fondazione Mida

Lunedì 04 Febbraio 2019 18:27

La protezione civile e Zamberletti

E' uscito su LAVORO CULTURALE (www.lavoroculturale.org) un articolo di Stefano Ventura che parla di Giuseppe Zamberletti, morto pochi giorni fa all'età di 85 anni. Lo ripubblichiamo qui.

La morte di un uomo politico di spicco può essere accompagnata da aridi elenchi di incarichi governativi e ministeriali. Nel caso di Giuseppe Zamberletti, morto il 26 gennaio a Varese all'età di 85 anni, le cose sono andate diversamente. La sua figura si è legata a doppio filo con la protezione civile italiana (possiamo scriverla sia in minuscolo, intendendo la categoria di riferimento, sia in maiuscolo, intendendo l'istituzione vera e propria, che Zamberletti ha fortemente voluto e contribuito a creare).

Zamberletti era un democristiano, fu eletto alla Camera nel 1968 e sin da subito si impegnò sul fronte della difesa civile (http://storiaefuturo.eu/i-terremoti-italiani-dopoguerra-protezione-civile/), lavorando a un disegno di legge che già dal 1970 si occupava di “norme sul soccorso alle popolazioni colpite da calamità” (legge n. 996). Quando però avvennero due terremoti dagli effetti significativi, in Friuli nel 1976 (due scosse, 6 maggio e 15 settembre) e in Campania e Basilicata, il 23 novembre 1980, si scoprì che questa legge ancora non aveva i regolamenti attuativi e quindi era inefficace. Fu duro l'atto di accusa che il presidente Pertini lanciò in un appello televisivo dopo aver visitato le zone di Irpinia e Basilicata che non erano state raggiunte prontamente dai soccorsi, e il presidente si chiedeva come mai questa legge si fosse impantanata in Parlamento.

Zamberletti fu nominato commissario straordinario per gestire l'emergenza in Friuli, nel 1976. In quel caso due fattori influenzarono positivamente la gestione dell'emergenza: la presenza nella zona di numerose caserme dell'esercito, con tanti soldati di leva che furono da subito impiegati nel soccorso ai sopravvissuti e nello sgombero delle macerie, e il fatto che il Friuli fosse una regione a statuto speciale, cose che le permise di avere maggiore libertà e autonomia decisionale. I senzatetto furono ospitati nelle strutture ricettive della costa adriatica e potevano quotidianamente fare i pendolari per tornare nei propri paesi distrutti e seguire le operazioni.

Sulla scia della buona esperienza friulana, Zamberletti fu chiamato in causa dal governo Forlani anche dopo il sisma del 23 novembre 1980. Le dimensioni della catastrofe erano maggiori, la zona colpita molto più vasta così come era maggiore la massa di senzatetto da assistere. In questo caso i soccorsi non furono rapidi, i grandi convogli dell'esercito si mossero male nelle vie di accesso all'appennino campano e lucano, tenendo anche conto che molte strade e ponti erano crollati. Per arrivare alla nomina di Zamberletti, inoltre, bisognò aspettare 48 ore; il terremoto era avvenuto di domenica, il consiglio dei ministri si riunì il lunedì e solo dal martedì, il 25 novembre, Zamberletti fu operativo e prese visione della situazione nelle zone terremotate. Ora il capo dipartimento della Protezione civile è in grado di riunire l'unità di crisi nel giro di pochissime ore.

I mesi che seguirono alla scossa di novembre in Irpinia furono mesi di convulse attività, con tante criticità da gestire e numerose pressioni. Zamberletti tentò di applicare lo stesso modello organizzativo del Friuli, proponendo il “piano S”, come sgombero, per spostare i senzatetto sulla costa. Ma i terremotati non accettarono questo piano, vista anche la distanza dai villaggi costieri. Allora Zamberletti avviò una lunga e metodica fase di ascolto delle comunità terremotate, stabilendo un rapporto diretto coi sindaci ma non rifiutando nemmeno il confronto con le assemblee dei terremotati e dei volontari, che avevano creato i “comitati popolari”. L'idea che sbloccò la confusione iniziale fu quella di gemellare ogni comune terremotato a una regione, provincia o città metropolitana, ma anche alle altre nazioni, in modo da razionalizzare gli interventi dei volontari che stavano arrivando in maniera cospicua nelle zone colpite portando ingenti quantità di beni di prima necessità. Inoltre, ad ogni sindaco il commissario affiancò un generale dell'esercito per coordinare gli scavi, la rimozione dei cadaveri e delle macerie, la collocazione delle tendopoli e delle mense da campo.

Il piglio decisionista e la grinta del commissario gli valsero anche qualche critica, in particolare da alcuni politici locali che vedevano in parte minacciata la loro funzione e accusarono Zamberletti di aver posizionato il suo commissariato a Napoli invece che nei capoluoghi più prossimi all'epicentro. L'impegno profuso in Irpinia e la vasta esperienza sul campo gli valsero la nomina a ministro senza portafogli nel 1982; nel frattempo grande emozione aveva suscitato nel giugno 1981 l'episodio di Vermicino, con la caduta in un pozzo del piccolo Alfredino Rampi. Anche se ormai la necessità di una legge per la Protezione civile era un dato di fatto, il percorso di approvazione fu lungo e accidentato e si concretizzò solo nel 1992, per una serie di problemi legati al ruolo istituzionale (la sovrapposizione di funzioni tra il ministro per la Protezione civile e il ministro dell'Interno).

Dal 1992 in poi si sono succeduti vari capi di dipartimento della Protezione civile: Franco Barberi, Guido Bertolaso, Franco Gabrielli, Fabrizio Curcio e Angelo Borrelli. E' cambiata molto la linea di intervento e anche i modi di comunicare, passando dalla centralità che Zamberletti dava al coordinamento delle forze di soccorso e intervento alla linea di “comando e controllo” che il Metodo Augustus ha introdotto negli anni Duemila. Se ad esempio i volontari del 1980 potevano vivere e condividere la realtà dei terremotati, facendo nascere iniziative spontanee e improvvisate, i volontari a L'Aquila nel 2009 erano inseriti in un sistema rigido, nel quale anche le tendopoli avevano regolamenti precisi da rispettare.

