ai professori nelle scuole: occhio ai ragazzi, soprattutto a quelli che hanno cambiato comportamento dopo il sisma.

I prof, appena hanno un segnale, ci avvertono. Ma è dura, perché anche i prof sono vittime del terremoto. Anche loro si svegliano di notte e pensano: non succederà ancora? ». A Medolla, in piazza Donatori di sangue, c’è un piccolo container. È l’ambulatorio del dottor Nunzio Borelli, uno dei quattro medici del paese, mille e quattrocento pazienti a carico. Nei nove comuni del cratere, i medici di base sono 67: il 60 per cento è ancora in container. Borelli, che è anche un rappresentante sindacale della categoria, ha appena partecipato, a Carpi, a un incontro di aggiornamento professionale con uno psichiatra: «Ci ha riportato un dato ormai consolidato dalla letteratura mondiale: dove c’è stato un terremoto, nel primo anno i suicidi aumentano del 63 per cento. Dopo cinquant’anni, la gente del posto ha ancora paura. Io ho quattro figli, la più piccola ha diciotto anni, l’altro giorno ho pensato: a 68 anni Benedetta avrà ancora paura. Ormai il terremoto è entrato nel nostro Dna». Gli chiedo in quanti suicidi s’è già imbattuto. Dice che bisogna stare attenti a diffondere dati, c’è il rischio emulazione, «e comunque sono, nei nove comuni del cratere, una decina negli ultimi due-tre mesi». Altri dati sono comunque inconfutabili: «Noi 67 medici di famiglia di quest’area vediamo quattromila pazienti al giorno. Un terzo è per patologie di tipo psicologico. Guardo le ricette: c’è un più trenta per cento di benzodiazepine e antidepressivi ». Dice che le situazioni più a rischio riguardano persone che mai, prima, avevano sofferto di disturbi del genere: «Il 66 per cento di quelli che stanno male adesso appartiene a quella categoria lì: nessun problema prima del terremoto», dice Borelli.

Ma non sono forse, gli emiliani, gente forte? Ho in mente la prima immagine che mi si presentò il 29 maggio a Rovereto sul Secchia. Era l’ora di pranzo e pochi minuti prima c’erano state tre scosse tremende: magnitudo 5,4; 4,9 e 5,2. Avevo davanti il signor Gino, un uomo grande e grosso che alle 9 del mattino, durante la prima scossa di quel giorno, aveva tirato fuori dalle macerie della chiesa il parroco, che gli era poi morto fra le braccia. Mentre mi raccontava l’accaduto, il signor Gino mescolava un enorme pentolone di pastasciutta per dar da mangiare alla gente in piazza. Mi sembrò l’immagine dell’Emilia che riparte subito. «Sono quelle che chiamiamo “reazioni eroiche”», mi spiega il dottor Starace.

«Quelli che l’hanno avuta, però, a volte hanno un calo nei mesi seguenti. È come se si dicessero: ora mi concedo anch’io il diritto di star male». Si soffre e si muore ancora, insomma, in Emilia, di terremoto. «Il 90 per cento delle attività produttive è ripartito, non c’è più quasi nessuno senza casa, anche il problema delle tasse è stato risolto con dilazioni e rateizzazioni. Dei 12 miliardi di euro di aiuti che dovevano arrivare, 9 sono già arrivati. Il disagio dunque non è legato a danni economici e materiali», dice il sindaco di Mirandola, Benatti: «È che abbiamo vissuto qualcosa più grande di noi». Ed è che l’uomo non è fatto di sola materia, e nell’animo si è aperta una ferita che lascerà sempre, almeno, una cicatrice.

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Gli anniversari vanno sempre rispettati, specie se per molte comunità e per molte persone sono momenti in cui si corre con la mente a un evento luttuoso e tragico, il terremoto del 23 novembre 1980.

Le date da ricordare sono utili anche a guardare indietro e rendersi conto del cammino fatto, ma anche a fare una pausa per capire se il presente è realmente quello che ci aspettavamo e quale prospettiva di futuro si delinea all’ orizzonte.

Per i 36 comuni nei quali i danni furono disastrosi, e dove morirono circa tremila persone, il 23 novembre è ancora una ferita aperta, e 32 anni non sono bastati a ricucirla e a lenire il dolore.

Per l’Italia delle polemiche e dell’opinione pubblica alimentata a dovere dai media il terremoto dell’Irpinia significa ancora oggi scandalo, enorme spreco di denaro, ruberie e quei centesimi che ancora vengono pagati sull’ accisa sulla benzina.

E’ quello che è stato ricordato qualche mese fa in qualche servizio televisivo e giornalistico, quando il CIPE ha ripartito tra i comuni terremotati 33,4  milioni di euro per il completamento di opere e progetti collegati alla ricostruzione in Campania e Basilicata. Questi erano fondi decisi dalla finanziaria del 2007 e nel 2010 era stato formalizzato il decreto ministeriale, ma ancora non erano stati ripartiti tra i comuni per la realizzazione delle opere.

Alla notizia, su molti siti e su qualche giornale sono uscite parole di condanna e sdegno per l’ennesimo scandalo targato Irpinia, e ancor di più le polemiche si sono fatte sentire dopo il terremoto in Emilia, soprattutto per iniziativa della Lega Nord.

Sicuramente  tutto il capitolo di spesa direttamente o indirettamente al terremoto e alla ricostruzione ha rappresentato una pagina difficilmente ripetibile per la quantità di denaro impiegata (più di 32 miliardi di euro) e per i tempi nei quali la ricostruzione è avvenuta.

Ma la memoria pubblica deve anche contemplare quei tremila morti dei paesi dell’Appennino, che abitavano in piccoli centri inadatti a sopportare una scossa così violenta (6.9 scala Richter) e che, per di più, dovettero aspettare tantissime ore prima di veder arrivare i soccorsi.

Una novità che si può cogliere, quando si parla di rischio sismico o dissesto idrogeologico, è il fatto che si sta parlando sempre più diffusamente di prevenzione, di piani complessivi per evitare che la prossima catastrofe ponga in pericolo l’incolumità di chi vive in territori a rischio.  Si vedrà se alle buone intenzioni seguiranno azioni concrete, investimenti e progetti.

I dati dicono che il 36% dei comuni italiani è a rischio sismico e il 58% della superficie del paese è a rischio frana o alluvione. Dal 1944 al 2012, si è speso circa 3,5 miliardi di euro di media annua per i danni provocati da terremoti, alluvioni e frane ( sono i dati del rapporto ANCE sullo Stato del territorio italiano).

Nell’ultimo anno, dall’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e la Lunigiana qualche giorno prima, fino alla sentenza sulla commissione Grandi Rischi a l’Aquila, passando per il terremoto in Emilia e a quello del 26 ottobre scorso sul Pollino, il problema di come fronteggiare e, se possibile, evitare i pericoli derivanti dai disastri è diventato di attualità e fatto comprendere che sono diversi i nodi da sciogliere.

Ad esempio, i comuni devono predisporre i piani di protezione civile, divulgarli, fare esercitazioni e lavorare affinchè funzionino. Quanti sono i comuni italiani che su questo aspetto sono pienamente in regola?

L’anniversario del 23 novembre 1980 serve a discutere, ancora una volta, di prevenzione, di azione comune tra chi opera per quella che una volta si chiamava “pubblica incolumità” e oggi protezione civile.

