fondazione Mida

Pubblichiamo un articolo, scritto in occasione del 37esimo anniversario del terremoto in Campania e Basilicata e uscito su Lo Stato delle Cose il 13 dicembre 2017.

Le fotografie sono di Michele Amoruso, il testo è di Stefano Ventura.

Quando uno storico deve raccontare una scossa di terremoto, per non rischiare di ridurre a dati asettici e freddi la sua esposizione può ricorrere alla diretta voce dei testimoni e protagonisti; per raccontare uno shock, col suo carico di conseguenze e di implicazioni emozionali, le parole di chi quello shock lo ha provato direttamente sembrano essere più efficaci delle analisi esterne.

Dai racconti orali raccolti emergono alcuni elementi comuni, dettagli e similitudini che aiutano senz’altro lo studioso a tentare una mappatura complessiva delle comunità colpite e interessate dal sisma, anche se per sua stessa natura la testimonianza orale è una fonte delicata, da maneggiare con cura (Bonomo 2013 e Portelli 2007).

Quello più evidente è sicuramente la cesura, il prima e il dopo che il terremoto crea, una separazione netta che divide due epoche, due periodi diversi se non opposti nella biografia di ognuno. A maggior ragione, questa divisione è sancita dalla perdita di persone care, che si aggiunge alla perdita dei riferimenti fisici, dei luoghi e degli spazi della socialità e della vita comunitaria. Come afferma Gabriella Gribaudi, “il terremoto è una cesura che segna la vita delle comunità e delle persone. E la cesura è amplificata dalla memoria. La memoria scandisce il tempo in un prima e un dopo, dilatando le dinamiche che normalmente insorgono con il passare degli anni. Prima c’è la comunità intatta, armoniosa, felice, dopo c’è la disgregazione, la corruzione. […] La nostalgia si colora delle immagini della socialità perduta, della piazza, del vicinato” (Gribaudi 2010, p.88).

Il protagonista delle testimonianze riportate di seguito è il terremoto che colpì il 23 novembre 1980 Campania e Basilicata; le persone intervistate abitavano nei paesi del Cratere.

“Di quei terribili momenti ricordo la scossa interminabile, ma siccome casa mia rimase illesa, così come quella vicina, non ci sembrava che fosse successo niente di grave. Quando però uscimmo fuori e ci girammo verso la piazza, si presentò ai nostri occhi questa immagine: un immenso polverone bianco, spaventoso, macerie ovunque, uno sconvolgimento totale. Nel giro di dieci minuti fummo ricoperti di polvere, sembravamo mugnai, eravamo completamente bianchi. C’era una luna che ti sfidava, che illuminava le macerie, beffarda” (Testimonianza di Arcangela Garofalo, in Ventura 2010, p. 40).

 

Prima del terremoto le province di Avellino e Potenza erano tra le più povere d’Italia, zone di emigrazione e d’isolamento, eppure nel ricordo di chi le aveva conosciute prima della distruzione provocata dal terremoto emergono descrizioni piene di riferimenti ad ambienti umanamente solidali, comunità coese e semplici.

«Che ti devo dire di ‘sto terremoto, c’ha segnato, c’ha segnato tanto, più che altro perché c’ha levato tutto. Torella era un paese bellissimo prima del terremoto, ci riunivamo in piazza, era piacevole, era proprio bello, poi si è disgregato tutto, chi è partito da una parte, amicizie spezzate, tante cose che adesso, così, da descrivere sono difficili, non riesco. Però è vivo, come ricordo è vivissimo» (Testimonianza di Maria Teresa Imbriani, in Ventura 2013, pag. 113).

«Prima che ci colpisse il terremoto, eravamo una grande famiglia, la quotidianità si condivideva nei quartieri, era un’unica casa. Si lasciavano le porte aperte. Ricordo che la vicina entrava a casa di mia nonna anche quando lei non c’era per lasciarle l’insalata. Oggi lei continua a tenere la porta aperta ma io le dico che deve chiuderla a chiave» (Caruso 2011, p. 132).

Franco Arminio, scrittore irpino che ha incentrato la sua produzione sui paesi e la paesologia, sintetizza in questa massima che parafrasa Tolstoj il senso di paradiso perduto: “Forse le cose stanno così: una volta si era tristi tutti insieme, adesso ognuno è triste per conto suo”(Arminio 2003).

Non è raro trovare, tra le parole che spiegano un imbarbarimento del dopo rispetto al prima, l’arrivo dei soldi della ricostruzione e la creazione di corsie differenziate per accedere a finanziamenti, posti di lavoro e incarichi pubblici. Questa è la descrizione che il parroco del comune di Teora (Avellino), uno dei centri più colpiti, ci restituisce, parlando del periodo della ricostruzione:

«Della ricostruzione devo dire che ho un giudizio purtroppo negativo: non ci si saziava mai; nella ricostruzione privata soprattutto, ricordo come il paesaggio delle campagne, che erano state colpite in maniera molto minore rispetto ai centri urbani, cambiasse e si arricchisse di costruzioni nuove e a volte sontuose. Sicuramente non ci fu sincerità nel dichiarare i danni, e i risultati non sono stati fedeli alla situazione preesistente: chi aveva qualcosa si è ritrovato con molto di più, se ci ha saputo fare; chi aveva molto si è ritrovato con poco.

Anche io condussi la mia battaglia affinché la Chiesa fosse costruita in quello che sarebbe diventato il nuovo centro del paese, e non in posizione marginale. Fui sconfitto. Prima e dopo il terremoto cambiarono i rapporti umani, il terremoto ha segnato una specie di spartiacque. Chi ha avuto i morti ha pianto ed è rimasto scosso, dimostrando a volte una dignità esemplare. Altri hanno imparato ad approfittarsene, se avevano perduto solo la casa o, a volte, neanche quella» (Testimonianza di Don Donato Cassese, Ventura 2006, p. 256).

