fondazione Mida

Dopo l'emergenza, che ancora non è finita, e in mezzo alle numerose scosse che interessano quotidianamente le zone terremotate dell'Emilia, c'è bisogno di pensare a come ripartire. Giuseppe Morrone, da Modena, ci parla di come la politica debba rendersi protagonista della rinascita, dando la priorità al lavoro e allo sviluppo, favorendo soprattutto la partecipazione dei cittadini e delle forze sociali diffuse.

 

Terremoto in Emilia Romagna: i compiti della politica tra emergenza e ricostruzione

Il terremoto che ha piegato ma non spezzato l'Emilia Romagna, sta mettendo a dura prova la vitalità di un territorio che, negli anni, ha dimostrato di essere all'avanguardia nella creazione di un ricchissimo tessuto di piccole e medie imprese e per gli elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile. Un tessuto industriale fatto di eccellenze e competenze diffuse e che, adesso, per ripartire ha bisogno delle fondamenta: risorse e spazi fisici, in primo luogo.

L'urgenza consiste, senza dubbio, nel dare un tetto ai cittadini delle zone più colpite dal sisma e da questo punto di vista le iniziative sorte per impegno dei gruppi di cittadinanza attiva - che stanno raccogliendo centinaia e centinaia di disponibilità di abitazioni sfitte o stanze inoccupate e offerte calmierate di camper e roulotte - si sposano alla perfezione con l'intenzione del Presidente della Regione Vasco Errani di puntare sul patrimonio abitativo inutilizzato per contrastare l’emergenza; una scelta giusta perché evita di rispondere ad un dramma con ulteriore consumo di suolo e soluzioni improvvisate, come accadde con le new towns abruzzesi, e permette quindi di dedicare tutte le risorse alla ricostruzione, mentre si restituisce un tetto a chi ne ha un bisogno immediato.

Ma non c'è soltanto questo aspetto.

In prospettiva, le maggiori preoccupazioni riguardano: la necessità di restituire dignità alle persone attraverso un lavoro sicuro, qualificato e stabile; la tutela dei cittadini dai tentativi di sciacallaggio che speculano su condizioni già drammatiche; l’intervento per scongiurare il disfacimento del tessuto produttivo e i rischi di delocalizzazione; una risposta rapida nella risoluzione dei problemi nei settori fondamentali della scuola e della sanità giacché molte strutture pubbliche risultano inagibili o deteriorate; la promozione di politiche industriali e sociali che rilancino, ripensino e finalizzino le produzioni; un rapporto equilibrato tra snellimento delle procedure e reintroduzione della logica del controllo pubblico nella definizione di norme per le costruzioni civili e industriali che siano adeguate al mutamento delle cartine sismiche nei nostri territori; il tornare a dare slancio e freschezza agli spazi ed ai significati della socialità e dell'interculturalità; il recupero possibile del patrimonio culturale ed artistico devastato perché storia, memoria, bellezza e cultura di una comunità non possono essere disperse.

Per mettere in campo le risposte adeguate, però, c'è bisogno di un largo processo partecipativo che affianchi le Istituzioni nelle scelte per convogliare le risorse - che giungono e giungeranno dai livelli nazionali e regionali - verso obiettivi condivisi e definiti; nonché di un'attenzione potenziata rispetto a possibili ed inquietanti presenze della criminalità organizzata nel percorso della ricostruzione. Il contributo delle forze sociali e politiche, dell’associazionismo e dei cittadini può essere decisivo e la scelta del decentramento - con il Presidente della Regione nominato commissario e i sindaci dei Comuni interessati dal sisma nominati vice-commissari - va in questa direzione.