 

Stefano Ventura

Pubblicato in Campania - Basilicata
Domenica 28 Ottobre 2012 13:55

Il terremoto del Pollino del 26 ottobre

All’ 1 e 05 del 26 ottobre la terra ha tremato con un sussulto piuttosto forte (magnitudo 5.0), nella zona del massiccio del Pollino al confine tra Basilicata e Calabria. I comuni più vicini all’epicentro sono stati Mormanno (Cosenza) e Rotonda (Potenza). Una persona di 84 anni ha perso la vita a Scalea, colpito da infarto. Lo sciame sismico che interessa l’area del Pollino è ormai presente da molti mesi e con diverse sequenze; a maggio 2012 si sono verificate le scosse più significative, che avevano raggiunto il grado 4.3 della scala Richter.

A Mormanno sono iniziati subito i sopralluoghi per verificare la sicurezza degli edifici; una ventina di edifici sono stati dichiarati inagibili, ma molte famiglie non hanno fatto rientro nelle proprie abitazioni per paura di altre scosse. L’ospedale di Mormanno, che ospitava 36 degenti, è stato evacuato subito dopo la scossa per le crepe che sono state riscontrate nei muri dell’edificio.

Esperti e responsabili della Protezione civile si sono espressi con cautela sul rischio di possibili nuove scosse, anche di maggiore entità; l’energia messasi in atto nello scontro tra diverse placche può infatti essere solo una delle manifestazioni dello sciame, che non si arresta, oppure il liberarsi progressivo di energia che prelude a un attenuamento delle scosse (1).

Lo scorso 4 ottobre la commissione Grandi Rischi aveva licenziato un documento sullo sciame sismico in atto e aveva tenuto uno scambio di pareri con il capo dipartimento della Protezione Civile, Gabrielli (tra gli allegati è disponibile il verbale).

Anche la comunità scientifica, e l’INGV in particolare, aveva da tempo inviati suoi geologi per studiare le caratteristiche dello sciame, anche perché sull’area non sono disponibili dati esaustivi, sui fenomeni sismici del passato (2).

Dal punto di vista della comunicazione e della prevenzione erano stati effettuati nell’area numerosi interventi di informazione alla cittadinanza sul comportamento da tenere in caso di terremoto, non ultima la giornata nazionale “Terremoto, io non rischio” che aveva visto la presenza a Rotonda proprio di Gabrielli.

In questa situazione di allerta è intervenuta la sentenza dell’Aquila, che ha ritenuto la commissione Grandi rischi colpevole per le rassicurazioni alla popolazione prima del terremoto, provocando le dimissioni in massa dei suoi componenti e creando polemiche che hanno raggiunto le pagine dei giornali internazionali e animato le discussioni della comunità scientifica.

Di certo, in presenza di uno sciame così prolungato e in un’area che si conosce come ad alto rischio sismico, le contromisure in termini di esercitazioni e confronto capillare con la popolazione può aiutare molto a mitigare gli effetti di un evento sismico.  Ma, ancora una volta, è la qualità degli edifici, la corretta interpretazione delle leggi più recenti in termini di antisismicità, l’adeguamento del patrimonio storico più datato che fa la differenza. I paesini del Pollino sono centri montani anche logisticamente scomodi, di solito racchiusi su cocuzzoli e con centri storici di abitazioni molto vicine tra loro. Già il 9 settembre 1998 ci fu una scossa molto forte (magnitudo 5.5) che causò danni e interessò la stessa zona, causando un morto a Maratea per il crollo di un costone di roccia.

Nei mesi scorsi alcune inchieste giornalistiche, tra le quali quella di RAINEWS 24 e di Presa Diretta, denunciavano le norme in materia di certificazione antisismica della regione Calabria. Dal 1994 è vigente una norma che non prevede controlli preventivi sui progetti ma solo un controllo a campione del Genio civile su una percentuale inferiore al 5% delle costruzioni, come denunciato dal geologo Carlo Tansi del CNR.

Solo nel luglio 2012 la norma antisismica è stata adeguata, ma la quantità di manufatti costruiti e la presenza pervasiva dell’abusivismo rendono davvero preoccupante il dato sull’antisismicità del patrimonio edilizio calabrese.

Il nostro Osservatorio ha condotto in Basilicata un progetto con gli studenti di cinque istituti superiori, che ha prodotto il libro Lucantropi e il film “La Basilicata nel cellulare. Memorie dal terremoto e sogni di petrolio”; proprio la memoria del terremoto è stato il punto di partenza per raccontare un territorio, per far esercitare i diciassettenni con la presenza di un ospite indesiderato, con un fenomeno che loro hanno conosciuto più attraverso le polemiche sugli sprechi e sulle inefficienze, come nel caso del terremoto del 1980, più che come evento fisico.

La Regione Basilicata ha promosso un concorso per studenti per documentare il tema della prevenzione e della conoscenza dei terremoti.

E’ importante un lavoro complesso e armonioso di raccolta di memoria, di tessitura, di conoscenza delle comunità e di dialogo e interazione continua perché permette a chi di dovere (Protezione civile, istituzioni e forze di governo) di adeguare i suoi strumenti per meglio intervenire in caso di calamità.

E’ questo il migliore antidoto al prevalere di cricche e gestioni criminogene in situazioni di emergenza e di straordinarietà vera o presunta. Quindi, oltre ai geologi che studiano le faglie, gli ingegneri che devono costruire e adeguare gli edifici, oltre ai professionisti dell’intervento in emergenza serve anche la conoscenza e l’approccio sociale, antropologico e storico.

Le associazioni di volontariato, professionisti e esperti lavorano quotidianamente per tenere informata correttamente la popolazione e per risolvere i problemi legati alla prevenzione.

Questo è il lavoro che serve in questi momenti, così come servirebbe un concreto investimento per avere edifici sicuri, un piano nazionale che parta dall’ alto e che venga però sostenuto anche dalla sensibilità comune dei cittadini. Abbiamo modelli validi da seguire a livello internazionale, il Giappone, la California, ma anche il Cile. Più e più volte è stato scritto che la prevenzione conviene, perché evita costose ricostruzioni dopo le scosse, ma soprattutto scongiura perdite umane che possono essere evitate.

(1) L'intervista a Gianluca Valensise, direttore di ricerca INGV http://www.ansa.it/scienza/notizie/rubriche/terrapoli/2012/10/27/Pollino-zona-alta-pericolosita_7700323.html

(2) Intervista a Marco Mucciarelli, Università della Basilicata, http://www.meteoweb.eu/2012/10/terremoto-pollino-mucciarelli-lo-sciame-sismico-si-sta-intensificando-scosse-sempre-piu-forti-e-frequenti/158721/

Per saperne di più:

Gli aggiornamenti e i comunicati sul sisma (Regione Basilicata)

La pagina del'INGV sul fenomeno sismico

Il blog di Marco Mucciarelli (Università Basilicata e direttore del Centro ricerche sismologiche di Trieste)

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Il blog Lavoro Culturale aveva dedicato qualche mese fa una serie di interventi al terremoto dell'Aquila, coinvolgendo diversi studiosi, giovani dottorandi e ricercatori, giornalisti. Il lavoro prodotto è stato poi raccolto in "Sismografie. Tornare all'Aquila mille giorni dopo il sisma".