Insomma, se è vero che in emergenza non può esserci democrazia, perché bisogna decidere presto e bene, un conto è farlo senza ascoltare i diretti interessati, altro è ascoltare e tornare anche indietro rispetto a decisioni impopolari e inefficaci (quello che Zamberletti fece sullo sgombero in Irpinia). Anche per le polemiche legate a un ruolo ingigantito e abnorme della Protezione civile è intervenuto nel 2018 il Codice della Protezione civile (http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/il_codice_di_protezione_c.wp), un testo unico nato con l'obiettivo di semplificare le norme e renderle più comprensibili, anche con l'obiettivo di una “maggiore consapevolezza dei rischi e alla crescita della resilienza delle comunità”.

Zamberletti ha ricoperto per diversi anni la carica di presidente emerito della Commissione Grandi rischi (http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/commissione_grandi_rischi.wp), anche perché una delle sue intuizioni fu quella di dare spazio alla scienza in un ruolo attivo di supporto alla macchina istituzionale non solo nelle emergenze ma anche potenziando la prevenzione. Nel processo a carico della commissione Grandi Rischi per le rassicurazioni espresse poco prima del terremoto dell'Aquila del 2009 Zamberletti non fu coinvolto perché assente alla riunione incriminata.

Tornando alla prevenzione, è stata questa uno dei pallini di Zamberletti, unita a una consapevolezza matura che fare prevenzione è impossibile senza una cospicua impegno finanziario, senza una lungimiranza politica ma soprattutto senza la coscienza e l'educazione alla cultura della prevenzione dei privati cittadini. Anche l'idea di dare peso e forza al volontariato (http://www.volontariatoepartecipazione.eu/2011/11/solidarieta-e-partecipazione-nelle-emergenze/) , strutturandolo e integrandolo a pieno nel sistema nazionale di Protezione civile, alla lunga si è dimostrata un'intuizione felice e efficace.

Bisogna quindi tener presente, come lezione fondamentale, la definizione di Protezione civile che Zamberletti esprimeva:

“la protezione civile è ogni comune che diventa caposaldo, ogni villaggio che diventa elemento attivo di protezione civile e non solo un’organizzazione centralizzata, meravigliosa, taumaturgica, che piomba sul territorio a salvare la gente quando è in pericolo. È la gente che si aiuta a proteggersi, ed a preservarsi la vita e tutelare i suoi beni” (Alma Pizzi, Se la terra trema, Il Sole 24 ore edizioni, 2006).

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Mercoledì 22 Novembre 2017 10:15

SUSSULTI. Storie di terra e umanità

In una data simbolo, il 23 novembre, a distanza di 37 anni dal sisma del 1980, il Comune di Palomonte vuole ripartire dalla bellezza. A ridare anima e dignità alle macerie, a restituire luoghi e storia alla comunità di questo paese fortemente danneggiato – non tanto da quella terribile scossa ma dalla ricostruzione post-sisma –sarà un progetto dal forte impatto emotivo e culturale: “Sussulti. Storie di terra e umanità”. Prendendo spunto da azioni di rigenerazione urbana divenute modello virtuoso a livello internazionale, come il caso di Tirana e la siciliana “Farm Cultural Park”, l’obiettivo del progetto “Sussulti” sarà quello di far diventare il paese dell’Alta Valle del Sele meta turistica di interesse nazionale, rimarginando con l’arte le ferite del terremoto, dando nuova veste agli scempi architettonici e urbanistici recenti, colorando i principali centri abitati del paese con nuove storie di terra e umanità legate tra di loro dalla speranza e dal desiderio di rinascita.

La storia del ‘900 in ogni strada

Il paese diverrà una quinta per l’esposizione dei diari autobiografici degli italiani, custoditi dall’Archivio di Pieve di Santo Stefano. Le strade, i quartieri, le frazioni del comune avranno un tema portante legato alla storia del Novecento fino ai giorni nostri (La grande Guerra, il fascismo, la rivoluzione industriale, gli anni dell’emancipazione femminile etc.).

Le premesse di una rivoluzione urbanistica e culturale ci sono tutte e saranno presentate nella sala di rappresentanza del Comune giovedì 23 novembre alle 16 alla presenza di personalità illustri e futuri partner del progetto. All’evento, coordinato dal giornalista de “Il Fatto Quotidiano” Antonello Caporale, parteciperanno: il sindaco di Palomonte Mariano Casciano, Natalia Cangi, direttrice dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, Erasmo D’Angelis della struttura di missione “Italia Sicura” della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Franco D’Orilia, presidente della Fondazione MIdA, Corrado Matera, assessore regionale allo Sviluppo e Promozione del Turismo e Maria Rita Pinto, docente di Tecnologia dell’Architettura dell’Università di Napoli “Federico II”. Concluderà l’incontro Evelina Christillin, presidente dell’Ente Nazionale per il Turismo.

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Lunedì 31 Luglio 2017 14:34

Cronache dal Doposisma

Al Palazzo dello Jesus ad Auletta (Salerno) è aperta la mostra dell'Osservatorio sul Doposisma, visitabile dal giovedì alla domenica, dalle 15 alle 19. E’ gradita la prenotazione al numero 0975 397037.