Le persone più semplici, invece, parlano della ricostruzione come di una lunga attesa nella quale cercare un fioco legame con il proprio mondo prima “dell’apocalisse”:

«Abbiamo atteso la ricostruzione a Materdomini vivendo a casa di una zia. Con mio padre scendevamo in macchina tutte le sere per passeggiare e riappropriarci del nostro luogo. Ci avvinghiavamo alla pietra. Quando però vedevi le erbacce crescere tra le macerie ti accorgevi di quanto tempo stava passando senza che nulla accadesse. E perdevi la speranza» (Caruso 2011, pag.115).

Chi aveva perso, tra le macerie delle case e dei palazzi crollati, parenti e familiari, si rifugiò a volte in una dimensione intima del ricordo che si scontrava e si divaricava dalla vita comunitaria, in ogni sua forma; ogni momento di possibile incontro con la propria comunità diventa il momento in cui si rievoca l’assenza delle persone e dei luoghi di prima, ma allo stesso tempo sembra esserci un senso di colpa per quel vuoto di partecipazione.

«Da quel momento io ho vissuto ventiquattro anni di rifiuto, una sorta di risentimento verso il mio paese, mi sentii sradicata, vedevo la disgregazione di quella comunità e mi sentivo comunque colpevole per la mancanza del mio contributo alla comunità. Per ventiquattro anni ho avuto un rifiuto quasi totale a fare qualsiasi forma di vita sociale, e ancora oggi sento la stessa difficoltà» (Testimonianza di Arcangela Garofalo, in Ventura 2006, p. 253).

Esistono molti altri versanti da affrontare, sulle forme che la memoria e la rievocazione assumono in relazione al terremoto; uno di questi è quello riguardante la memoria dei volontari e soccorritori giunti in massa in Irpinia e Basilicata, dopo le prime, lunghe ore di assenza di soccorso, per portare aiuti e supporto ai terremotati. In questo caso la memoria assume un contorno eroico, uno spaccato momentaneo di vita in cui si decide di dedicare energie e attenzione a persone in difficoltà, sotto shock per la perdita di persone e luoghi cari.

«Il viaggio di ritorno l’ho fatto su un furgone della Croce Rossa, sdraiato dietro su scatoloni di attrezzature. Ero ridotto da sembrare un profugo sfuggito da una zona di guerra. Stivaloni di gomma, giacca a vento e pantaloni lerci, capelli arruffati, barba lunga incolta e zaino militare in spalla pieno zeppo di indumenti sporchi di fango ormai seccato. Attaccato alla giacca, tenevo in bella vista il tesserino di riconoscimento con la mia fotografia dove si poteva leggere “Colonna Mantovana Soccorsi Pro Irpinia”. Lo tenevo in bella vista appuntato sul petto per non essere scambiato per un barbone, ma soprattutto lo tenevo lì per orgoglio» (Testimonianza di Vincenzo Cantarelli, in Gribaudi, Zaccaria 2013, p. 66).

La costruzione della memoria del terremoto e della ricostruzione del 1980 è un processo ancora molto debole. Questa fatica dipende da molti fattori; sicuramente il ritardo e i tempi lunghi della ricostruzione hanno tenuto impegnati privati cittadini e istituzioni fino a qualche anno fa e in alcuni casi continuano a impegnarli, magari distraendo da altre operazioni culturali di tutela e trasmissione di forme memoriali. Molti protagonisti, inoltre, hanno occupato e occupano la scena pubblica del doposisma, rendendo più difficile un complessivo esame dei fatti e dei processi. Ma la debolezza dei tentativi di ricostruzione di una memoria di questo evento è da cercare anche nella rimozione individuale di chi non riesce a rivisitare il dolore, lo shock della perdita e il senso di sconfitta di una ricostruzione in chiaroscuro. I ricordi vengono confinati a una dimensione privata e intima, che in occasione degli anniversari diventa comunitaria ma che non sana le divisioni di cui parlavano le testimonianze citate in precedenza.

La faticosa costruzione di memoria, che a volte assume i contorni della rimozione e dell’oblio, diventa pericolosa perché l’interruzione della trasmissione di conoscenze e saperi, anche in forma orale, tra generazioni che abitano luoghi ad alta pericolosità sismica, rende meno resilienti i cittadini di quei luoghi. La memoria di un terremoto aiuta senza dubbio la prevenzione e aumenta la capacità diffusa di porre argine agli effetti catastrofici di un sisma.

L’altra domanda che emerge riguarda l’atteggiamento di chi è venuto dopo: cosa sa un ventenne, un adolescente di oggi, del terremoto, visto che non ci sono quasi più ruderi, macerie e insediamenti provvisori a costituire un monito visivo e una presenza del sisma?

Queste che seguono sono le riflessioni di un ragazzo lucano, che vive in uno dei paesi colpiti allora dal terremoto, Muro Lucano.

«Il terremoto è qualcosa di reale. È come se lo conoscessimo, dai racconti dei nonni e dei genitori. Ma non avvertiamo la stessa paura che avvertono loro. […] Il terremoto è stato uno spartiacque. Prima del 1980 c’era maggiore equità sociale. Nessuno aveva più soldi degli altri. Dopo il terremoto c’è chi ha costruito palazzi e chi è rimasto allo stesso livello. Il sisma ha portato anche un miglioramento, ma non per tutti. Chi è stato più furbo è andato avanti, le persone più semplici sono rimaste indietro»(Giuseppe Cardillo, in Lucantropi, 2012, p. 21).

«A me l’ha raccontato mia nonna. Si sentiva tremare la terra sotto i piedi. Si affacciò al balcone e vide il campanile della Chiesa di Sant’Antonio oscillare. Mamma, che studiava a Potenza, fu costretta a dormire per tre notti all’aperto. Corleto non ha avuto né morti, né feriti. La vita è continuata a scorrere così com’era prima. Con la sua monotonia. E tuttora si vive con la solitudine nei cuori ed abbiamo tutti lo sguardo vuoto di chi assiste impotente ad un terremoto senza fine, dove tutto finisce di vivere ma nessuno risorge». (Antonella di Noia, in Lucantropi, 2012, p. 16).