Oggi si riparte con una nuova serie di interventi sul terremoto in Emilia.

Qui potete leggere la premessa degli autori di Sismografie, nonchè curatori del blog:

Sismografie, riprendere il filo del discorso (F. Carnelli, O. Paris, F. Tommasi)

Qui riportiamo un intervento che pone alcuni punti di discussione su questi primi mesi di questo doposisma.

Il terremoto degli operai e la sfida della prevenzione

Stefano Ventura

Le scosse che hanno interessato l’Emilia Romagna e parte della Lombardia e del Veneto a partire dal 20 maggio scorso hanno provocato sette vittime il 20 maggio (ore 4 e04, magnitudo 5.9 ), e venti vittime il 29 maggio (ore 9, magnitudo 5.8). Un’altra scossa di forte entità (5.2 scala Richter) è stata registrata il 3 giugno (ore 21 e 20), e lo sciame sismico ha tenuto in allarme le aree e le popolazioni terremotate per diversi giorni e con moltissime scosse di minore magnitudo.

I comuni più colpiti sono stati San Felice sul Panaro, Mirandola, Finale Emilia, Cavezzo e Novi. Sono state allestite dalla Protezione civile ventotto aree per la prima sistemazione dei circa 15 mila sfollati, gestite dalle forze del volontariato. In Emilia-Romagna al 25 settembre sono 4.412 le persone assistite. Tra questi, 2.897 sono ospitati nelle aree di accoglienza, 88 nelle strutture al coperto e 1.427 in strutture alberghiere.[1] Mancano, accanto a questi numeri, le cifre delle autonome sistemazioni, cioè tutte quelle famiglie e persone che hanno trovato ospitalità a casa di parenti e amici e per i quali è previsto un contributo basato sul numero di componenti del nucleo familiare.

La situazione degli edifici pubblici ha rappresentato sin da subito un punto critico; per quanto riguarda, ad esempio, le scuole, il 17 settembre hanno riaperto, ma 471 edifici avevano subito danni e circa 70 mila studenti hanno dovuto ricominciare in situazioni provvisorie, in tensostrutture o in strutture prefabbricate, altre volte raggiungendo plessi scolastici di zone vicine o altre ancora ospitati in alberghi, palestre e altri spazi adattati alle necessità.

L’altra situazione d’urgenza riguarda le aziende e l’apparato produttivo, che in quest’area trova un concentramento di importanti realtà, ad esempio nel settore biomedicale e nella produzione alimentare. Molte aziende che hanno subìto il crollo dei capannoni hanno trovato ospitalità nelle fabbriche dell’area vicina o hanno condiviso gli spazi dei capannoni rimasti agibili.

Questo terremoto sarà quindi consegnato al purtroppo ricco elenco di disastri che hanno tormentato l’Italia come “il terremoto degli operai” e dei capannoni crollati, così come il terremoto di San Giuliano di Puglia e del Molise, che sta per compiere dieci anni (31 ottobre 2002) è quello dei bambini morti nel crollo della scuola, così come il terremoto dell’Aquila ha assunto come simbolico apice di sventura il crollo della Casa dello Studente di via XX settembre.

Ognuno di questi disastri, e nello specifico i terremoti, ha trovato risposte diverse non tanto nell’organizzazione e nella prontezza dei soccorsi, quanto nell’architettura istituzionale e di governo della gestione dell’emergenza e ancor di più nell’avvio della fase di ricostruzione. In 15 anni, dal terremoto dell’Umbria e delle Marche ad oggi, tutti gli eventi principali hanno avuto storia a sé, sono stati caratterizzati da filosofie di intervento proprie, da un equilibrio di volta in volta diverso tra le principali forze in campo, cioè comunità e istituzioni locali, Regioni, Protezione Civile e Governi nazionali. Nel primo caso (Umbria e Marche 1997) il Governo diede ben presto alla Regione l’incarico di coordinare gli interventi dei comuni; in Molise, quando la gestione commissariale passò alla Regione, il governatore Iorio allargò a dismisura le fasce di danno dirottando le risorse su opere e provvedimenti non collegati alla ricostruzione. L’Aquila ha rappresentato il ritorno a una gestione fortemente centralizzata da parte del Governo e della Protezione civile, con l’azione sinergica di Berlusconi e Bertolaso che ha privato quasi del tutto i sindaci e le popolazioni locali della possibilità di intervenire.

Far trascorrere un po’ di tempo tra lo svolgimento dei fatti e lo studio dei singoli casi aiuterà a capire se questa lettura, qui forzatamente semplificata, sia corretta o meno. Atteniamoci ora all’attualità per cercare di cogliere gli elementi principali che emergono dalla vicenda del terremoto emiliano.

Il 17 maggio, tre giorni prima della scossa del 20, è entrato in vigore il decreto n.59, quello che stabilisce compiti e modalità di intervento della nuova Protezione civile, dopo gli anni in cui alla Protezione civile sono stati affidati compiti e poteri che esulavano dalla sua vocazione originaria (i grandi eventi, ad esempio).

Il decreto stabilisce che la Protezione civile ha potere di ordinanza per venti giorni dopo una calamità

(Tremonti aveva introdotto un passaggio obbligato e una autorizzazione preventiva del ministero dell’Economia prima di stanziare i fondi per l’emergenza) e ha potere di intervento e spesa su operazioni di soccorso, assistenza alle popolazioni e opere per la sicurezza con 50 milioni di euro a disposizione da destinare allo scopo. L’emergenza dura sessanta giorni, prorogabili al massimo di altri quaranta giorni, per un totale massimo di cento giorni, dopo i quali la gestione passa alle amministrazioni ordinarie. Il decreto contiene anche l’accantonamento del principio per il quale lo Stato è tenuto a risarcire integralmente i danni dovuti a disastri e introduce un’assicurazione obbligatoria contro i danni da calamità per le abitazioni private[2].

L’Emilia rappresenta quindi il primo banco di prova di questo decreto, e da più parti è stato fatto notare che in sessanta o al massimo cento giorni non si risolve quasi nulla. Il fondo stabilito per la gestione dell’emergenza è di 50 milioni di euro, che in Emilia sono finiti venti giorni prima della scadenza dello stato di emergenza. Le istituzioni locali in particolare devono imparare in fretta a fare da soli, sotto la guida della Regione, ma ad a oggi i soldi per operare sembrano non esserci, né da parte del governo italiano (tranne i 500 milioni derivanti dalle accise sulla benzina), né dall’Unione Europea (i 670 milioni stanziati arriveranno nei primi mesi del 2013). La cosiddetta congiuntura economica, d’altronde, non è certo quella più adatta a spese e impegni finanziari straordinari.

Eppure le prime dichiarazioni di alcuni membri del governo, al di là delle cifre annunciate, sollevavano questioni aperte di grande importanza; il ministro dell’ambiente, Clini, dichiarava di voler promuovere un piano nazionale per la difesa del territorio. Per questo sforzo straordinario servirebbero, secondo il ministro, 41 miliardi di euro e 15 anni di tempo[3].

Il ministro Fornero, invece, faceva notare che il crollo dei capannoni e degli edifici sensibili, in altri Paesi, non sarebbe potuto succedere[4].