 

“La natura non conosce catastrofi”, diceva Max Frisch, scrittore svizzero. La natura segue il suo corso, a volte con sorprese meravigliose, altre volte con esiti spaventosi. Il terremoto è un evento naturale, sono le azioni dell'uomo a renderlo catastrofico nei suoi effetti.
L'Osservatorio sul Doposisma della Fondazione MidA, è un piccolo gruppo di lavoro che ha come obiettivo produrre documenti e analisi utili alla discussione e al dibattito, riannodando il filo della memoria degli eventi passati con le urgenze dettate dal presente e le suggestioni poste dal futuro.
Ha preso in considerazione nel corso degli anni quello che avviene dopo un sisma, attivando un “sismografo sociale” per descrivere le trasformazioni e le persistenze che interessano una comunità colpita da un terremoto.
L'inatteso arrivo di un sisma sospinge un territorio in una sorta di tabula rasa, sulla quale bisogna essere capaci di disegnare il futuro di una comunità, reagendo ai lutti e alle distruzioni e investendo tutte le energie a disposizione. Spesso, però, questa ripartenza ha messo all'opera speculatori, approfittatori e interessi. Indagare il doposisma può quindi aiutare a evitare gli errori del passato
Il lavoro di indagine dell'Osservatorio sul Doposisma si è concretizzato attraverso vari dossier di ricerca: “Le macerie invisibili” (2010), La fabbrica del terremoto. Come i soldi affamano il Sud (2011), Lucantropi (2012), Energie dalla terra (2016) e i documentari Irpinia anno 30 d. T. (2010) e “La Basilicata nel cellulare. Memorie dal terremoto e sogni di petrolio” (2012).
Inoltre abbiamo immortalato cosa è restato e come si viveva nei paesi terremotati campani e lucani, grazie all'obiettivo di Francesco Fantini, nel 2002. Sono le foto che potete osservare in questa sala.
Abbiamo anche ospitato le foto di Daniele Lanci sul doposisma a L'Aquila dopo il 2009 (“Una notte in Italia”) e abbiamo lanciato un concorso per vignettisti che chiedeva di disegnare un bozzetto della moneta da 1 euro che avesse come tema le ricostruzioni italiane (“La satira investe nella ricostruzione”, 2010).
Si può anche intraprendere un viaggio negli effetti e nelle caratteristiche dei terremoti italiani nel corso dei secoli grazie ai Terragiornali, che illustrano in forma di brevi cronache, in forma di breaking news, i vari eventi sismici avvenuti in Italia dall'antichità fino ad oggi.
Le cronache dal doposisma sono quindi un percorso nella storia e nei luoghi che hanno conosciuto il terremoto e i suoi effetti, e nel caso italiano questo vuol dire quasi tutto il territorio nazionale, per riflettere sul fatto che la natura continuerà a seguire il suo corso, ma l'uomo può e deve conoscere e adeguarsi a quelle regole, rispettandole e ponendosi in simbiosi con esse.

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Martedì 22 Novembre 2016 15:37

Ogni 23 novembre

Stefano Ventura

Spulciando tra le cartelle virtuali del mio computer ho avuto modo di passare in rassegna le tante immagini raccolte nel tempo a proposito del terremoto del 1980; serviva a cercare qualche foto di corredo a un articolo in uscita il 23 novembre su Lavoro Culturale (www.lavoroculturale.org/Sismografie).

Il deja-vu è stato quello di indovinare quale paese era protagonista delle macerie delle varie foto e pensare oggi a quegli stessi angoli e scorci. Già questo esperimento, da solo, rende evidente la portata di distruzione di quel sisma, quello al quale ho dedicato anni interi di studio e di ricerca.

Nei mesi scorsi varie scosse hanno coinvolto altre regioni italiane, posti bellissimi sono stati sconquassati e buttati all'aria dall'ospite inatteso col quale conviviamo da secoli e col quale ancora non abbiamo imparato a fare i conti.

Mi è capitato di confrontarmi di persona, telefonicamente o virtualmente con giornalisti, tecnici o ricercatori che stanno ragionando su cosa è successo nelle zone terremotate dopo le scosse del 24 agosto e del 30 ottobre, aprendo paralleli con la sera del 23 novembre 1980 e quei 90 secondi di tremito tellurico. Sembra che chi possiede un minimo di conoscenza sull'argomento debba dare risposte definitive, come un oracolo, su cos'è il terremoto, come si ospitano i senzatetto, come ricostruire bene e come si evitano gli scandali e le ruberie. E' la ricerca spasmodica della rassicurazione dell'esperto da ingerire come un ansiolitico per far passare la paura.

Ma chi può avere risposte rassicuranti e definitive? Altre domande che ho ascoltato chiedevano di sapere al centesimo quante lire o euro erano state spese per la ricostruzione in Irpinia e Basilicata. Anche qui la complessità della risposta non era soddisfacente, non si adattava bene a un tweet o a un post di Facebook.

Mi è capitato di ascoltare decine e decine di racconti sul terremoto, sulla terribile notte del 23 novembre, sul dolore della perdita di persone care e luoghi familiari, sulla rabbia dei lunghi anni di prefabbricati e lavoro promesso e sperato, su risultati architettonici e urbanistici estranei ai propri valori. E' tutto troppo complesso, è una dimensione più intima che pubblica e non trova, infatti, segni tangibili che ci aiutino a commemorare (musei veri, archivi, progetti di sensibilizzazione e tutela).

 

L'altra sensazione forte, in questo anniversario, riguarda il destino del nostro Appennino. Dobbiamo capire cosa farne, dei nostri piccoli paesi, se li riteniamo una risorsa o un peso, se la popolazione che vive sulle montagne italiane (11 milioni di persone) ha la stessa dignità di chi vive a Roma, Milano, Napoli, Torino e se gli si deve prestare attenzione o ignorare il grido soffocato di disperazione quotidiana. La mappa dei terremoti più recenti degli ultimi 50 anni coincide quasi perfettamente con la mappa del disagio demografico e civile. Per questo “il modo migliore di ricordare i morti è pensare ai vivi”.

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Su DOPPIO ZERO, Vito Teti scrive una riflessione molto interessante sulle conseguenze che un terremoto ha su una comunità, sul senso dei luoghi e delle rovine, sull'eterna diatriba tra il riproporre l'esistente oppure guardare al nuovo.


IL TERREMOTO, LA RICOSTRUZIONE E L'ANIMA DEI LUOGHI

di Vito Teti

uscito su www.doppiozero.com il 6 settembre 2016

1.