Occorre, in sostanza, legare il progetto complessivo della ricostruzione al coinvolgimento diretto delle comunità interessate, ad esempio attraverso l’adozione della legge regionale 3/2010 sulla partecipazione fra gli strumenti da utilizzare, perché la qualificazione della democrazia come metodo inclusivo di governo è un fattore decisivo di garanzia di qualità della ricostruzione, all’opposto di recenti esperienze che hanno fatto dell’emergenza la condizione di sottrazione alle normali regole e controlli, con le conseguenze che tutti conosciamo.

Avrebbe senso, ancora, porsi la domanda su come impostare, nei contenuti, il percorso della ricostruzione.

Ovvero provare a riflettere, pubblicamente, sul nostro modello di sviluppo economico, ambientale e sociale. Dalla messa in sicurezza del territorio quale prima e indifferibile opera pubblica, al porre in discussione la priorità di certe opere infrastrutturali (si pensi, per i territori interessati, all'autostrada Cispadana); dalla promozione di stili di vita sobri e sostenibili, al come garantire piena ed effettiva sicurezza (fisica ed economica) per le persone che lavorano: perché non sono le esigenze del mercato, bensì la sicurezza a rappresentare la prima misura del lavoro.

 

 

Giuseppe Morrone (1984) è nato e cresciuto a Caggiano (Sa). Nel 2003 si è trasferito a Siena dove si è laureato in Scienze della Comunicazione. Dopo la laurea triennale si è trasferito a Modena e si è specializzato in Storia dei conflitti nel mondo contemporaneo, conseguendo la laurea magistrale nell'aprile del 2012 con una tesi sul nesso saperi-lavoro nel pensiero di Bruno Trentin. Ha scritto per il Corriere di Siena, Liberazione, Micromega e L'Unità.

Pubblicato in Chi Siamo
Lunedì 09 Aprile 2012 18:57

Uno studio sulla ricostruzione a Caposele

Gerarda Nesta ha da poco conseguito la laurea per educatori professionali extrascolastici. Ha discusso una tesi di laurea su "Caposele tra sisma e ricostruzione", affrontando attraverso le testimonianze orali un viaggio nei giudizi e nella memoria dei suoi compaesani.

Riportiamo con piacere una piccola sintesi dei suoi studi.

 

CAPOSELE TRA SISMA E RICOSTRUZIONE

Gerarda Nesta

Il lavoro di ricerca è stato svolto sulla ricostruzione di Caposele, comune irpino notevolmente danneggiato dal sisma del 1980. Per ripercorrere la storia di questo paese tra il sisma e la ricostruzione ci si è avvalsi del racconto orale volto a recuperare dati che altrimenti rimarrebbero privi di narrazione e una gamma di sentimenti che il testo scritto non è in grado di restituire.

La scelta dei soggetti e del contesto in cui effettuare le interviste (Caposele e i rappresentanti della comunità) rappresenta quindi il tentativo di raccontare la vicenda del terremoto attraverso strumenti inediti: il punto di vista, l’esperienza e le parole di chi la rinascita e la ricostruzione le conosce bene perché le affronta nella propria quotidianità.

Caposele prima del sisma, conservava le caratteristiche tipiche di paese medioevale mentre oggi è quasi del tutto trasformato, avendo assunto l’aspetto di paesino interno di collina con manifesti i segni del progresso e della civiltà come la frazione di Materdomini sede del Santuario di San Gerardo Maiella, che vanta una storia di quasi 600 anni e dove sono custodite le ossa del santo, protettore delle mamme e dei bambini.

Il Comune irpino che contava 4.077 abitanti nel 1980, è stato dichiarato “disastrato” dal D.L. del 13/2/81 n. 19 per i danni riportati a causa del sisma del novembre 1980. Il Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica valutò infatti in quell’occasione, una percentuale di danni pari all’80%. In quei giorni tutti vollero portare aiuto, comprese la stampa e l’opinione pubblica, a quasi un anno dal terremoto però, molta della presenza nazionale (politica e non) aveva abbandonato il campo: il terremoto diventava una faccenda solo ed esclusivamente dei paesi colpiti e la seguente citazione di un cittadino di Caposele tratta da un giornale locale, indica chiaramente le preoccupazioni di quei giorni:

«Il gemellaggio con un comune come Milano, aveva riempito di gioia e di speranza il cuore dei Caposelesi, dando loro l’illusione che l’industria, la tecnica, l’organizzazione e la forza di una grande città, avrebbe dato sollievo, ordine e forza ad un piccolo paese come Caposele. A distanza di un anno invece, serpeggiava profonda amarezza e delusione in quanto il paese, semidistrutto dal terremoto, non aveva compiuto un solo passo avanti, regnava infatti il caos più profondo con sperpero di danaro pubblico, dilagava l’assistenzialismo e il clientelismo. Non uno studio sull’assetto del territorio, non un piano di ricostruzione, non un tentativo di riconnessione del tessuto sociale ed urbano, non un tentativo di recupero di edifici pubblici e religiosi, non un accertamento serio e responsabile del danno reale al patrimonio edilizio. Una sola consolazione, quella del prefabbricato.

In tale situazione gli interventi del comune di Milano apparirono alquanto discutibili per non dire anacronistici ed in netto contrasto con le distruzioni, le demolizioni, i lutti, la miseria ed il buonsenso. Esso offrì infatti  una piscina olimpionica da un miliardo quando ancora non si riusciva a riattare le case riparabili per mancanza di fondi. Un intervento del comune sul vecchio centro storico, sugli edifici pubblici, su un vecchio quartiere, sarebbe stato più comprensibile e più rispondente alle reali esigenze dei caposelesi. La ricostruzione di un pezzo di città, sia esso un singolo edificio o un aggregato di essi, avrebbe rappresentato infatti la riconquista del “luogo” da parte dei cittadini, la riappropriazione di quegli spazi collettivi in cui essi si sono sempre identificati e verso i quali si sono sempre proiettati, adesso invece l’alternativa era la chiusura nella frustrazione dei ghetti prefabbricati o di insediamenti pseudo-turistici. Un intervento in tal senso poteva pilotare l’intera operazione di recupero e rappresentare un segno concreto di ricostruzione. I caposelesi allora avevano bisogno di una casa e non di piscine o villaggi per ipotetici turisti del futuro, “visitatori” delle loro macerie.»

Nel 1982, con l’ultimo caposelese che riceve il prefabbricato, la fase dell’emergenza vera si concluse. Seguì la così detta “partita della ricostruzione”, alquanto complicata dal momento che Caposele è un comune notevolmente colpito dal sisma, che non possedeva strumenti urbanistici, in zona franosa e con l’ acquedotto a ridosso.

A questo si aggiunse l’attrito tra maggioranza e opposizione e la forte sensazione di sconfitta della popolazione, dovuta al fatto che si stava ampliando al massimo la zona del cratere, più per decreto che per danno vero e che di ricostruzione vera e propria  si vedeva ben poco.

In quel periodo l’amministrazione propose uno strumento urbanistico che prevedeva il recupero del centro urbano e la realizzazione di tre piani di zona con conseguente delocalizzazione delle abitazioni che per motivi urbanistici o di sicurezza non potevano essere ricostruite sul precedente sito. L’impostazione che si intendeva dare al progetto di ricostruzione prevedeva di seguire i punti cardine del vecchio impianto urbanistico tentando allo stesso tempo di rendere il paese più vivibile delocalizzando  circa 700 persone nei piani di zona.

Furono individuati dei punti nevralgici che opportunamente modificati, avrebbero consentito un miglioramento dello stile di vita ad esempio ampliando la piazza antistante la  Chiesa Madre oppure costruendo dei portici lungo il corso principale del paese. La minoranza che appoggiava un’idea della ricostruzione detta del “là dov’era e così com’era”, si oppose duramente a tale idee di rinnovamento accusando la maggioranza di voler svuotare il paese e vi fu uno scompiglio tale da generare un importante sgretolamento nell’amministrazione che condusse al commissariamento del comune. Venne quindi approvato e consegnato un nuovo piano di recupero, via intermedia tra le due precedenti e contrastanti proposte.