E’ indubbio che il problema della sicurezza del patrimonio di edilizia pubblica e privata italiana è davvero il principale nemico per la difesa dai rischi naturali e antropici, ma per vari motivi non si è mai agito seriamente per porre rimedio alla questione. Dal terremoto di San Giuliano di Puglia a oggi sono passati dieci anni; tuttavia non si ricordano in questi anni leggi, interventi e impegni di spesa per la messa in sicurezza di scuole, edifici storici e per i fabbricati più datati.

Scorrendo i titoli e le pagine dei giornali delle settimane successive al terremoto emergono, inoltre, polemiche e allarmi sul rischio di nuove scosse e sull’adeguatezza della mappa nazionale del rischio sismico. La zona colpita non risulta, infatti, tra le zone a più alto rischio sismico, anche se storicamente in quell’area si ricordano alcuni terremoti, anche di forte entità, come ad esempio il sisma del 1570 a Ferrara, e in quel caso lo sciame sismico durò diverso tempo[5].

L’annuncio di imminenti scosse di uguale o maggiore entità ha tenuto in allarme la popolazione e messo in difficoltà geologi ed esperti che stavano, nel frattempo, monitorando la situazione, vista anche la relativa novità del fenomeno. Si pone quindi un altro problema, quasi etico: comunicare tutte le informazioni di cui la comunità scientifica è in possesso oppure selezionarle per evitare allarmismi e panico?

Quello che sicuramente emerge è la corsa alla semplificazione, i titoli a effetto e la rapidità frenetica imposta da comunicazione di massa al tempo dei social network, quando un tweet o un hashtag hanno più presa di un approfondimento ragionato. Nel caso del terremoto, la previsione di un evento sismico sta diventando un’ossessione scientificamente infondata, ma sempre evocata. Invece di inventarsi date, previsioni e allarmi su dove e quando sarà il prossimo sisma, sarebbe certamente meglio investire le energie per adeguare le strutture materiali e per educare la popolazione.

Infine, bisogna prestare attenzione al frequente appello alla “retorica della tragedia”, cioè a quella vulgata che sottolinea in maniera strumentale il carattere di una comunità,  la fierezza degli aquilani oppure la laboriosità degli emiliani. Certamente raccontare le esperienze positive di rinascita può essere di incoraggiamento per chi deve ripartire.

Molto spesso, però, questo tipo di narrazione serve a oscurare o mettere in secondo piano l’individuazione delle responsabilità, ad esempio sui palazzi costruiti su una faglia a Pettino, quartiere dell’Aquila, o sui capannoni accartocciati su se stessi in un niente in Emilia e spinge a minimizzare i problemi della ricostruzione e dell’immediato.

Staremo a vedere quale corso prenderà la ricostruzione in Emilia; di certo la seria considerazione dei problemi degli emiliani porterebbe a una più matura consapevolezza della fragilità dell’Italia intera e, forse, a pensare la natura e il territorio come elementi primari e non trascurabili. Al di là delle politiche di lungo periodo, delle azioni di governo nazionali e locali, la prima cellula di Protezione civile è sempre il buonsenso, quello individuale e quello collettivo; per far maturare questa coscienza è fondamentale sostenere e rafforzare i progetti educativi, che già nel nostro Paese sono ben presenti grazie al volontariato, all’associazionismo e a ricercatori e professionisti della prevenzione. Vale anche la pena ricordare di come la prevenzione, oltre a salvare vite umane, potrebbe far risparmiare le ingenti risorse necessarie, ogni volta, per ricostruire dopo un disastro. C’è bisogno, quindi, di agire con continuità in questa direzione, senza aspettare la prossima calamità.

 


[1] http://www.regione.emilia-romagna.it/terremoto/dati-e-numeri-dalla-protezione-civile.

[2] http://www.osservatoriosuldoposisma.com/chi-siamo/chi-siamo/il-decreto-legge-59-e-la-nuova-protezione-civile .

[3] http://archiviostorico.corriere.it/2012/giugno/01/Quindici_anni_per_rendere_sicura_co_9_120601055.shtml .

[4] http://archiviostorico.corriere.it/2012/maggio/30/capannoni_finiscono_sotto_accusa_Non_co_8_120530018.shtml .

[5] http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2012/30-maggio-2012/nel-covo-sismologi-bolognesi-una-lunga-estate-scosse-201398708282.shtml .

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Lunedì 23 Luglio 2012 09:47

Dentro la crisi: le voci degli operai

Marina Brancato è una giovane antropologa e docente  a contratto del laboratorio di Giornalismo Internazionale; ha studiato di recente, per il suo progetto di ricerca per il dottorato di Scienze antropologiche, gli aspetti legati alla comunicazione e ai media in relazione al terremoto del 2009 a L’Aquila, con uno sguardo più ampio anche ad altri terremoti e catastrofi.

Di recente ha centrato i suoi interessi di ricerca sulla vicenda della Irisbus, un’azienda collegata al gruppo FIAT, con sede in Valle Ufita (provincia di Avellino). Questa azienda, la terza per dimensioni della provincia, ha mandato in Cassa integrazione i suoi circa 700 dipendenti e sulle sue sorti aleggia ancora l’incertezza assoluta.

In questo contributo Marina Brancato ci offre una breve riflessione che deriva dai colloqui con gli operai della Irisbus. La pubblichiamo qui come appendice e sviluppo del lavoro di ricerca e dibattito che il nostro Osservatorio ha promosso nel 2011 con “La fabbrica del terremoto”  (scaricabile nella sezione Ricerche di questo sito).

 

Un territorio che negli ultimi mesi ha incontrato i paradossi della globalizzazione: valle Ufita, Irpinia. Con centoventi giorni di lotta gli operai Irisbus hanno scosso, dopo circa trent’anni, una coscienza locale indolente e congelata dall’assenza di una politica economica responsabile. Negli ultimi mesi hanno protestato davanti alla fabbrica giorno e notte, bloccato l’autostrada, organizzato cortei; ma il risultato rimane la cassa integrazione per quasi settecento dipendenti.

L’Irisbus, azienda europea che produce autobus e filobus, fino al 2000 era di proprietà italo-francese, controllata in modo paritetico da Fiat-Iveco e Renault Véhicules Industriels. Dal 2001 diventa invece controllata al cento per cento da Iveco, e quindi dal Gruppo Fiat Industrial. Il 7 luglio scorso Fiat ha annunciato la chiusura dello stabilimento di valle Ufita in Campania, dopo che la produzione di autobus è passata da settecentodiciassette veicoli nel 2006 a centoquarantacinque nel 2011. Fine corsa per l’ultima azienda in Italia a produrre autobus per trasporto pubblico turistico.

Domino si chiamava il fiore all’occhiello made in Irpinia. L’Irisbus, con la Fma di Pratola Serra e un altro paio di stabilimenti, assicurava lavoro all’ottanta per cento della popolazione locale. «Nessuno ci aveva avvisati, lo abbiamo letto sul giornale che rischiavamo il licenziamento, che era la fine» racconta Silvia, cinquantun’anni,  protagonista e simbolo dell’ondablu. Apre il cappotto, mostrando la t-shirt da lavoro blu con la scritta Irisbus Iveco: «Io la porto sempre questa maglia. In ogni momento può servire a far capire cosa ci è successo… Perché è veramente un paradosso: uno stabilimento fa una ristrutturazione da otto milioni di euro nell’ultimo anno ti dà l’illusione che poi dovresti lavorare. Nel suo piano industriale Marchionne non ha mai accennato all’Irisbus. Nulla faceva presagire che il 7 luglio si voleva chiudere per poi cedere l’attività a De Risio, un imprenditore molisano rivelatosi un imbroglione che non paga gli stipendi…».