 

«Ai luoghi ormai non si rivolge più l’ascolto silenzioso e devoto in cerca della verità, ma la curiosità mobile e ciarliera, assetata di sempre nuovi spettacoli. Il luogo non è più una voce enigmatica ma veritiera, ma un oggetto su cui lasciare correre uno sguardo superficiale». Mi è tornata spesso in mente, in questi giorni tristi di terremoto, lutto e catastrofe, la riflessione di Giovanni Ferraro, uno dei più grandi e originali studiosi di luoghi. Forse perché racchiude il paradosso che i luoghi dell’interno, i paesi nostri dell’Appennino, e i piccoli paesi di tutto il mondo, conoscono: l’indifferenza per il loro destino o per la loro morte unita a una nuova metafisica del luogo. Occorre opporsi a questa prospettiva che coglie i luoghi in una sorta di astorica immobilità. Quando parliamo di anima dei luoghi e di sentimento dei luoghi, è bene ribadirne la storicità, la necessaria e costitutiva mobilità, anche in rapporto alla nostra mobilità.

 

Oltre questa metafisica, nei luoghi si stabiliscono legami complessi, mutevoli, si stratificano e si trasformano relazioni, affetti, discorsi, si organizzano scambi con l’esterno. Per quanto delimitabile e conoscibile, il luogo antropologico non è mai, neanche nelle società primitive e tradizionali, chiuso. Non esiste luogo antropologico se non in relazione a spazi esterni, anche quando vissuti come pericolosi e minacciosi. Ernesto De Martino ha scritto pagine fondamentali sull'angoscia, il senso di smarrimento e di paura che colpiva le popolazioni calabresi e meridionali quando si allontanavano dal campanile del loro paese. Il forte senso di radicamento, la paura di perdersi, la nostalgia del luogo sono caratteristiche di comunità che pure avevano una storia secolare, sia pure difficoltosa, di scambi e rapporti con il mondo esterno. Il luogo è tale soltanto perché vi sono delle persone che lo considerano il loro luogo e perché lo abitano, lo popolano, lo vivono, lo modificano interagendo con esso. Il luogo è anche le immagini che ne ereditiamo. Il luogo ha una storia. Il luogo ha un senso, ci sente, ci avverte. Ci condiziona, talvolta ci possiede.

 

Ogni discussione e riflessione sulla ricostruzione, allora, non può eludere il fatto che il luogo antropologico “per eccellenza”, il “luogo sacro” di questa parte del mondo è l’entità geografica, abitativa, mentale, culturale che chiamiamo paese. Accanto alla varietà delle città, segnalata da studiosi di ogni disciplina, c’è la grande varietà e ricchezza dell’Italia dei paesi. I paesi, nelle loro varie manifestazioni e riproduzioni, sono stati i luoghi in cui è vissuta la maggior parte della popolazione mondiale fino a pochi anni fa. Il paese, la provincia, il centro urbano con forte tradizione e sensibilità comunitaria caratterizza i piccoli paesi, spesso villaggi di poche centinaia di persone, agglomerati di poche famiglie – che si sono formati nel tempo per una serie di ragioni storiche, produttive, culturali – sono i luoghi dove si è svolta per secoli la vita degli italiani delle diverse regioni. Anche il più piccolo paese ha i suoi tesori, il suo carattere, la sua unicità di cui gli abitanti vanno orgogliosi. Nel nostro Paese, quella che con buona approssimazione chiamiamo identità si è spesso strutturata anche in rapporto con una ricorrente storia di terremoti e di disastri e con i modi di affrontarli sia a livello realistico che simbolico e culturale. Quasi tutte le regioni italiane presentano una storia di catastrofi, abbandono, ricostruzione che è necessario soltanto ricordare sia pure brevemente per meglio capire il senso dell’attuale dibattito.

 

I disastri, soprattutto i terremoti, mettono di fronte a un prima e a un dopo. Nulla sarà più come prima tra i superstiti che si aggirano tra le macerie e che, appena preso atto del disastro, si chiedono cosa è accaduto e cosa accadrà di loro, se la loro vita avrà ancora un senso e un tempo, e dove. La decisione se ricostruire in loco o altrove, l’opzione tra il ricostruire «dov’era come era» (l’espressione, come ricorda Tommaso Montanari, viene adoperata nel 1902 per la ricostruzione del campanile di Venezia) e tra «dove non era e come non era» (anche se esistono scelte intermedie e spesso mai compiute e mai definitive) vede in campo gruppi sociali, proprietari terrieri, borghesi, Chiesa, popolazione portatori di interessi raramente comunitari e soltanto particolari. La ricostruzione, che dura decenni o a volte non viene mai ultimata (ancora sono evidenti i resti delle baracche dei terremoti in Calabria del 1905, 1907, 1908), più che riorganizzare la comunità tradizionale è all’origine di divisioni e conflitti che segneranno la vita sociale, religiosa, urbanistica e culturale del nuovo paese, sia ricostruito in loco sia trasferito altrove, «delocalizzato», come si dice oggi con espressione letteralmente priva di senso. In passato per decenni gli osservatori incontravano persone apatiche, melanconiche, indifferenti, litigiose, in conflitto a causa di una catastrofe che non passa e che modifica spesso il paesaggio, i rapporti sociali, le attività produttive e lavorative.

 

Nei luoghi di maggiore abbandono, forse proprio grazie a un allontanamento di abitanti che hanno protetto più che distrutto i resti del passato, ancora si conservano, si nascondono e affiorano sempre più numerose, e a volte imponenti, le rovine prodotte dal tempo (ma le rovine non sono mai un prodotto del tempo, hanno bisogno delle scelte degli uomini), i resti archeologici delle diverse civiltà e culture che ha conosciuto la regione. Accanto alle centinaia e centinaia di luoghi e città di cui si conosce l’abbandono nell’antichità, di borghi e paesi che vengono abbandonati dal medioevo ai nostri giorni, vi sono, nell’Italia dell’interno, paesi del tutto scomparsi, sommersi, di cui non esiste più traccia, di cui non abbiamo memoria. Alle città visibili, ai ruderi, alle rovine, ai luoghi senza segni apparenti di storia e di vita corrispondono molto spesso città sotterrate non sempre visibili, non ancora emerse, ancora sepolte, frammenti, schegge, resti e memorie di universi abitativi sommersi.