L’enorme flusso di soldi pubblici e interventi straordinari ha prodotto risultati circoscritti e limitati, rispetto alle promesse e alle previsioni. Oggi queste sono zone in cui lo spopolamento ha indici preoccupanti, così come il disagio sociale e la disoccupazione; il motivo è da ricercare in errori di calcolo più o meno consapevoli nella scelta di investire risorse in progetti industriali affidati a soggetti estranei alle zone terremotate e inquadrati in un disegno non radicato territorialmente e non collegato alla situazione socioeconomica preesistente. Inoltre, ha pesato non poco la connivenza tra politica, imprenditoria e malaffare, che ha tirato le fila dell’apparato pubblico a livello locale e nazionale per diversi anni, in assenza di controlli e inchieste giudiziarie realmente efficaci prima dell’inizio degli anni ’90.

Forse la voglia di ricordare, sia nei giovani, sia in chi c’era già nel 1980, è poca proprio perché le urgenze e i problemi del presente sono più pressanti e stringenti. La ricostruzione della memoria di quell’evento dimostra quindi di essere doppiamente difficile: chi ha vissuto l’evento e il dolore a esso collegato si rifugia nell’intimità familiare e comunitaria del ricordo. Chi è venuto dopo e dovrebbe esigere chiarezza sugli effetti prodotti dalla ricostruzione vive l’inquietudine e il disagio dei problemi di oggi.

Servirà ancora tempo, probabilmente, per mettere a confronto una memoria diffusa, fatta di tanti spaccati individuali, di tanti segmenti non dialoganti, che faccia da controcanto rispetto a una narrazione pubblica e mediatica forte, che si è alimentata ad ogni terremoto perché ha fatto dell’Irpinia l’esempio da non seguire. Anche se difficoltosa, però, quest’operazione meriterebbe di essere affrontata con energia.

Bibliografia

Arminio F. 2003, Viaggio nel Cratere, Sironi editore, Milano.

Bonomo B. 2013, Voci della memoria. L’uso delle fonti orali nelle ricerca storica, Roma, Carocci editore.

Carnelli F, Ventura S. (a cura di) 2015, Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare, decidere, Roma, Carocci editore, 2015.

Caruso T. 2011, Un popolo da ricostruire. A trent’anni dal terremoto, fiducia e mutamenti sociali in una comunità irpina, in «La fabbrica del terremoto. Come i soldi affamano il Sud», Rapporto 2011 dell’Osservatorio sul Doposisma – Fondazione Mida, Pertosa (Salerno), Edizioni MIdA.

Gribaudi G, Zaccaria A.M. (a cura di) 2013, Terremoti. Storia, memorie, narrazioni, Verona, Cierre edizioni.

Gribaudi G. 2010, Terremoti. Esperienza e memoria, in «Parole chiave», n. 44/2010.

Lucantropi. Tra il dito e la luna scelgo la luna, Pertosa (Salerno), a cura dell’Osservatorio sul Doposisma – Fondazione MidA, Edizioni MidA, 2012.

Portelli A. 2007, Storie orali. Racconto, immaginazionedialogo, Roma, Donzelli editore.

Ventura S. 2006, Il terremoto dell’Irpinia del 1980. Storiografia e memoria, in «Italia Contemporanea», n.42/2006.

Ventura S. 2010, Non sembrava novembre quella sera, Atripalda, Mephite edizioni.

Ventura S. 2013, Vogliamo viaggiare, non emigrare. La cooperazione femminile in Irpinia dopo il terremoto, Avellino, Edizioni di Officina Solidale.

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Lunedì 31 Luglio 2017 14:34

Cronache dal Doposisma

Al Palazzo dello Jesus ad Auletta (Salerno) è aperta la mostra dell'Osservatorio sul Doposisma, visitabile dal giovedì alla domenica, dalle 15 alle 19. E’ gradita la prenotazione al numero 0975 397037.

 

“La natura non conosce catastrofi”, diceva Max Frisch, scrittore svizzero. La natura segue il suo corso, a volte con sorprese meravigliose, altre volte con esiti spaventosi. Il terremoto è un evento naturale, sono le azioni dell'uomo a renderlo catastrofico nei suoi effetti.
L'Osservatorio sul Doposisma della Fondazione MidA, è un piccolo gruppo di lavoro che ha come obiettivo produrre documenti e analisi utili alla discussione e al dibattito, riannodando il filo della memoria degli eventi passati con le urgenze dettate dal presente e le suggestioni poste dal futuro.
Ha preso in considerazione nel corso degli anni quello che avviene dopo un sisma, attivando un “sismografo sociale” per descrivere le trasformazioni e le persistenze che interessano una comunità colpita da un terremoto.
L'inatteso arrivo di un sisma sospinge un territorio in una sorta di tabula rasa, sulla quale bisogna essere capaci di disegnare il futuro di una comunità, reagendo ai lutti e alle distruzioni e investendo tutte le energie a disposizione. Spesso, però, questa ripartenza ha messo all'opera speculatori, approfittatori e interessi. Indagare il doposisma può quindi aiutare a evitare gli errori del passato
Il lavoro di indagine dell'Osservatorio sul Doposisma si è concretizzato attraverso vari dossier di ricerca: “Le macerie invisibili” (2010), La fabbrica del terremoto. Come i soldi affamano il Sud (2011), Lucantropi (2012), Energie dalla terra (2016) e i documentari Irpinia anno 30 d. T. (2010) e “La Basilicata nel cellulare. Memorie dal terremoto e sogni di petrolio” (2012).
Inoltre abbiamo immortalato cosa è restato e come si viveva nei paesi terremotati campani e lucani, grazie all'obiettivo di Francesco Fantini, nel 2002. Sono le foto che potete osservare in questa sala.
Abbiamo anche ospitato le foto di Daniele Lanci sul doposisma a L'Aquila dopo il 2009 (“Una notte in Italia”) e abbiamo lanciato un concorso per vignettisti che chiedeva di disegnare un bozzetto della moneta da 1 euro che avesse come tema le ricostruzioni italiane (“La satira investe nella ricostruzione”, 2010).
Si può anche intraprendere un viaggio negli effetti e nelle caratteristiche dei terremoti italiani nel corso dei secoli grazie ai Terragiornali, che illustrano in forma di brevi cronache, in forma di breaking news, i vari eventi sismici avvenuti in Italia dall'antichità fino ad oggi.
Le cronache dal doposisma sono quindi un percorso nella storia e nei luoghi che hanno conosciuto il terremoto e i suoi effetti, e nel caso italiano questo vuol dire quasi tutto il territorio nazionale, per riflettere sul fatto che la natura continuerà a seguire il suo corso, ma l'uomo può e deve conoscere e adeguarsi a quelle regole, rispettandole e ponendosi in simbiosi con esse.