Nel 1984, vigilia delle elezioni comunali, furono approvati i decreti sui vincoli della Sovrintendenza, richiesti da cittadini che non accettavano il fatto che la propria abitazione, specie se con una certa importanza storica, dovesse essere demolita. Il piano di ricostruzione prevedeva infatti demolizioni funzionali a una nuova idea di paese mentre per l’opposizione ciò accadeva spesso senza tener conto di elementi storici ed architettonici di un certo valore; i cittadini dunque si rivolsero alla Sovrintendenza che riconobbe i vincoli classificandoli in diretti ed indiretti. I primi relativi ad abitazioni ancora in piedi, gli altri ad edifici crollati. Questo fece scatenare un ulteriore conflitto nel comune tanto che la campagna elettorale del 1985 ruotò integralmente su tale faccenda.

Nel 1985 a Caposele era da poco partita la ricostruzione rurale ed urbana mentre a Materdomini era iniziato solo qualche intervento di riparazione: ciò indispettì alquanto i cittadini, anche perché i comuni vicini avevano cominciato i lavori già da tempo mentre Caposele fu uno degli ultimi ad avviarsi alla ricostruzione. Nel 1986 in seguito all’approvazione del piano di zona, esplose la ricostruzione che interessò fin da subito e con particolare immediatezza la frazione Materdomini, questione che non comparve all’ordine del giorno di alcuna riunione in quanto l’amministrazione precedente si era guardata bene dal proporre comparti nuovi lì dove ogni metro è prezioso per l’economia legata al turismo per cui non era pensabile proporre la demolizione delle preesistenze (spazi riservati alle attività commerciali private) per la costruzione di palazzine. In quello stesso periodo si verificò un incremento dell’occupazione in una logica di incoraggiamento dell’economia locale. Gli anni cruciali della ricostruzione furono quindi quelli compresi tra il 1986 e il 1989, anni in cui era in vigore la legge n. 219 fondata sul meccanismo della cantierabilità.

Dalle testimonianze raccolte sono evidenti divergenti valutazioni, espresse in base a diverse esperienze e sensibilità, in particolare riguardo le scelte della ricostruzione di tipo conservativa e i nuovi insediamenti abitativi sorti dopo il 1980.

Molti giudicando la qualità della ricostruzione, arrivano a conclusioni spesso sconfortanti che tuttavia paragonate ad altre realtà vicine, risultano meno devastanti. La scelta di non aver puntato sulla nascita di aree industriali rimaste spesso “cattedrali nel deserto” è ad esempio, un elemento che emerge in diverse analisi raccolte, oltre alla diffusa idea che l’improvviso scenario economico, modificatosi grazie ai fondi della ricostruzione, abbia finito per incattivire i rapporti tra le persone. Oggi, a distanza di più di trenta anni dal sisma del 1980, sia da parte di chi fin dal primo momento ha pensato ad un ammodernamento del paese, sia di chi sosteneva il recupero della memoria storica come poi è avvenuto, emerge un dato univoco: insoddisfazione per i risultati ottenuti.

Chi appoggiava un’idea di rinnovamento, oggi sostiene che la ricostruzione dal punto di vista qualitativo non sia delle migliori e che quando si ha la sfortuna di vivere una tragedia come il terremoto, si debba cercare di recuperare il passato coniugandolo al progresso della zona, mentre a parere di molti è stata privilegiata in maniera esasperata la ricostruzione del passato a discapito della ricerca di soluzioni di sviluppo per il futuro.