La rovina è il segno tangibile, materiale, inequivocabile e più evidente dell’abbandono. La testimonianza di qualcosa che c’è stato e non c’è più. Assieme alle rovine, ad attestare la paura e il terrore del sisma, i suoi effetti devastanti e distruttivi, rimangono soprattutto modi di dire, tradizioni orali, culti, riti che spesso sorgono proprio all’inizio della catastrofe o subito dopo. Tante processioni, che ogni anno vengono ripetute nel Sud, ricordano, anche a distanza di secoli, gli effetti del terribile flagello interpretato come castigo divino o come punizione per una colpa. La funzione rammemorante dei riti però viene meno nell’arco di due-tre generazioni, con la scomparsa degli ultimi sopravvissuti o dei figli e nipoti che ne hanno raccolto i racconti, e anche i riti di espiazione e ringraziamento diventano elementi di una ritualità e di una religiosità che non ammoniscono e non ricordano. Resto sempre stupito nel sentire anche persone giovani e acculturate che non sono al corrente dei continui e ripetuti terremoti che hanno più volte distrutto la propria comunità.

 

La memoria collettiva finisce presto se non viene alimentata, rinnovata, coltivata. Emanuela Guidoboni, una delle maggiori esperte di storia dei disastri sismici (in una intervista a “Repubblica” di questi giorni), suggerisce anche di mettere «nella piazza di ogni paese e città a rischio un grande e stabile cartellone con i dati della Mappa di Pericolosità, una sorta di inizio d’attenzione. Poi da lì procedere alla valutazione degli edifici, coinvolgendo i proprietari, gli abitanti, dando loro un protagonismo nuovo, facendo crescere una democrazia di base, che oggi su questo argomento non c’è. Anzi, nel sentimento diffuso della gente questi sono temi per pochi esperti. Invece è vero proprio il contrario. Le cose cambieranno quando i cittadini si sentiranno responsabili e coinvolti». E la memoria e la consapevolezza di una storia di abbandoni e di ricostruzioni possono certo tornare utili nel dibattito attuale che, finalmente, sembra vedere diversi soggetti in campo, a cominciare dalle popolazioni colpite, concordi in una ricostruzione all’insegna del «dov’era come era».

 

Sembrano, infatti, non avere dubbi gli abitanti di Amatrice, Arquata, Pescara del Tronto e degli altri paesi distrutti e cancellati dal terremoto. A sentire le loro prime sommesse e dolenti voci, l’intenzione è quella di «restare» nei luoghi in cui sono nati e vissuti, anche se ridotti in macerie, e di non spostarsi altrove, nemmeno in posti vicini. La vicenda dell’Aquila e della dispersione della città hanno inciso sulla resistenza tenace a qualsiasi proposta di ricostruire altrove. Ma certamente in questa scelta di «restanza», in nome di un’appartenenza e di un radicamento al luogo inteso in senso antropologico, gioca un ruolo non secondario il recente affermarsi di una sorta di «resilienza ai disastri» e – bisogna auspicarlo e sperarlo in questo caso – il rifiuto di modificazioni traumatiche e anche di scelte assistenziali e di interventi imposti dall’alto e quasi mai portati a buon termine. Le catastrofi hanno costituito nel nostro Paese, come ricordavano Alvaro e Piovene tanti anni fa, e come cinicamente si dicevano i due imprenditori che si telefonavano nella notte della distruzione dell’Aquila, una grande occasione su cui hanno fatto fortuna i gruppi dirigenti e di affari, mentre per le comunità e le popolazioni colpite quasi sempre hanno significato lacerazione, dispersione e, alla lunga, fine della stessa comunità.

 

2.

 

Non è facile decidere se e come abbandonare un luogo, dove e come ricostruire: l’abbandono spesso è necessario, altre volte è un’occasione per chi decide e governa, viene incoraggiato e promosso dall’alto. Dopo le infelici ricostruzioni in Calabria a seguito delle alluvioni del 1951 e 1971 e quelle dell’Irpinia, dopo il terremoto del 1980, in Italia sembrava lentamente affermarsi l’idea di ricostruire come era e dove era, in realtà la vicenda dell’Aquila (da ricordare quella meno nota di Cavallerizzo in Calabria: rinvio al mio New town, retoriche e abbandoni. Dieci anni dopo la frana di Cavallerizzo, Doppiozero, 2015) ha contribuito, tra l’altro, a portare molto la riflessione sul “senso dei luoghi”, dell’abitare, del ricostruire. Le new town hanno riguardato insediamenti nuovi e stabili per i terremotati, a notevole distanza dalla città (con effetti di degrado nel paesaggio e impulsi speculativi ecc.), svuotando la città storica (che per altro conosceva un certo spopolamento prima del terremoto). Oggi l’Aquila (come ricorda Emanuela Guidoboni) è un cantiere in grande attività, privo di popolazione, e non si sa chi andrà ad abitarla e quando. Nei tempi lunghi gli scenari sono imprevedibili. Non è difficile immaginare che saranno poi le new town di oggi a svuotarsi, ed essendo state costruite con poderosi blocchi di cemento armato molto costosi anche da demolire, rimarranno come un monumento alle devastazioni, alle incompiutezze, alle macerie, alle rapine di questi ultimi decenni.

 

Il «dov’era come era» non va, tuttavia, ripetuto in maniera liturgica. È un impegno complicato da assumere, una scelta che va problematizzata e contestualizzata senza ideologismi. Uno dei più famosi esempi di ricostruzione (molto ben documentato) del «dove non era e come non era», di spostamenti di siti e di nuovi impianti urbanistici ci arriva, come rileva Emanuela Guidoboni (La catena dimenticata delle distruzioni e delle ricostruzioni, Italia dei disastri, 2013) in epoca moderna ci arriva dalla Sicilia orientale colpita nel 1693, il 9 e 11 gennaio, da due violenti terremoti che distrussero oltre 70 località, e atterrarono o danneggiarono estesamente città come Catania, Siracusa, Scicli, Ragusa Gli spostamenti di vari paesi vennero decisi dal governo spagnolo, che tenne conto degli interessi dei grandi proprietari locali nel realizzare un vasto piano di ricostruzione con città riprogettate con nuove simmetrie e nuove geometrie, che diedero luogo anche a utopiche città ideali o «perfette» (come la ricostruzione di Grammichele, in provincia di Catania). Dall’estesa ricostruzione di città e paesi della Sicilia orientale, che durò per decenni, nacque il barocco siciliano, oggi patrimonio dell’umanità, ma quell’area presenta caratteri di fragilità e vulnerabilità, di cui all’epoca non si tenne conto.