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Martedì 22 Novembre 2016 15:37

Ogni 23 novembre

Stefano Ventura

Spulciando tra le cartelle virtuali del mio computer ho avuto modo di passare in rassegna le tante immagini raccolte nel tempo a proposito del terremoto del 1980; serviva a cercare qualche foto di corredo a un articolo in uscita il 23 novembre su Lavoro Culturale (www.lavoroculturale.org/Sismografie).

Il deja-vu è stato quello di indovinare quale paese era protagonista delle macerie delle varie foto e pensare oggi a quegli stessi angoli e scorci. Già questo esperimento, da solo, rende evidente la portata di distruzione di quel sisma, quello al quale ho dedicato anni interi di studio e di ricerca.

Nei mesi scorsi varie scosse hanno coinvolto altre regioni italiane, posti bellissimi sono stati sconquassati e buttati all'aria dall'ospite inatteso col quale conviviamo da secoli e col quale ancora non abbiamo imparato a fare i conti.

Mi è capitato di confrontarmi di persona, telefonicamente o virtualmente con giornalisti, tecnici o ricercatori che stanno ragionando su cosa è successo nelle zone terremotate dopo le scosse del 24 agosto e del 30 ottobre, aprendo paralleli con la sera del 23 novembre 1980 e quei 90 secondi di tremito tellurico. Sembra che chi possiede un minimo di conoscenza sull'argomento debba dare risposte definitive, come un oracolo, su cos'è il terremoto, come si ospitano i senzatetto, come ricostruire bene e come si evitano gli scandali e le ruberie. E' la ricerca spasmodica della rassicurazione dell'esperto da ingerire come un ansiolitico per far passare la paura.

Ma chi può avere risposte rassicuranti e definitive? Altre domande che ho ascoltato chiedevano di sapere al centesimo quante lire o euro erano state spese per la ricostruzione in Irpinia e Basilicata. Anche qui la complessità della risposta non era soddisfacente, non si adattava bene a un tweet o a un post di Facebook.

Mi è capitato di ascoltare decine e decine di racconti sul terremoto, sulla terribile notte del 23 novembre, sul dolore della perdita di persone care e luoghi familiari, sulla rabbia dei lunghi anni di prefabbricati e lavoro promesso e sperato, su risultati architettonici e urbanistici estranei ai propri valori. E' tutto troppo complesso, è una dimensione più intima che pubblica e non trova, infatti, segni tangibili che ci aiutino a commemorare (musei veri, archivi, progetti di sensibilizzazione e tutela).

 

L'altra sensazione forte, in questo anniversario, riguarda il destino del nostro Appennino. Dobbiamo capire cosa farne, dei nostri piccoli paesi, se li riteniamo una risorsa o un peso, se la popolazione che vive sulle montagne italiane (11 milioni di persone) ha la stessa dignità di chi vive a Roma, Milano, Napoli, Torino e se gli si deve prestare attenzione o ignorare il grido soffocato di disperazione quotidiana. La mappa dei terremoti più recenti degli ultimi 50 anni coincide quasi perfettamente con la mappa del disagio demografico e civile. Per questo “il modo migliore di ricordare i morti è pensare ai vivi”.

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Su DOPPIO ZERO, Vito Teti scrive una riflessione molto interessante sulle conseguenze che un terremoto ha su una comunità, sul senso dei luoghi e delle rovine, sull'eterna diatriba tra il riproporre l'esistente oppure guardare al nuovo.


IL TERREMOTO, LA RICOSTRUZIONE E L'ANIMA DEI LUOGHI

di Vito Teti

uscito su www.doppiozero.com il 6 settembre 2016

1.

 

«Ai luoghi ormai non si rivolge più l’ascolto silenzioso e devoto in cerca della verità, ma la curiosità mobile e ciarliera, assetata di sempre nuovi spettacoli. Il luogo non è più una voce enigmatica ma veritiera, ma un oggetto su cui lasciare correre uno sguardo superficiale». Mi è tornata spesso in mente, in questi giorni tristi di terremoto, lutto e catastrofe, la riflessione di Giovanni Ferraro, uno dei più grandi e originali studiosi di luoghi. Forse perché racchiude il paradosso che i luoghi dell’interno, i paesi nostri dell’Appennino, e i piccoli paesi di tutto il mondo, conoscono: l’indifferenza per il loro destino o per la loro morte unita a una nuova metafisica del luogo. Occorre opporsi a questa prospettiva che coglie i luoghi in una sorta di astorica immobilità. Quando parliamo di anima dei luoghi e di sentimento dei luoghi, è bene ribadirne la storicità, la necessaria e costitutiva mobilità, anche in rapporto alla nostra mobilità.

 

Oltre questa metafisica, nei luoghi si stabiliscono legami complessi, mutevoli, si stratificano e si trasformano relazioni, affetti, discorsi, si organizzano scambi con l’esterno. Per quanto delimitabile e conoscibile, il luogo antropologico non è mai, neanche nelle società primitive e tradizionali, chiuso. Non esiste luogo antropologico se non in relazione a spazi esterni, anche quando vissuti come pericolosi e minacciosi. Ernesto De Martino ha scritto pagine fondamentali sull'angoscia, il senso di smarrimento e di paura che colpiva le popolazioni calabresi e meridionali quando si allontanavano dal campanile del loro paese. Il forte senso di radicamento, la paura di perdersi, la nostalgia del luogo sono caratteristiche di comunità che pure avevano una storia secolare, sia pure difficoltosa, di scambi e rapporti con il mondo esterno. Il luogo è tale soltanto perché vi sono delle persone che lo considerano il loro luogo e perché lo abitano, lo popolano, lo vivono, lo modificano interagendo con esso. Il luogo è anche le immagini che ne ereditiamo. Il luogo ha una storia. Il luogo ha un senso, ci sente, ci avverte. Ci condiziona, talvolta ci possiede.