A questa analisi del comune di Caposele va aggiunto un ultimo dato: in seguito al sisma e alle vicende dei soccorsi qualcosa di molto diverso dell’annebbiamento delle coscienze dovute alla corsa all’accaparramento è accaduto in alcune persone. Il secondo giorno successivo al terremoto, iniziarono ad arrivare a Caposele i primi volontari. Non pochi quelli che ricordano che in quell’occasione si creò una integrazione tale tra settentrione e meridione d’Italia che stentano a credere possa ripetersi nella storia. I volontari a Caposele, portarono significativi contributi: raggiunsero le famiglie nelle campagne periferiche, crearono associazioni giovanili e momenti di animazione strutturate per bambini e anziani, fondarono comitati istruendo la popolazione sui propri diritti oltre a dare voce ai dimenticati dinanzi all’amministrazione comunale. Tutto ciò fece scattare nei caposelesi la voglia di imparare come organizzarsi per non dover perennemente ricorrere all’esterno in caso di necessità.

Alcuni cittadini infatti affiancarono i volontari accorgendosi che si trattava di persone comuni che non possedevano particolari preparazioni o qualifiche e questo incoraggiò non poco l’idea di creare simili associazioni anche qui. La vicinanza di persone nuove, fornite di un bagaglio esperenziale diverso, contaminò positivamente il paese che avvertì finalmente il bisogno di reagire dopo periodi di totale apatia e assistenzialismo esasperato fino a fondare alcuni anni dopo, un’associazione di volontariato, ancora oggi fonte di risorse e servizi per la popolazione locale.

Sono state inoltre raccolte informazioni relative al tessuto sociale del comune di Caposele oltre che al danneggiamento e ricostruzione urbanistici, ed è opinione diffusa che il sisma abbia provocato totale disorientamento e vi siano stati giorni di completo e generale intontimento. Molti riconoscono che vi sia stata una prima fase, durata molto poco, forse qualche settimana, in cui  di fronte alla calamità e al lutto emerse la parte più solidale di ognuno. Tale fenomeno si affievolì di lì a poco, qualcuno sostiene che ciò accadde in corrispondenza dell’arrivo degli aiuti materiali prima e delle roulotte poi., che diedero inizio alla corsa all’accaparramento.

Altri hanno osservato come l’evento stesso del terremoto abbia chiuso le persone in se stesse perché preoccupate a garantire una sistemazione dignitosa alla propria famiglia col passaggio in secondo piano della parte altruistica di ogni abitante. Molti credono che su questo si sarebbe innestato l’aspetto più spiacevole del carattere umano che ancora oggi prevale, ossia quello legato al “malefico dio denaro” considerato pericoloso qualora non gli si riconosca il giusto e moderato valore.

Alla luce dei dati emersi si nota che l’esperienza della ricostruzione a Caposele rappresenti un’occasione mancata per trarre il meglio da un evento tanto triste e luttuoso come può essere un terremoto. Un appuntamento non rispettato con una opportunità di crescita che ha finito invece per provocare invidie, dissapori e allontanamenti dalla propria comunità  e dal proprio territorio.

Sic stantibus rebus, trenta anni sembrano ancora insufficienti per un bilancio di quanto e come il terremoto abbia influito anche sulla dimensione sociale dei paesi colpiti, dal momento che è ancora nell’aria nei ricordi che come folate di vento, riportano di tanto in tanto il sapore acre della polvere di quella triste domenica sera di novembre.

Pubblicato in Campania - Basilicata

Miriam Favale si è laureata nel novembre 2011 in Scienze della Formazione all'Università di Salerno con una tesi dal titolo: Terremoto del 1980: conseguenze post-traumatiche da stress (relatore il prof. Bruno Moroncini). Riportiamo qui l'abstract che Miriam Favale ci ha inviato e, in allegato, l'indice della sua tesi.