Settecento persone in fabbrica che con l’indotto arrivano a duemila, perché intorno allo stabilimento si è modellata la vita della popolazione. Ed è così che l’estate scorsa l’Irpinia conosce la prima vertenza globalizzata, un brusco cambio di stagione che si abbatte su una coscienza operaia che in questa provincia non ha precedenti. E che resisteva ancora quando, anche con i sigilli alle fabbriche, gli operai si legavano ai cancelli, nonostante intorno ci fosse «un vuoto, una assenza che non è solo politica ma della società; al capoluogo interessa poco di quello che accade nella zona industriale», dice Silvia.

«Siamo stati trattati come un bacino di voti per la destra e la sinistra. Senza capire che il nostro lavoro è parte della cultura di un territorio. I nostri valori sono gli stessi che abbiamo trasmesso ai nostri figli. Da domani invece? Senza contare che la maggior parte di noi ha tra i quaranta e i cinquant’anni, chi ci darà più un posto?», si domanda Giuseppe. Dal 1 gennaio 2012 gli operai sono in cassa integrazione straordinaria, «ma per avere il secondo anno di cassa integrazione l’azienda deve necessariamente ridurre i lavoratori di centonovantasette unità. Ventitre persone sono state trasferite tra Torino e Bolzano. Ma sono tutti dirigenti e impiegati. Nessun operaio è stato ricollocato. Le proposte di trasferimento sono poche e quelle che vengono offerte non sono economicamente vantaggiose. Tanto vale restare qui», spiega Dario, cinquantacinque anni.

Voci di chi ha creduto in una possibile trasformazione culturale oltre che economica: «La cassa integrazione è un limbo, affoga il mio senso di emancipazione» dice Italia, addetta al montaggio. Il problema secondo Silvia è anche «l’individualismo ha preso corpo nella classe operaia e si manifesta nella differenza tra lavoratori stabili e non. Perché gli ostacoli e il divario nascono prima dall’interno e poi dall’esterno». Donne che sentono l’assenza delle istituzioni e del sostegno politico, ma soprattutto la mancanza di una solidarietà tra le stesse compagne. Nostalgia per quell’anello forte così ben raccontato da Nuto Revelli. «Noi donne siamo solo il dieci per cento dei lavoratori, io nel mio stabilimento sono l’unica a non esser stata assunta come categoria protetta. Nessuna donna ha mai avuto potere decisionale, nessuna è mai stata responsabile sindacale o capo squadra…». Ma nonostante sia vero che «in fabbrica ti spremono, è un lavoro duro che ti usura», rivendicano anche il valore di quella fatica quotidiana: «il governo politico dovrebbe essere fatto di operai, o meglio di operaie: gente che sa come si lavora».

Le tute blu, in Irpinia e altrove, sono inghiottite da una crisi che è anche d’identità, e nessuno si occupa veramente di loro: né il sindacato né i politici. «Avremmo voluto sederci anche noi  al tavolo delle trattative. I sindacati sono diventati troppo partitici, io faccio parte della Fiom ma non risparmio le critiche: anche Landini ha preferito fare demagogia piuttosto che confrontarsi con noi, come nel caso di Termini Imerese; Camusso ha fatto un comunicato stampa. Questo fa capire molte cose» spiega Italia. Quando alla rabbia subentra la rassegnazione, dopo il collasso economico si rischia lo stagno. Scenari che si auto-fabbricano tra l’inerzia di chi governa con superficialità il nostro territorio, l’indifferenza di chi non solo non parla con queste persone, ma nemmeno prova a dargli una alternativa.

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Mercoledì 11 Luglio 2012 09:17

Amarcord di un paio di terremoti

Il terremoto dell'Emilia, dopo un mese e mezzo, è già scomparso dalle pagine dei giornali. Un pò di attenzione durante gli Europei di calcio, quando i bimbi facevano domande a Buffon e ai calciatori della Nazionale ancora sudati nel dopopartita, un concertone con annesse polemiche e poco altro. Proponiamo una riflessione molto interessante di Giovanni Iozzoli, operaio di origine irpina trapiantato a Carpi da anni; l'articolo è uscito su Alias (inserto del Manifesto) sabato 16 giugno 2012.

 

 

Chi l’avrebbe detto che un terremoto di pianura, si sarebbe trascinato dietro così tanti disastri – e così tante suggestioni? Dappertutto, qui a Nord – la Bassa è il posto dove non succede mai niente. I capannoni sono bunker, fortilizi incrollabili, eroicamente in lotta contro la caduta tendenziale del saggio di profitto. Le campagne sono piatte e squadrate, come disegnate da un gigantesco ortolano maniaco della precisione. Niente mosche, niente cani, niente gente a ciondolare per strada. Anche le zanzare sono operose e ordinate.

Vai tu a pensare che un terremoto, il simbolo per eccellenza dell’anarchia della natura, mi arrivava proprio qua.

Ho 45 anni e ne ho già visto qualcuno, di sismi. E’ che nel mio immaginario il terremoto era sempre stato una roba euroasiatica – appenninica o caucasica… Il terremoto lo associavo ai tufi polverizzati trafitti da travi di legno nero, e ai vecchi secchi e scuri, con le coperte in testa, e ai maiali e ai somari liberi tra le macerie, e ai paesini nascosti tra le sottane di montagne ispide.

Già il terremoto di Haiti mi aveva disorientato. Le casette color pastello, sfarinate sotto il cielo tropicale, mi rimandavano un segnale inedito: si muore di terremoto anche in quelle latitudini, al ritmo della macumba più che dell’Ave Maria?

Poi questa botta modenese mi ha aperto definitivamente gli occhi. Le nostre carte sismiche sono patetici esorcismi. Non sappiamo niente della mala bestia che scava chilometri sotto terra e ogni tanto scrolla il corpaccione. La terra non chiede permesso a nessuno: la crosta, le viscere infuocate, quello che c’e’ sotto, sopra, dentro, è tutto roba sua e fa come gli pare. Se le ingenue illusioni illuministe hanno residuato ancora qualche aspettativa, niente come un terremoto ci ricolloca nella realtà. Possiamo ( e dobbiamo) scrivere nelle Costituzioni il diritto alla Felicità, ma la terra – rocciosa, argillosa, sabbiosa -, la dura terra, è l’unico materialismo possibile.

Suggestioni, dicevo. Una montagna di suggestioni, tipo: la strage operaia.