 

Ogni discussione e riflessione sulla ricostruzione, allora, non può eludere il fatto che il luogo antropologico “per eccellenza”, il “luogo sacro” di questa parte del mondo è l’entità geografica, abitativa, mentale, culturale che chiamiamo paese. Accanto alla varietà delle città, segnalata da studiosi di ogni disciplina, c’è la grande varietà e ricchezza dell’Italia dei paesi. I paesi, nelle loro varie manifestazioni e riproduzioni, sono stati i luoghi in cui è vissuta la maggior parte della popolazione mondiale fino a pochi anni fa. Il paese, la provincia, il centro urbano con forte tradizione e sensibilità comunitaria caratterizza i piccoli paesi, spesso villaggi di poche centinaia di persone, agglomerati di poche famiglie – che si sono formati nel tempo per una serie di ragioni storiche, produttive, culturali – sono i luoghi dove si è svolta per secoli la vita degli italiani delle diverse regioni. Anche il più piccolo paese ha i suoi tesori, il suo carattere, la sua unicità di cui gli abitanti vanno orgogliosi. Nel nostro Paese, quella che con buona approssimazione chiamiamo identità si è spesso strutturata anche in rapporto con una ricorrente storia di terremoti e di disastri e con i modi di affrontarli sia a livello realistico che simbolico e culturale. Quasi tutte le regioni italiane presentano una storia di catastrofi, abbandono, ricostruzione che è necessario soltanto ricordare sia pure brevemente per meglio capire il senso dell’attuale dibattito.

 

I disastri, soprattutto i terremoti, mettono di fronte a un prima e a un dopo. Nulla sarà più come prima tra i superstiti che si aggirano tra le macerie e che, appena preso atto del disastro, si chiedono cosa è accaduto e cosa accadrà di loro, se la loro vita avrà ancora un senso e un tempo, e dove. La decisione se ricostruire in loco o altrove, l’opzione tra il ricostruire «dov’era come era» (l’espressione, come ricorda Tommaso Montanari, viene adoperata nel 1902 per la ricostruzione del campanile di Venezia) e tra «dove non era e come non era» (anche se esistono scelte intermedie e spesso mai compiute e mai definitive) vede in campo gruppi sociali, proprietari terrieri, borghesi, Chiesa, popolazione portatori di interessi raramente comunitari e soltanto particolari. La ricostruzione, che dura decenni o a volte non viene mai ultimata (ancora sono evidenti i resti delle baracche dei terremoti in Calabria del 1905, 1907, 1908), più che riorganizzare la comunità tradizionale è all’origine di divisioni e conflitti che segneranno la vita sociale, religiosa, urbanistica e culturale del nuovo paese, sia ricostruito in loco sia trasferito altrove, «delocalizzato», come si dice oggi con espressione letteralmente priva di senso. In passato per decenni gli osservatori incontravano persone apatiche, melanconiche, indifferenti, litigiose, in conflitto a causa di una catastrofe che non passa e che modifica spesso il paesaggio, i rapporti sociali, le attività produttive e lavorative.

 

Nei luoghi di maggiore abbandono, forse proprio grazie a un allontanamento di abitanti che hanno protetto più che distrutto i resti del passato, ancora si conservano, si nascondono e affiorano sempre più numerose, e a volte imponenti, le rovine prodotte dal tempo (ma le rovine non sono mai un prodotto del tempo, hanno bisogno delle scelte degli uomini), i resti archeologici delle diverse civiltà e culture che ha conosciuto la regione. Accanto alle centinaia e centinaia di luoghi e città di cui si conosce l’abbandono nell’antichità, di borghi e paesi che vengono abbandonati dal medioevo ai nostri giorni, vi sono, nell’Italia dell’interno, paesi del tutto scomparsi, sommersi, di cui non esiste più traccia, di cui non abbiamo memoria. Alle città visibili, ai ruderi, alle rovine, ai luoghi senza segni apparenti di storia e di vita corrispondono molto spesso città sotterrate non sempre visibili, non ancora emerse, ancora sepolte, frammenti, schegge, resti e memorie di universi abitativi sommersi.

La rovina è il segno tangibile, materiale, inequivocabile e più evidente dell’abbandono. La testimonianza di qualcosa che c’è stato e non c’è più. Assieme alle rovine, ad attestare la paura e il terrore del sisma, i suoi effetti devastanti e distruttivi, rimangono soprattutto modi di dire, tradizioni orali, culti, riti che spesso sorgono proprio all’inizio della catastrofe o subito dopo. Tante processioni, che ogni anno vengono ripetute nel Sud, ricordano, anche a distanza di secoli, gli effetti del terribile flagello interpretato come castigo divino o come punizione per una colpa. La funzione rammemorante dei riti però viene meno nell’arco di due-tre generazioni, con la scomparsa degli ultimi sopravvissuti o dei figli e nipoti che ne hanno raccolto i racconti, e anche i riti di espiazione e ringraziamento diventano elementi di una ritualità e di una religiosità che non ammoniscono e non ricordano. Resto sempre stupito nel sentire anche persone giovani e acculturate che non sono al corrente dei continui e ripetuti terremoti che hanno più volte distrutto la propria comunità.