L'Osservatorio sul Doposisma riceve spesso segnalazioni di tesi di laurea, specializzazione, di studi e attività che hanno a che fare con i terremoti e i disastri in genere. Chiunque ne avesse voglia e piacere può inviarci del materiale; noi potremmo dedicargli un articolo, creando un piccolo spazio, una vetrina in cui esporre e parlare dei propri studi e interessi; è una forma di riconoscimento e di condivisione utile a creare dibattito e approfondimento. Potete contattarci a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .

 

MIRIAM FAVALE

 

Terremoti e conseguenze post-traumatiche da stress


In questo elaborato si intende affrontare un argomento particolarmente delicato e attuale, legato al complesso rapporto tra catastrofi naturali e loro conseguenze psicologiche, a breve, medio e lungo termine, su individui e collettività che li subiscono.

È ampiamente dimostrato dagli studi di settore, infatti, come le popolazioni colpite da eventi catastrofici debbano fronteggiare non solo i disagi materiali legati agli effetti distruttivi innescati dagli eventi stessi, ma anche, nel corso del tempo, i profondi traumi psichici derivanti dalla scomparsa dei precedenti punti di riferimento, di tipo affettivo e/o esistenziale.

La distruzione materiale di un paesaggio, intendendo il termine nel suo significato geografico e ‘psicologico’ più profondo, implica la scomparsa di un vero e proprio ‘micromondo’, dal punto di vista ambientale, culturale e percettivo. Le collettività colpite da un evento distruttivo, dunque, sono potenzialmente esposte a traumatiche trasformazioni del proprio stile di vita, con progressiva perdita di identità e valori nel corso del tempo.

Il terremoto che nel 1980 ha colpito la Campania e, in particolare, la sua subregione irpina, rappresenta in tal senso un esempio emblematico: per la sua particolare forza devastante, in un periodo storico contrassegnato dalla carenza di conoscenze in materia di strategie antisismiche e protezione civile, ha distrutto paesi e centri dell’Irpinia, sconvolgendo l’esistenza di intere famiglie, ma ha anche stravolto l’intima relazione tra un paesaggio e la sua collettività.

Il terremoto, in sé, d’altra parte, si configura come fenomeno particolarmente devastante, sia dal punto di vista materiale che immateriale. Basti considerare, a tal proposito, che la Terra, nell’immaginario collettivo, rappresenta quanto di più stabile e solido possa esserci, laddove le scosse telluriche ci ricordano con evidenza che così non è.

A partire dalla ricostruzione dei fatti riguardanti il terremoto del 1980, questo lavoro cercherà dunque di affrontare il problema della relazione tra catastrofi e coscienza collettiva di un territorio secondo due punti di vista, di tipo geografico e psicologico.

Secondo il primo punto di vista, si partirà dalla descrizione degli aspetti geografico-storici della subregione irpina, con particolare riguardo alle attuali conoscenze che i geologi hanno raggiunto sui terremoti e sul grado di sismicità di alcune aree geografiche della provincia.

A partire dal secondo punto di vista, si prenderà invece in esame il trauma psichico nella sua accezione generale, secondo le ricerche psicanalitiche di Sigmund Freud, Sandor Ferenczi e Otto Rank; in seguito l'attenzione si focalizzerà su alcune ricerche di psicologia clinica e sul cosiddetto ‘Disturbo Post-Traumatico da Stress’ che, secondo recenti studi, può insorgere nelle vittime di alluvioni e terremoti. Infine, si cercherà di mettere in risalto, con particolare attenzione, la sofferenza psicologica dei bambini vittime del disastroso terremoto irpino del 1980, testimoniata da alcuni disegni realizzati dagli stessi.

Nelle conclusioni, alla luce del caso trattato e della stretta relazione tra percezione del paesaggio e benessere psico-fisico degli individui, si evidenzierà l’importanza della pianificazione paesaggistica per la salvaguardia del territorio e delle identità geografico-culturali delle collettività che lo abitano.

È ormai noto come le modifiche paesaggistiche incidano profondamente sul senso di identità e appartenenza collettiva di una popolazione al proprio territorio.