 

Una diffusa e anche innovativa costruzione di «città nuove» in siti diversi da quelli originali si realizza in Calabria meridionale dopo i cinque catastrofici terremoti del febbraio e marzo 1783. Il disastro divenne un’occasione, grazie a un ministro illuminato e al clima riformatore dell’epoca, per una nuova distribuzione delle risorse, soprattutto della proprietà terriera in buona parte in mano ai baroni e alla Chiesa. Il progetto prevedeva, tra l’altro, lo sviluppo di aree da secoli ai margini della vita sociale ed economica del Regno di Napoli. Il disegno delle nuove planimetrie mostra città a forma di stella oppure ortogonali, con strade larghe e costruzioni concepite dentro simmetrie e misure fino ad allora sconosciute nella regione. Questo modello venne applicato nel corso dell’Ottocento. Nacquero «città ideali» come Filadelfia, con richiamo esplicito a tradizioni utopistiche e a costruzioni della Filadelfia di America.

 

Ma l’intento di riassorbire le distruzioni e le lacerazioni del tessuto sociale, come Augusto Placanica ha estesamente scritto (Il filosofo e la catastrofe, 1985) fallì per la permanenza delle strutture feudali, l’esosità del sistema fiscale centrale, la debolezza dello Stato centrale nei confronti del potere baronale ed ecclesiastico. Le ricostruzioni furono lunghe e in molti casi non vennero compiute: per più generazioni tanta gente rimase in baracche o in dimore precarie e provvisorie. Il «non finito» calabrese, che oggi assume aspetti devastanti e va legato ad altri fenomeni geo-antropologici, comincia in quel periodo nella Calabria Centro-meridionale, e sarebbe continuato con le ricostruzioni dopo i terremoti del 1894, 1905, 1907, 1908 (e con quelle successive alle frequenti frane e alluvioni che provocano molto spesso abbandono di paesi). Anche il cosentino e le altre aree della regione subiscono nel tempo una martellante azione sismica sul suo patrimonio edilizio. Una storia regionale di continue riparazioni e di precarietà che ha segnato la mentalità delle popolazioni.

 

La lunga storia di terremoti e di ricostruzioni in quasi tutte le regioni d’Italia suggerisce di valutare accuratamente le diverse realtà: in base ai desideri della popolazione, a considerazioni di sicurezza geologica, alla memoria storica del sisma, all’ambiente e anche alle economie e alle culture dei luoghi.

Questa storia mostra anche che ricostruire «come era e dove era» comporta sempre una grande responsabilità. Ricostruire ad esempio in zone sismiche e a forte rischio-idrogeologico, dove paesi e città sono stati più volte distrutti e ricostruiti nell’arco di quattro-cinque secoli, richiede un supplemento di impegno e di competenze. Certo oggi non si ricostruirebbe più con materiali di riporto, “riusando” l’antico, ma con materiali di qualità e tecniche edilizie accurate, realizzate secondo le “regole del ben costruire”, e magari con attenzione a diversi accorgimenti antisismici. Si tratta, talvolta, di mettere in discussione almeno il «come era» che spesso non era né sicuro né comodo, né bello né gradevole e che forse non piace nemmeno a chi intende restare, ma in modi nuovi e in spazi ripensati e riorganizzati dopo il grande caos edilizio e le grandi e piccole speculazioni. In fondo non si può mai ricostruire come era. E se è possibile “recuperare” palazzi, chiese, piazze non è detto che tutto merita di essere recuperato; e in questo senso la ricostruzione può servire a cancellare scempi precedenti e che poi hanno contribuito al crollo. L’esempio del Friuli, dopo il terremoto del 1976, da questo punto di vista sembra, davvero, istruttivo. Nei luoghi del terremoto, paese per paese, zona per zona, a seconda dei danni e del carattere del territorio, la gente valutava e decideva (non sempre in maniera uniforme, con posizioni e ragioni diverse e spesso anche fortemente contrapposte) se ricostruire in loco o altrove e con quali materiali e tipologia abitativa, suggerendo e proponendo innovazioni.

 

Nella decisione di dove e come ricostruire, è necessario porsi il problema del futuro delle comunità, valutando la struttura produttiva e le dinamiche demografiche dei territori. Nell’Umbria i piccoli borghi di montagna, distrutti dopo i terremoti del 1979 e del 1997, sono stati ricostruiti com’erano, al meglio, belli e gradevoli, e tuttavia, a causa dell’assenza di servizi, in un contesto di progressivo abbandono, sono oggi quasi spopolati e non abitati. Cosa farebbero gli abitanti di Arquata lontano dalle terre, dai boschi, dai prati dove mantengono un’economia agricola e pastorale? Corrado Stajano ha scritto pagine molto belle sul caso di Africo, abbandonato dopo l’alluvione del 1951 e rifondato sulla costa senza che gli abitanti contadini riuscissero a diventare pescatori.

 

La ricostruzione e la prevenzione avrebbero bisogno di una nuova consapevolezza e di nuove politiche per la montagna e per le aree interne. Che non sia quella delle grandi opere che isolano, distruggono, cancellano. Forse la scommessa, oggi, è investire sulla memoria, sulla propria storia, su una nuova idea dell’abitare e dell’esserci nei luoghi. Un coinvolgimento democratico e dal basso, con una base di informazioni scientifiche e storiche, controllabili e non tendenziose, è altrettanto necessario nei mille luoghi a rischio sismico. Un'altra idea di sviluppo, che coniughi progettualità, sostenibilità e lavoro per giovani tecnici, laureati, maestranze da impegnare in quella che a parole è la nostra grande ricchezza: il paesaggio, le bellezze, l'arte, i centri storici, i siti archeologici da salvare, il cibo, i beni immateriali, una tradizione alta di socialità e convivialità.