Il terremoto – didattico, paziente – si preoccupa di riflettere la realtà così com’è. E’ un terremoto ordinatamente di classe, che fa crepare i proletari mentre sono attaccati ai loro torni e ai loro banchi di lavoro. Certo, una morte operaia come la classifichiamo? Moderna, premoderna o è già post? Vai a spiegarlo ai Khaled o ai Salvatore, che sulla loro condizione non avevano mai filosofato: per loro l’ordine naturale, il loro giusto posto, era il capannone; e quindi il terremoto segue le gerarchie della vita e della Storia – non produce ingiustizia. Muoiono gli operai ma parlano e si rappresentano magnificamente gli imprenditori: un esercito di imprenditori, che sfila davanti a tutte le tv, invade onnivoro la scena; sembra un regno magico di soli imprenditori; la didascalia ti dice che è un imprenditore anche il coltivatore diretto con 40 maiali e la masseria sfregiata dal sisma. “Imprenditore” diventa una chiave di lettura esistenziale, più che una qualifica professionale. Gli operai spariscono, al riparo delle tende multietniche, nel silenzio, nella irrapresentabilità, quasi nella vergogna della loro condizione.

Straordinario l’esercito del Bene, che mette in mostra i suoi reparti migliori. Centinaia di volontari addestrati, attrezzati, fosforescenti, che arrivano in poche ore. Ci dice molto sulla dedizione dell’animo umano. Ma anche sul molto tempo libero di cui gode una fetta di popolazione delle società mature; e lo squilibrio storico delle proporzioni tra lavoro e non lavoro nel centro del capitalismo, ci rimanda all’irredimibile crisi fiscale dello Stato ( perchè un terremoto, letto in controluce, è quasi sempre un trattato di economia politica – altro che la sismologia e la geo-fisica…)

Ora, io mi ricordo che trent’anni fa, giù da noi, in Irpinia, la Protezione Civile non ce l’avevamo. C’era l’esercito di leva, i soldatini adolescenti, con le divise grigio verdi strette strette, i fazzoletti sulla bocca e le pale scheggiate. Fu sulla pelle dei nostri tremila morti, che nacque il progetto della Protezione Civile. Certo, nessuno ci recintò, nessuno si assunse la gestione “bio-politica” della nostra condizione; e anche l’esercito dei volontari arrivò fluente e disorganizzato – fiumane di giovani che venivano da Polisportive e sezioni di partito, parrocchie e comitati di lotta; c’era anche l’ultima schiuma preziosa del 77 – quella che non era in galera e non era (ancora) rifluita. Chi sono, invece, questi volontari tecnologici, che in 48 ore sbarcano e attrezzano mega campi? Li guardo ammirato, ma anche un po’ preoccupato, come assistendo all’emersione periodica di un esercito clandestino.

Nei primi giorni dopo la scossa, le pagine dei quotidiani locali erano pieni di scandalo e indignazione: pakistani, marocchini, tunisini, africani di ogni dove, secondo i pennivendoli, stavano provocando problemi nei campi; e la carne di maiale, le continue richieste, la mancanza di collaborazione: come se mettere insieme migliaia di attendati, quasi tutti poveri, di 10 etnie diverse, potesse essere una passeggiatina senza intoppi.

Poi all’improvviso i problemi sono scomparsi dalle pagine. Era solo un modo per attizzare un po’ d’odio anche dentro l’emergenza – una specie di riflesso condizionato dei gazzettini locali. Gli immigrati, dal canto loro, sono incazzati e preoccupati; non tollerano l’idea di morire in un paese che sentono estraneo. Hanno più paura e meno rassegnazione degli autoctoni – continuano a riempire le tendopoli improvvisate sorte nei parchi, persino nel capoluogo intatto. Lavorano per mangiare e pagare affitti: non gli sembra razionale rischiare anche la pelle.

Del resto me la ricordo bene, la finta indignazione civile e pelosa dei cronisti dell’Italia civile. In Irpinia 30 anni fa i pakistani non ce li avevamo; ma certe cose le scrivevano anche su di noi: eravamo selvatici, poco collaborativi, piagnoni e arraffoni. E lo credo bene, l’unica lezione di educazione civica che avevamo ricevuto era: prepara la valigia e vai in Svizzera o in Germania o dove cazzo ti pare. Oppure mettiti in fila, nelle code multiple e varibili delle grandi clientele organizzate, ad arraffare le ultime fiammate del keinesismo all’italiana – gli scampoli malati della Prima Repubblica. Che tempi, ragazzi. C’erano abbastanza soldi per comprarci tutti (e l’operazione riuscì su larga scala). Quando si chiede: – ma di chi fu la colpa delle malversazioni in Irpinia? – non è facilissimo rispondere. Quando si cementa un blocco sociale in cui i miserabili stanno stretti stretti insieme ai costruttori autoctoni e alle grandi famiglie del Nord, tutti abbracciati al grande tronco della rendita immobiliare – di chi è precisamente la colpa storica di quel grande fallimento, che è stata la ricostruzione in Irpinia? Una volta avremmo detto: delle classi dirigenti. Ma sotto le pietre irpine morì anche l’ultimo residuo del Meridionalismo, di cui non si sentirà più parlare. E allora tutti assolti e tutti colpevoli. Non c’era tempo per Giustino Fortunato e Gramsci, mentre la tavola era apparecchiata, e siedevano insieme Gavianei, Dorotei, Morotei, Cutoliani, anticutoliani e Senzaniani. Si sparava di brutto, ma si trattava anche, intorno a una torta che sembrava infinita. Il Sangue e la Trattativa sono i due ingredienti che santificano ogni grande vicenda italiana: più sangue scorre, più si sta trattando.

In quei mesi convulsi a cavallo tra l’80 e l’81 c’era da puntellare mezzo sud Italia. Si fa presto oggi a maledire il Debito Pubblico: ma senza quel fiume di denaro il Mezzogiorno sarebbe sprofondato nella guerra civile; avremmo solo anticipato il Kossovo di una ventina d’anni (ma con una più precisa direzione criminale dei processi, perché Napoli non è Pristina…)

Com’è diverso lo scenario, oggi. Non ci sono più soldi, nisba, finish. Già all’Aquila fu chiaro. Non si corre più il rischio di essere comprati da qualcuno. Nessuna Grande Trattativa si profila all’orizzonte – anche la rimozione delle macerie sarà a carico del destinatario.

Cavezzo è a 20-25 minuti da casa mia. Prendi la strada del Canaletto, fai un po’ di curve, passi S.Prospero e arrivi subito in mezzo all’epicentro. Non c’ero mai andato a Cavezzo, lo riconosco. Del resto cosa ci va a fare uno, a Cavezzo? Nella Bassa o ci vivi, o ci lavori – non sono posti da farci gite. I campanili e i palazzi dei vecchi signorotti, i cippi partigiani, nessun folclore locale che ti rimandi a Peppone e don Camlllo: bruttezza dei luoghi e operosità vanno sempre a braccetto. Anche S.Felice, anche Mirandola sono località bruttine. Oggi Napolitano è andato in quei posti e l’hanno pure fischiato, un oltraggio al rinomato civismo della zona. E anche a sentire stà notizia, si riattizzano i ricordi e il gioco impietoso delle differenze. Anche il vecchio Pertini si prese maleparole e insulti quando arrivò tra le macerie irpine…Pianse e passò alla storia per la sua sfuriata a reti unificate, trasmessa anche dalla compassata BBC. A quell’epoca Napolitano era il cinquantenne capo dei nascenti miglioristi e lavorava nell’ombra per segare la sedia a Berlinguer. Per che cosa passerà alla storia, Napolitano? Per il pareggio di bilancio inserito in Costituzione?