In questo abstract, pertanto, si descriverà brevemente lo stile di vita degli abitanti dell’Alta Irpinia prima del terremoto del 1980 e si dimostreranno i cambiamenti repentini che le popolazioni hanno subìto nel post-sisma e i disagi che ancora oggi stanno vivendo.

In particolare, si punterà l’attenzione su tre paesi duramente colpiti da questo disastroso evento: Torella dei Lombardi, Conza della Campania e Bisaccia.

Si mostrerà, inoltre, come il sisma sia stato elaborato e assorbito dai bambini dei territori esaminati, attraverso l’analisi di alcuni loro disegni in tal senso emblematici.

Pubblicato in Campania - Basilicata

Il gatto di Van, anche detto Turco van, è una razza di grande taglia, generalmente dal mantello bianco, con la coda colorata di pelo rossiccio e macchie sul capo. Narra la leggenda che quando finì il diluvio universale, Noè non riusciva a controllare l’agitazione degli animali a bordo dell’arca, e due gatti riuscirono a scappare tuffandosi in acqua e nuotando verso la terraferma. I gatti di Van, infatti, sono abili nuotatori.

La città di Van, quindi, prima di ieri a ora di pranzo, era famosa soprattutto per essere la patria di origine di questi felini. Situata nell’area sudest della Turchia, vicino al confine con l’Iran e l’Armenia, questa zona è altamente problematica dal punto di vista geopolitico, perché vicina al teatro delle lotte di rivendicazione del popolo curdo contro il governo turco. Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre, infatti, sono stati uccisi 21 soldati dell’esercito turco come ritorsione per la cattura di diversi attivisti del PKK (il partito indipendentista curdo) e dei bombardamenti nell’area e nel nord dell’Iraq.

Il terremoto, di magnitudo 7.2 Richter, si è verificato ieri, 23 ottobre, alle 13 e 41 locali, con una forte replica (5,6 Richter) dopo circa quindici minuti. Al momento le notizie che giungono dall’area parlano di 270 morti, bilancio che è purtroppo destinato a salire.

Intanto le scosse di assestamento non si placano, rendendo più complicate le operazioni di soccorso ai terremotati. Nella città di Van risiedeva anche una famiglia italiana, originaria della Toscana, che viveva lì da tempo e aveva una piccola attività artigianale; si sono prontamente messi in salvo al momento della scossa.

Tra le tristi analogie, c’è da segnalare il crollo di un ostello destinato ad ospitare studenti universitari nella città di Ercis, come avvenne a L’Aquila nel 2009. Anche il premier turco Erdogan si è recato nell’area per visitare le città colpite, rifiutando tuttavia l’aiuto offerto da molti paesi stranieri, tra cui anche Israele.

Nel 1999 un altro forte terremoto colpì l’area nord ovest del Paese, nei pressi del Mar di Marmara, causando tra i 17mila e i 18mila morti. La penisola anatolica è infatti un’area ad altissimo pericolo sismico per la presenza di numerose faglie.

Di recente è stato pubblicato uno studio, a cura dell’Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena, in cui vengono illustrate in prospettiva comparata le conseguenze dei disastri sotto il profilo macroeconomico in diverse aree del mondo. Lo studio, intitolato “Una scossa al sistema. Come ricominciare”, dimostra come un disastro ha effetti piuttosto simili sulle economie nel breve periodo, ma a fare la differenza sono, nel medio e lungo termine, i precedenti livelli di prodotto interno lordo pro capite e la presenza di istituzioni pubbliche efficienti e non corrotte. Lo studio è stato pubblicato nel rapporto “La fabbrica del terremoto”, a cura dell’Osservatorio Permanente sul Doposisma.

 

(originariamente pubblicato qui)

Pubblicato in Attualità

Il Filo della Memoria:racconti, storie e testimonianze

FIL - Il sentimento dei luoghi

L'Aquila emotion