Ne hanno bisogno i paesi che, tutto l’anno, non immobili ma aperti al mondo, ai ritorni e ai nuovi arrivi, provano a resistere. E non sempre ce la fanno.

 

 

3.

I luoghi non solo si spostano, si modificano, si trasferiscono. I luoghi possono, come ci insegna la storia recente, anche morire. C’è un rischio immanente alle civiltà, come alle culture, alle storie: ed è la loro fine. I conflitti in corso e il recente terremoto ci ricordano che in qualche modo i luoghi possono morire per sempre. Cosa possiamo fare allora, senza affidarci unicamente agli interventi e alle iniziative dall’alto che non arrivano mai?

Dicono gli studiosi che i luoghi stanno scomparendo. E noi ne abbiamo quotidiana conferma. Intendiamo i luoghi antropologici, i luoghi abitati e riconosciuti, i luoghi con un centro, i luoghi sacri. Nell’epoca della mondializzazione e della globalizzazione, secondo molti, i luoghi tenderebbero a scomparire, a dissolversi come centri e come punto di riferimento, come reticoli di relazioni e di storie. Tutti i luoghi del mondo sarebbero uniformi, uguali, anonimi, quasi dei non luoghi. Ma come non esistono i luoghi chiusi, separati, immobili, così non esistono in assoluto i non luoghi. Non ci sono luoghi dove in qualche modo non venga attuata, tentata o inventata una nuova sacralizzazione. Il cristianesimo rifonda il centro con i pellegrinaggi, il culto delle reliquie e dei santi.

 

Gli emigrati ricostruiscono un centro nei nuovi luoghi. Nei paesi doppi della Calabria che nascono lungo le coste disabitate, malariche, anche se con fatica, si afferma un senso del luogo.

 

Se i luoghi non parlano più, è possibile almeno parlare dei luoghi. Ripensare e immaginare una letteratura sui luoghi, che sappia restituirne il segreto, la ricchezza e le sfumature è indispensabile per dare indicazioni anche sulla loro ricostruzione. È anche all’interno di questo diffuso e confuso bisogno di “ritorno” a “piccoli luoghi”, aperti e accoglienti, che resistono e immaginano una diversa presenza e nuove forme di appaesamento; è all’interno di un modo diverso di considerare e di “ri-guardare” la memoria, il passato, il futuro dei luoghi che forse bisogna collocare il dibattito su dove e come ricostruire.

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Giovedì 05 Maggio 2016 14:50

Quarant'anni fa il terremoto in Friuli

Il 6 maggio 1976, alle 21, una scossa del 6,4 della scala Richter colpì vaste zone del Friuli, tra le province di Udine e Pordenone; i comuni più colpiti furono Gemona, Venzone, Bordano, Artegna, Buia, Osoppo e Folgaria. A questa scossa il 15 settembre dello stesso anno ne seguì un’altra (6.1 scala Richter); in totale, i morti furono 939, i senzatetto circa 80 mila.

L’arrivo dei soccorsi nel caso del terremoto friulano, fu più celere poiché circa 18 battaglioni dell’esercito si trovavano nell’Italia nord orientale; quei militari e quelle caserme che avevano subìto danni minori si mobilitarono prontamente per portare soccorso alle popolazioni.

Il presidente del consiglio Moro e il ministro dell’Interno, Cossiga, decisero di affidare urgentemente al sottosegretario alla protezione civile, Zamberletti, il ruolo di commissario straordinario per l’emergenza. Zamberletti decise allora di creare dei centri di coordinamento comunali e di zona, affiancando ai sindaci gli ufficiali dell’esercito.

Dopo la scossa i senzatetto avevano trovato rifugio nei vagoni ferroviari, nelle tendopoli, nelle roulotte. I friulani lanciarono lo slogan “dalle tende alle case”, sperando di poter presto ricostruire o riparare le proprie abitazioni; nel frattempo si erano scelte le case prefabbricate e non le baracche per la fase transitoria.

La scossa di settembre, che aveva causato nuovi danni e rallentato di nuovo il ripristino della normalità, convinse il commissario, che era stato rinominato dopo un periodo di interruzione e un cambio di governo (da Moro ad Andreotti), a optare per l’arretramento dei senzatetto nelle località balneari della costa. La poca distanza permetteva anche a chi voleva riavviare la propria attività, ma anche agli agricoltori e agli operai, il pendolarismo, in modo tale da non subire del tutto l’estraneità dai luoghi d’origine. Intanto erano disponibili anche le aree di insediamento provvisorio e si mise in moto il recupero edilizio degli edifici che avevano subìto danni minori.

Gli evacuati furono 26.520 e furono ospitati in 5 centri balneari e nella località montana di Ravascletto.

Dal punto di vista legislativo e di indirizzo, il decentramento delle responsabilità a favore della Regione e degli enti locali, comuni in primis rappresentò una novità, anche perché il Friuli Venezia Giulia godeva anche dei privilegi di regione a statuto speciale.

Rispetto alle emergenze in Belice e in Irpinia, ci furono alcuni fattori che influirono positivamente sulla gestione dell'emergenza in Friuli:

1) la cospicua presenza militare nell’area;

2) la presenza di buone vie di comunicazione;

3) Udine, la città capoluogo di regione, non fu colpita;

4) la presenza di alberghi e conseguentemente la disponibilità immediata di numerosi posti letto per ospitare i senzatetto.

Nel caso friulano, quindi, nonostante l'assenza di un sistema organizzato di Protezione civile, la struttura commissariale guidata da Zamberletti da un lato, e il decentramento decisionale che rese protagonisti Regione e comuni permise una gestione più efficace dell'emergenza e poi della ricostruzione.

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Domenica 22 Novembre 2015 13:03

35 anni di lenta e difficile rinascita

di Stefano Ventura

Il 23 novembre segna l'anniversario del terribile terremoto che una domenica sera portò via 2914 irpini, campani, lucani e sconvolse la vita a centinaia di persone. Sono passati 35 anni, un periodo tale da poter considerare alle spalle la ricostruzione, ma che non ha certo sanato ferite profonde, tra contraddizioni, errori e progetti più o meno riusciti.