Ecco, se vuoi capire la differenza tra terremoti, non devi guardare l’ago del sismografo (è più forte questo o quello?). Devi guardare il contorno, gli interpreti secondari, il coro. Il terremoto in Irpinia fu raccontato da Moravia, Sciascia e Geno Pampaloni; i grandi scrittori si mettevano in macchina e e raccontavano la tragedia dell’arretratezza meridionale, a un Italia colta, attenta e popolare.

Il terremoto dell’Aquila, invece, è stato raccontato da Vespa.

E quello modenese passa prevalentemente nei TG – mediato da inviati minori. Una narrazione povera, piatta, la stessa retorica sulla sobrietà emiliana e “la voglia di ripartire”, cucinata e riscaldata ogni giorno. La lenta parabola verso il basso di un paese è ben rappresentata dalla caratura dei “narratori” ufficiali che dovrebbero immortalarne i momenti cruciali. Nell’epoca dell’intellettuale massa, non ci sono più gli intellettuali. Solo un democraticissimo cicaleccio orizzontale di gente che twitta a tutto spiano. Ma la trasformazione antropologica di un territorio, non te la raccontano i social network o “Youreport”.

Cosa cambia, da queste parti, in definitiva (perché un sisma è sempre uno spartiacque solenne)?

Se eri attento alla forza delle cose, potevi accorgerti che il terremoto era già cominciato da tempo, almeno 4/5 anni fa. Il terremoto era la crisi, serpeggiante, insistente, che rosicchia i bordi del tessuto urbano e produttivo, e punta dritto al centro, alla sua coesione, alla sua ragione sociale. Già ampiamente terremotato era il meccanismo d’integrazione sociale che non integra più niente; era già scardinata la tenuta produttiva dei Distretti e della piccola-media manifattura, che prima aveva flirtato con la globalizzazione e oggi ne viene travolta; già pesantemente lesionata era l’etica del lavoro, l’unica cinquantennale religione che aveva permeato queste laicissime terre. Il Modello Emiliano se ne stava già andando, languido, lento, come un meccanismo sbeccato che non gira più. Le botte continue di questi giorni accelerano i processi e sottraggono residue sicurezze a gente già perplessa e disorientata.

Le scosse ci mettono davanti alla realtà nuova.

Non era zona sismica, questa.

Non era terra di disoccupazione.

Eppure la liquefazione della Padania – quegli inquietanti soffioni di mota sabbiosa, che irrompono nelle tavernette e nelle cantine, e sommergono dispense stracolme e pavimenti in cotto – proiettano un presagio oscuro sul futuro di tutti.

Si stava bene, nella Bassa. Non succedeva mai niente.

Giovanni Iozzoli

Alias, Il Manifesto, 16 giugno 2012

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Dopo l'emergenza, che ancora non è finita, e in mezzo alle numerose scosse che interessano quotidianamente le zone terremotate dell'Emilia, c'è bisogno di pensare a come ripartire. Giuseppe Morrone, da Modena, ci parla di come la politica debba rendersi protagonista della rinascita, dando la priorità al lavoro e allo sviluppo, favorendo soprattutto la partecipazione dei cittadini e delle forze sociali diffuse.

 

Terremoto in Emilia Romagna: i compiti della politica tra emergenza e ricostruzione

Il terremoto che ha piegato ma non spezzato l'Emilia Romagna, sta mettendo a dura prova la vitalità di un territorio che, negli anni, ha dimostrato di essere all'avanguardia nella creazione di un ricchissimo tessuto di piccole e medie imprese e per gli elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile. Un tessuto industriale fatto di eccellenze e competenze diffuse e che, adesso, per ripartire ha bisogno delle fondamenta: risorse e spazi fisici, in primo luogo.

L'urgenza consiste, senza dubbio, nel dare un tetto ai cittadini delle zone più colpite dal sisma e da questo punto di vista le iniziative sorte per impegno dei gruppi di cittadinanza attiva - che stanno raccogliendo centinaia e centinaia di disponibilità di abitazioni sfitte o stanze inoccupate e offerte calmierate di camper e roulotte - si sposano alla perfezione con l'intenzione del Presidente della Regione Vasco Errani di puntare sul patrimonio abitativo inutilizzato per contrastare l’emergenza; una scelta giusta perché evita di rispondere ad un dramma con ulteriore consumo di suolo e soluzioni improvvisate, come accadde con le new towns abruzzesi, e permette quindi di dedicare tutte le risorse alla ricostruzione, mentre si restituisce un tetto a chi ne ha un bisogno immediato.

Ma non c'è soltanto questo aspetto.

In prospettiva, le maggiori preoccupazioni riguardano: la necessità di restituire dignità alle persone attraverso un lavoro sicuro, qualificato e stabile; la tutela dei cittadini dai tentativi di sciacallaggio che speculano su condizioni già drammatiche; l’intervento per scongiurare il disfacimento del tessuto produttivo e i rischi di delocalizzazione; una risposta rapida nella risoluzione dei problemi nei settori fondamentali della scuola e della sanità giacché molte strutture pubbliche risultano inagibili o deteriorate; la promozione di politiche industriali e sociali che rilancino, ripensino e finalizzino le produzioni; un rapporto equilibrato tra snellimento delle procedure e reintroduzione della logica del controllo pubblico nella definizione di norme per le costruzioni civili e industriali che siano adeguate al mutamento delle cartine sismiche nei nostri territori; il tornare a dare slancio e freschezza agli spazi ed ai significati della socialità e dell'interculturalità; il recupero possibile del patrimonio culturale ed artistico devastato perché storia, memoria, bellezza e cultura di una comunità non possono essere disperse.

Per mettere in campo le risposte adeguate, però, c'è bisogno di un largo processo partecipativo che affianchi le Istituzioni nelle scelte per convogliare le risorse - che giungono e giungeranno dai livelli nazionali e regionali - verso obiettivi condivisi e definiti; nonché di un'attenzione potenziata rispetto a possibili ed inquietanti presenze della criminalità organizzata nel percorso della ricostruzione. Il contributo delle forze sociali e politiche, dell’associazionismo e dei cittadini può essere decisivo e la scelta del decentramento - con il Presidente della Regione nominato commissario e i sindaci dei Comuni interessati dal sisma nominati vice-commissari - va in questa direzione.

Occorre, in sostanza, legare il progetto complessivo della ricostruzione al coinvolgimento diretto delle comunità interessate, ad esempio attraverso l’adozione della legge regionale 3/2010 sulla partecipazione fra gli strumenti da utilizzare, perché la qualificazione della democrazia come metodo inclusivo di governo è un fattore decisivo di garanzia di qualità della ricostruzione, all’opposto di recenti esperienze che hanno fatto dell’emergenza la condizione di sottrazione alle normali regole e controlli, con le conseguenze che tutti conosciamo.

Avrebbe senso, ancora, porsi la domanda su come impostare, nei contenuti, il percorso della ricostruzione.

Ovvero provare a riflettere, pubblicamente, sul nostro modello di sviluppo economico, ambientale e sociale. Dalla messa in sicurezza del territorio quale prima e indifferibile opera pubblica, al porre in discussione la priorità di certe opere infrastrutturali (si pensi, per i territori interessati, all'autostrada Cispadana); dalla promozione di stili di vita sobri e sostenibili, al come garantire piena ed effettiva sicurezza (fisica ed economica) per le persone che lavorano: perché non sono le esigenze del mercato, bensì la sicurezza a rappresentare la prima misura del lavoro.