 

La memoria collettiva finisce presto se non viene alimentata, rinnovata, coltivata. Emanuela Guidoboni, una delle maggiori esperte di storia dei disastri sismici (in una intervista a “Repubblica” di questi giorni), suggerisce anche di mettere «nella piazza di ogni paese e città a rischio un grande e stabile cartellone con i dati della Mappa di Pericolosità, una sorta di inizio d’attenzione. Poi da lì procedere alla valutazione degli edifici, coinvolgendo i proprietari, gli abitanti, dando loro un protagonismo nuovo, facendo crescere una democrazia di base, che oggi su questo argomento non c’è. Anzi, nel sentimento diffuso della gente questi sono temi per pochi esperti. Invece è vero proprio il contrario. Le cose cambieranno quando i cittadini si sentiranno responsabili e coinvolti». E la memoria e la consapevolezza di una storia di abbandoni e di ricostruzioni possono certo tornare utili nel dibattito attuale che, finalmente, sembra vedere diversi soggetti in campo, a cominciare dalle popolazioni colpite, concordi in una ricostruzione all’insegna del «dov’era come era».

 

Sembrano, infatti, non avere dubbi gli abitanti di Amatrice, Arquata, Pescara del Tronto e degli altri paesi distrutti e cancellati dal terremoto. A sentire le loro prime sommesse e dolenti voci, l’intenzione è quella di «restare» nei luoghi in cui sono nati e vissuti, anche se ridotti in macerie, e di non spostarsi altrove, nemmeno in posti vicini. La vicenda dell’Aquila e della dispersione della città hanno inciso sulla resistenza tenace a qualsiasi proposta di ricostruire altrove. Ma certamente in questa scelta di «restanza», in nome di un’appartenenza e di un radicamento al luogo inteso in senso antropologico, gioca un ruolo non secondario il recente affermarsi di una sorta di «resilienza ai disastri» e – bisogna auspicarlo e sperarlo in questo caso – il rifiuto di modificazioni traumatiche e anche di scelte assistenziali e di interventi imposti dall’alto e quasi mai portati a buon termine. Le catastrofi hanno costituito nel nostro Paese, come ricordavano Alvaro e Piovene tanti anni fa, e come cinicamente si dicevano i due imprenditori che si telefonavano nella notte della distruzione dell’Aquila, una grande occasione su cui hanno fatto fortuna i gruppi dirigenti e di affari, mentre per le comunità e le popolazioni colpite quasi sempre hanno significato lacerazione, dispersione e, alla lunga, fine della stessa comunità.

 

2.

 

Non è facile decidere se e come abbandonare un luogo, dove e come ricostruire: l’abbandono spesso è necessario, altre volte è un’occasione per chi decide e governa, viene incoraggiato e promosso dall’alto. Dopo le infelici ricostruzioni in Calabria a seguito delle alluvioni del 1951 e 1971 e quelle dell’Irpinia, dopo il terremoto del 1980, in Italia sembrava lentamente affermarsi l’idea di ricostruire come era e dove era, in realtà la vicenda dell’Aquila (da ricordare quella meno nota di Cavallerizzo in Calabria: rinvio al mio New town, retoriche e abbandoni. Dieci anni dopo la frana di Cavallerizzo, Doppiozero, 2015) ha contribuito, tra l’altro, a portare molto la riflessione sul “senso dei luoghi”, dell’abitare, del ricostruire. Le new town hanno riguardato insediamenti nuovi e stabili per i terremotati, a notevole distanza dalla città (con effetti di degrado nel paesaggio e impulsi speculativi ecc.), svuotando la città storica (che per altro conosceva un certo spopolamento prima del terremoto). Oggi l’Aquila (come ricorda Emanuela Guidoboni) è un cantiere in grande attività, privo di popolazione, e non si sa chi andrà ad abitarla e quando. Nei tempi lunghi gli scenari sono imprevedibili. Non è difficile immaginare che saranno poi le new town di oggi a svuotarsi, ed essendo state costruite con poderosi blocchi di cemento armato molto costosi anche da demolire, rimarranno come un monumento alle devastazioni, alle incompiutezze, alle macerie, alle rapine di questi ultimi decenni.

 

Il «dov’era come era» non va, tuttavia, ripetuto in maniera liturgica. È un impegno complicato da assumere, una scelta che va problematizzata e contestualizzata senza ideologismi. Uno dei più famosi esempi di ricostruzione (molto ben documentato) del «dove non era e come non era», di spostamenti di siti e di nuovi impianti urbanistici ci arriva, come rileva Emanuela Guidoboni (La catena dimenticata delle distruzioni e delle ricostruzioni, Italia dei disastri, 2013) in epoca moderna ci arriva dalla Sicilia orientale colpita nel 1693, il 9 e 11 gennaio, da due violenti terremoti che distrussero oltre 70 località, e atterrarono o danneggiarono estesamente città come Catania, Siracusa, Scicli, Ragusa Gli spostamenti di vari paesi vennero decisi dal governo spagnolo, che tenne conto degli interessi dei grandi proprietari locali nel realizzare un vasto piano di ricostruzione con città riprogettate con nuove simmetrie e nuove geometrie, che diedero luogo anche a utopiche città ideali o «perfette» (come la ricostruzione di Grammichele, in provincia di Catania). Dall’estesa ricostruzione di città e paesi della Sicilia orientale, che durò per decenni, nacque il barocco siciliano, oggi patrimonio dell’umanità, ma quell’area presenta caratteri di fragilità e vulnerabilità, di cui all’epoca non si tenne conto.

 

Una diffusa e anche innovativa costruzione di «città nuove» in siti diversi da quelli originali si realizza in Calabria meridionale dopo i cinque catastrofici terremoti del febbraio e marzo 1783. Il disastro divenne un’occasione, grazie a un ministro illuminato e al clima riformatore dell’epoca, per una nuova distribuzione delle risorse, soprattutto della proprietà terriera in buona parte in mano ai baroni e alla Chiesa. Il progetto prevedeva, tra l’altro, lo sviluppo di aree da secoli ai margini della vita sociale ed economica del Regno di Napoli. Il disegno delle nuove planimetrie mostra città a forma di stella oppure ortogonali, con strade larghe e costruzioni concepite dentro simmetrie e misure fino ad allora sconosciute nella regione. Questo modello venne applicato nel corso dell’Ottocento. Nacquero «città ideali» come Filadelfia, con richiamo esplicito a tradizioni utopistiche e a costruzioni della Filadelfia di America.