Come ogni anniversario, la commemorazione può e deve servire per ricordare e per valutare il percorso compiuto; molti preferiscono il ricordo privato, la dimensione intima del dolore, ma a livello pubblico bisogna interrogarsi su come le comunità interpretano e mantengono traccia di cosa è successo, degli errori e delle cose buone.

Sulla memoria del terremoto è uscito un recente saggio in un libro che parla di disastri dal punto di vista etnografico e sociologico. Di certo si alternano diverse opinioni, da quelle di chi dice: “Ancora a parlare di terremoto?” a chi grida allo scandalo totale gestito dai soliti intrallazzatori, fino a chi candidamente pensa che non sia successo niente, anzi, la ricostruzione sia stata un toccasana.

La cosa più evidente è l'assenza di forma e sostanza nel tutelare e trasmettere il ricordo, le testimonianze e i dati relativi a quell'evento e alla ricostruzione. Nessun memoriale, ovvero tanti piccoli luoghi disseminati e sporadici, nessun progetto collettivo e a lungo termine, nessun discorso interpretativo che possa essere fatto proprio dai sopravvissuti e da chi è rimasto.

Oggi l'Irpinia (mi limito alla zona più colpita, che conosco relativamente meglio) è un'area in forte decrescita demografica, con una popolazione dall'età media alta e con gli enormi problemi delle aree appenniniche marginali. Da diversi mesi di parla di un Progetto Pilota che possa dare respiro e rilancio, a partire da quattro capisaldi (scuola, sanità, trasporti e sviluppo, http://www.dps.gov.it/opencms/export/sites/dps/it/documentazione/Aree_interne/STRATEGIE_DI_AREA/Bozza_della_strategia/bozza_strategia_alta_irpinia.pdf).

Sembra un percorso obbligato, quello di confrontarsi tra amministrazioni e “portatori di interesse” per trovare una parvenza di progetto comune da perseguire.

Alcuni tentativi, anche ben riusciti, hanno portato quest'area all'attenzione di una platea più ampia, nazionale; uno dei libri candidati al premio Strega, il “Paese dei Coppoloni”, è una specie di poema epico di queste terre, un incrocio tra mito popolare e legame con la terra e le radici. Capossela ha organizzato per il terzo anno lo Sponz Fest, con numeri e contenuti di ottimo livello.

Per contrasto, quelle stesse zone sono al centro di recente di un allarme reale sul legame tra minacce malavitose e eolico. La minaccia delle trivellazioni, a poca distanza dalle vigne dove si producono vini che hanno buoni risultati sul mercato, è un'altro controsenso da sciogliere.

Ci sono anche segnali che andrebbero analizzati sull'identità irpina, visto che ci sono espressioni della società che provano ad affermarsi per difendere il territorio (termine del quale si fa uso e abuso). Cito solo un tentativo, quello di alcuni ragazzi che hanno formato un'associazione che si chiama “Io voglio restare in Irpinia” (https://www.facebook.com/iovogliorestareinirpinia/?fref=ts). Questi ragazzi, in gran parte, non hanno però vissuto gli anni dell'infamia di essere terremotati assistiti e approfittatori di fondi statali, agli occhi dell'opinione pubblica nazionale, e anche questo è un punto interrogativo aperto.

Più semplicemente, la data del 23 novembre serve a ricordare e riporta anche a un pensiero primitivo, il rapporto tra l'uomo e la terra sulla quale vive, l'ambiente che lo accoglie e le forme sociali che servono a renderlo ospitale e che riempiono di senso il termine comunità: noi dovremmo ricordarci di essere una comunità ferita e guarita da uno squarcio durato 90 secondi, una sera di novembre di 35 anni fa.

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Domenica 28 Settembre 2014 13:32

La fabbrica del terremoto (aggiornamento 2014)

Nel 2011 abbiamo presentato il dossier "La fabbrica del terremoto. Come i soldi affamano il Sud", con una ricerca dell'Area Research del Monte dei Paschi di Siena, uno studio di Teresa Caruso sulla comunità di Caposele (Avellino) e un quadro sulla situazione delle aree industriali.

Oggi, dopo altri tre anni di crisi economica locale e globale, Stefano Ventura ha aggiornato la tabella delle aree industriali della legge 219, con il numero degli addetti impiegati e delle aziende ancora aperte.

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Il 21 dicembre 2013 il deputato Famiglietti ha richiesto l'impegno del Governo, nell'ambito della legge di Stabilità 2014, a sbloccare i fondi giacenti da diverso tempo destinati al completamento della ricostruzione. Di seguito il testo completo dell'Ordine del giorno:

 

"La Camera, premesso che: sono trascorsi ben 33 anni dal terribile terremoto che il 23 novembre 1980 devastò Irpinia e Basilicata; sulla base dei riparti ex lege 219/81 stratificati nel corso degli anni risultano non ancora liquidato ai comuni il 30 per cento delle risorse stanziate con Delibera CIPE n.37/2006; per gli anni successivi non è stato assegnato un solo euro per il completamento definitivo della ricostruzione; i 225 milioni assegnati e non ancora liquidati a cui si dovrebbero aggiungere altri 300 milioni di euro derivanti dai mutui accesi mediante le finanziarie dei Governi Prodi sarebbero fondamentali per la chiusura della fase di ricostruzione; queste risorse, già presenti nel bilancio dello Stato e bloccate da farraginose procedure burocratiche più volte denunciate dagli amministratori locali, consentirebbero l'apertura di cantieri e una boccata d'ossigeno per l'intero settore edile, uno dei settori chiave dell'economia locale che negli ultimi anni ha visto crollare il numero di imprese e lavoratori; sarebbero risorse fondamentali soprattutto in presenza del patto di stabilità,

impegna il Governo

a sbloccare entro 60 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della presente legge, d'intesa con le amministrazioni interessate, le risorse giacenti ex lege 219/81 finalizzate alla ricostruzione post sisma dei comuni irpini e lucani.

9/1865-A/94.

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