 

 

Giuseppe Morrone (1984) è nato e cresciuto a Caggiano (Sa). Nel 2003 si è trasferito a Siena dove si è laureato in Scienze della Comunicazione. Dopo la laurea triennale si è trasferito a Modena e si è specializzato in Storia dei conflitti nel mondo contemporaneo, conseguendo la laurea magistrale nell'aprile del 2012 con una tesi sul nesso saperi-lavoro nel pensiero di Bruno Trentin. Ha scritto per il Corriere di Siena, Liberazione, Micromega e L'Unità.

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Il decreto n.59, in vigore dal 16 maggio scorso, cambia le regole di risarcimento in caso di calamità naturali e mette mano alle norme che regolano l'intervento in emergenza della Protezione Civile.

Giuseppe Ceglia, laureando in giornalismo economico, analizza per l'Osservatorio sul Doposisma il decreto e le possibili evoluzioni che derivano dalla sua entrata in vigore.

 

I danni provocati dalla spaventosa serie di eventi sismici che stanno interessando l’Emilia in questi giorni potrebbero essere gli ultimi che lo Stato dovrà risarcire ai cittadini. Questo perché il decreto legge n.59 relativo alla riforma della Protezione Civile – già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 16 maggio e entrato in vigore il giorno successivo – contiene una norma che potrebbe cambiare radicalmente il modo di affrontare le calamità naturali. “Potrebbe” perché prima di diventare operativa, dovrà essere disciplinata da un regolamento che sarà emanato entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto legge La norma, specificamente all’art. 2 comma 2, prevede che in caso di calamità naturali (terremoti, alluvioni, frane etc.) lo Stato non debba più intervenire economicamente, neanche parzialmente, alla ricostruzione e riparazione dei fabbricati danneggiati.

2. Con regolamento emanato entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, ai sensi dell'articolo  17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su  proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e il Ministro dell'economia e delle finanze,sentiti la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato,  le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e l'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private (ISVAP), che si esprimono entro trenta giorni, sono definiti modalita' e termini per l'attuazione del comma 1 senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, anche sulla base dei seguenti criteri:

a) estensione della copertura assicurativa del rischio calamita' naturali nelle polizze che garantiscono i fabbricati privati contro qualsiasi danno;

b) esclusione, anche parziale, dell'intervento statale per i danni subiti da fabbricati;

c) incentivazioni di natura fiscale, nel rispetto del principio dell'invarianza di gettito, tramite  regimi  agevolativi all'imposta sul premio di assicurazione ovvero la deducibilita', anche parziale, del  premio dalla base imponibile ai fini IRPEF e IRES dell'assicurato;

d) previsione di un regime transitorio, anche a fini sperimentali ovvero di prima applicazione.

 

I cittadini che vorranno vedere ricostruita la propria abitazione o la propria industria dovranno perciò fare da sé, stipulando preventivamente una polizza assicurativa (con detrazioni fiscali), come esplicitato nel primo comma dell’art.2

1. Al fine di consentire l'avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamita' naturali sui fabbricati, a qualunque uso  destinati, ed al fine di garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione di beni immobili privati destinati ad uso abitativo, danneggiati o distrutti da calamita' naturali, possono essere estese ai rischi derivanti da calamita' naturali le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di danno a fabbricati di proprieta' di privati.

Non è chiaro ancora se l’assicurazione dovrà essere di tipo volontario o obbligatorio. Nel primo caso, quello a cui si riferisce la legge, si creerebbero disparità tra chi abita in zone ad alto rischio sismico/idrogeologico e chi no, senza contare le ingenti cifre che richiederebbero le compagnie assicurative agli abitanti dei luoghi a rischio elevato. Nel secondo caso, quello meno improbabile, tutti i cittadini pagherebbero una cifra intorno al centinaio di euro.

Oltre a queste disposizioni, il decreto contiene anche un importante comma (art .1 comma1, lettera c, numero 2) che riduce la durata dello stato d’emergenza a 60 giorni, prorogabili in altri 40.

2) dopo il comma 1 e' inserito il seguente: "1-bis. La durata della dichiarazione dello stato di emergenza non puo', di regola, superare i sessanta giorniUno stato di emergenza gia' dichiarato, previa ulteriore  deliberazione del Consiglio dei Ministri, puo' essere prorogato ovvero rinnovato, di regola, per non piu' di quaranta giorni."

Questo significa che lo Stato si accollerà le spese per un massimo di cento giorni, dicendo definitivamente addio alle emergenze pluriennali del passato.

È evidente che il motivo per cui si è legiferato su un argomento così delicato è la scarsità di fondi nelle casse del Tesoro, ma è altrettanto evidente che dopo gli ultimi eventi sismici sarà davvero difficile far passare queste disposizioni così come pubblicate in Gazzetta Ufficiale. Soprattutto perché il regime transitorio a cui sarà sottoposta la norma potrebbe non renderla immediatamente operativa e allungarne parecchio i tempi di entrata in vigore.

Anche in futuro, perciò, è probabile che in caso di calamità il mezzo privilegiato per affrontare sia l’emergenza che la ricostruzione sarà l’aumento delle accise sui carburanti, che le Regioni ora possono alzare ulteriormente (sebbene sia caduto l’obbligo) a un massimo di 5 centesimi al litro:

9) il comma 5-quater e' sostituito dal seguente:"5-quater. A seguito della dichiarazione dello stato di emergenza, la Regione puo' elevare la misura dell'imposta regionale di cui all'articolo 17, comma 1, del decreto legislativo 21 dicembre 1990, n. 398, fino a un massimo di cinque centesimi per litro, ulteriori rispetto alla misura massima consentita."


Il caso emiliano, con l’istituzione di un’accisa di 2 centesimi per affrontare l’emergenza sismica, sembra apparentemente confermare questa ipotesi.

 

Il testo integrale del DL 15 maggio 2012, n.59

http://www.gazzettaufficiale.it/gunewsletter/dettaglio.jsp?service=1&datagu=2012-05-16&task=dettaglio&numgu=113&redaz=012G0081&tmstp=1337242292515

 

L'atto della Camera con la Relazione

http://static.ilsole24ore.com/DocStore/Professionisti/AltraDocumentazione/body/13200001-13300000/13282177.pdf

 

Articolo di approfondimento de Il Sole 24 ORE sull’argomento

http://www.diritto24.ilsole24ore.com/guidaAlDiritto/civile/civile/primiPiani/2012/05/protezione-civile-con-la-riforma-lo-stato-non-risarcira-piu-per-le-calamita-naturali.html

 

 

Giuseppe Ceglia (1987) è nato e cresciuto ad Avellino. Nel 2005 si è trasferito a Siena dove si è laureato in Scienze della Comunicazione. Dopo la laurea triennale si è trasferito a Roma per specializzarsi in giornalismo alla Sapienza Università di Roma. È laureando in giornalismo economico con una tesi dal titolo “IRPINIA ANNO ZERO: Come il terremoto del 1980 ha cambiato l’economia del territorio negli ultimi trent’anni” (relatore: prof. Stefano Lepri). Ha scritto per il Corriere di Siena e Termometro Politico. Attualmente collabora con il magazine webYouTrend.

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