 

Ma l’intento di riassorbire le distruzioni e le lacerazioni del tessuto sociale, come Augusto Placanica ha estesamente scritto (Il filosofo e la catastrofe, 1985) fallì per la permanenza delle strutture feudali, l’esosità del sistema fiscale centrale, la debolezza dello Stato centrale nei confronti del potere baronale ed ecclesiastico. Le ricostruzioni furono lunghe e in molti casi non vennero compiute: per più generazioni tanta gente rimase in baracche o in dimore precarie e provvisorie. Il «non finito» calabrese, che oggi assume aspetti devastanti e va legato ad altri fenomeni geo-antropologici, comincia in quel periodo nella Calabria Centro-meridionale, e sarebbe continuato con le ricostruzioni dopo i terremoti del 1894, 1905, 1907, 1908 (e con quelle successive alle frequenti frane e alluvioni che provocano molto spesso abbandono di paesi). Anche il cosentino e le altre aree della regione subiscono nel tempo una martellante azione sismica sul suo patrimonio edilizio. Una storia regionale di continue riparazioni e di precarietà che ha segnato la mentalità delle popolazioni.

 

La lunga storia di terremoti e di ricostruzioni in quasi tutte le regioni d’Italia suggerisce di valutare accuratamente le diverse realtà: in base ai desideri della popolazione, a considerazioni di sicurezza geologica, alla memoria storica del sisma, all’ambiente e anche alle economie e alle culture dei luoghi.

Questa storia mostra anche che ricostruire «come era e dove era» comporta sempre una grande responsabilità. Ricostruire ad esempio in zone sismiche e a forte rischio-idrogeologico, dove paesi e città sono stati più volte distrutti e ricostruiti nell’arco di quattro-cinque secoli, richiede un supplemento di impegno e di competenze. Certo oggi non si ricostruirebbe più con materiali di riporto, “riusando” l’antico, ma con materiali di qualità e tecniche edilizie accurate, realizzate secondo le “regole del ben costruire”, e magari con attenzione a diversi accorgimenti antisismici. Si tratta, talvolta, di mettere in discussione almeno il «come era» che spesso non era né sicuro né comodo, né bello né gradevole e che forse non piace nemmeno a chi intende restare, ma in modi nuovi e in spazi ripensati e riorganizzati dopo il grande caos edilizio e le grandi e piccole speculazioni. In fondo non si può mai ricostruire come era. E se è possibile “recuperare” palazzi, chiese, piazze non è detto che tutto merita di essere recuperato; e in questo senso la ricostruzione può servire a cancellare scempi precedenti e che poi hanno contribuito al crollo. L’esempio del Friuli, dopo il terremoto del 1976, da questo punto di vista sembra, davvero, istruttivo. Nei luoghi del terremoto, paese per paese, zona per zona, a seconda dei danni e del carattere del territorio, la gente valutava e decideva (non sempre in maniera uniforme, con posizioni e ragioni diverse e spesso anche fortemente contrapposte) se ricostruire in loco o altrove e con quali materiali e tipologia abitativa, suggerendo e proponendo innovazioni.

 

Nella decisione di dove e come ricostruire, è necessario porsi il problema del futuro delle comunità, valutando la struttura produttiva e le dinamiche demografiche dei territori. Nell’Umbria i piccoli borghi di montagna, distrutti dopo i terremoti del 1979 e del 1997, sono stati ricostruiti com’erano, al meglio, belli e gradevoli, e tuttavia, a causa dell’assenza di servizi, in un contesto di progressivo abbandono, sono oggi quasi spopolati e non abitati. Cosa farebbero gli abitanti di Arquata lontano dalle terre, dai boschi, dai prati dove mantengono un’economia agricola e pastorale? Corrado Stajano ha scritto pagine molto belle sul caso di Africo, abbandonato dopo l’alluvione del 1951 e rifondato sulla costa senza che gli abitanti contadini riuscissero a diventare pescatori.

 

La ricostruzione e la prevenzione avrebbero bisogno di una nuova consapevolezza e di nuove politiche per la montagna e per le aree interne. Che non sia quella delle grandi opere che isolano, distruggono, cancellano. Forse la scommessa, oggi, è investire sulla memoria, sulla propria storia, su una nuova idea dell’abitare e dell’esserci nei luoghi. Un coinvolgimento democratico e dal basso, con una base di informazioni scientifiche e storiche, controllabili e non tendenziose, è altrettanto necessario nei mille luoghi a rischio sismico. Un'altra idea di sviluppo, che coniughi progettualità, sostenibilità e lavoro per giovani tecnici, laureati, maestranze da impegnare in quella che a parole è la nostra grande ricchezza: il paesaggio, le bellezze, l'arte, i centri storici, i siti archeologici da salvare, il cibo, i beni immateriali, una tradizione alta di socialità e convivialità.

Ne hanno bisogno i paesi che, tutto l’anno, non immobili ma aperti al mondo, ai ritorni e ai nuovi arrivi, provano a resistere. E non sempre ce la fanno.

 

 

3.

I luoghi non solo si spostano, si modificano, si trasferiscono. I luoghi possono, come ci insegna la storia recente, anche morire. C’è un rischio immanente alle civiltà, come alle culture, alle storie: ed è la loro fine. I conflitti in corso e il recente terremoto ci ricordano che in qualche modo i luoghi possono morire per sempre. Cosa possiamo fare allora, senza affidarci unicamente agli interventi e alle iniziative dall’alto che non arrivano mai?

Dicono gli studiosi che i luoghi stanno scomparendo. E noi ne abbiamo quotidiana conferma. Intendiamo i luoghi antropologici, i luoghi abitati e riconosciuti, i luoghi con un centro, i luoghi sacri. Nell’epoca della mondializzazione e della globalizzazione, secondo molti, i luoghi tenderebbero a scomparire, a dissolversi come centri e come punto di riferimento, come reticoli di relazioni e di storie. Tutti i luoghi del mondo sarebbero uniformi, uguali, anonimi, quasi dei non luoghi. Ma come non esistono i luoghi chiusi, separati, immobili, così non esistono in assoluto i non luoghi. Non ci sono luoghi dove in qualche modo non venga attuata, tentata o inventata una nuova sacralizzazione. Il cristianesimo rifonda il centro con i pellegrinaggi, il culto delle reliquie e dei santi.

 

Gli emigrati ricostruiscono un centro nei nuovi luoghi. Nei paesi doppi della Calabria che nascono lungo le coste disabitate, malariche, anche se con fatica, si afferma un senso del luogo.

 

Se i luoghi non parlano più, è possibile almeno parlare dei luoghi. Ripensare e immaginare una letteratura sui luoghi, che sappia restituirne il segreto, la ricchezza e le sfumature è indispensabile per dare indicazioni anche sulla loro ricostruzione. È anche all’interno di questo diffuso e confuso bisogno di “ritorno” a “piccoli luoghi”, aperti e accoglienti, che resistono e immaginano una diversa presenza e nuove forme di appaesamento; è all’interno di un modo diverso di considerare e di “ri-guardare” la memoria, il passato, il futuro dei luoghi che forse bisogna collocare il dibattito su dove e come ricostruire.

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Giovedì 05 Maggio 2016 14:50

Quarant'anni fa il terremoto in Friuli

Il 6 maggio 1976, alle 21, una scossa del 6,4 della scala Richter colpì vaste zone del Friuli, tra le province di Udine e Pordenone; i comuni più colpiti furono Gemona, Venzone, Bordano, Artegna, Buia, Osoppo e Folgaria. A questa scossa il 15 settembre dello stesso anno ne seguì un’altra (6.1 scala Richter); in totale, i morti furono 939, i senzatetto circa 80 mila.

L’arrivo dei soccorsi nel caso del terremoto friulano, fu più celere poiché circa 18 battaglioni dell’esercito si trovavano nell’Italia nord orientale; quei militari e quelle caserme che avevano subìto danni minori si mobilitarono prontamente per portare soccorso alle popolazioni.

Il presidente del consiglio Moro e il ministro dell’Interno, Cossiga, decisero di affidare urgentemente al sottosegretario alla protezione civile, Zamberletti, il ruolo di commissario straordinario per l’emergenza. Zamberletti decise allora di creare dei centri di coordinamento comunali e di zona, affiancando ai sindaci gli ufficiali dell’esercito.

Dopo la scossa i senzatetto avevano trovato rifugio nei vagoni ferroviari, nelle tendopoli, nelle roulotte. I friulani lanciarono lo slogan “dalle tende alle case”, sperando di poter presto ricostruire o riparare le proprie abitazioni; nel frattempo si erano scelte le case prefabbricate e non le baracche per la fase transitoria.

La scossa di settembre, che aveva causato nuovi danni e rallentato di nuovo il ripristino della normalità, convinse il commissario, che era stato rinominato dopo un periodo di interruzione e un cambio di governo (da Moro ad Andreotti), a optare per l’arretramento dei senzatetto nelle località balneari della costa. La poca distanza permetteva anche a chi voleva riavviare la propria attività, ma anche agli agricoltori e agli operai, il pendolarismo, in modo tale da non subire del tutto l’estraneità dai luoghi d’origine. Intanto erano disponibili anche le aree di insediamento provvisorio e si mise in moto il recupero edilizio degli edifici che avevano subìto danni minori.

Gli evacuati furono 26.520 e furono ospitati in 5 centri balneari e nella località montana di Ravascletto.

Dal punto di vista legislativo e di indirizzo, il decentramento delle responsabilità a favore della Regione e degli enti locali, comuni in primis rappresentò una novità, anche perché il Friuli Venezia Giulia godeva anche dei privilegi di regione a statuto speciale.

Rispetto alle emergenze in Belice e in Irpinia, ci furono alcuni fattori che influirono positivamente sulla gestione dell'emergenza in Friuli:

1) la cospicua presenza militare nell’area;

2) la presenza di buone vie di comunicazione;

3) Udine, la città capoluogo di regione, non fu colpita;

4) la presenza di alberghi e conseguentemente la disponibilità immediata di numerosi posti letto per ospitare i senzatetto.

Nel caso friulano, quindi, nonostante l'assenza di un sistema organizzato di Protezione civile, la struttura commissariale guidata da Zamberletti da un lato, e il decentramento decisionale che rese protagonisti Regione e comuni permise una gestione più efficace dell'emergenza e poi della ricostruzione.

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Dopo l'emergenza, che ancora non è finita, e in mezzo alle numerose scosse che interessano quotidianamente le zone terremotate dell'Emilia, c'è bisogno di pensare a come ripartire. Giuseppe Morrone, da Modena, ci parla di come la politica debba rendersi protagonista della rinascita, dando la priorità al lavoro e allo sviluppo, favorendo soprattutto la partecipazione dei cittadini e delle forze sociali diffuse.

 

Terremoto in Emilia Romagna: i compiti della politica tra emergenza e ricostruzione

Il terremoto che ha piegato ma non spezzato l'Emilia Romagna, sta mettendo a dura prova la vitalità di un territorio che, negli anni, ha dimostrato di essere all'avanguardia nella creazione di un ricchissimo tessuto di piccole e medie imprese e per gli elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile. Un tessuto industriale fatto di eccellenze e competenze diffuse e che, adesso, per ripartire ha bisogno delle fondamenta: risorse e spazi fisici, in primo luogo.

L'urgenza consiste, senza dubbio, nel dare un tetto ai cittadini delle zone più colpite dal sisma e da questo punto di vista le iniziative sorte per impegno dei gruppi di cittadinanza attiva - che stanno raccogliendo centinaia e centinaia di disponibilità di abitazioni sfitte o stanze inoccupate e offerte calmierate di camper e roulotte - si sposano alla perfezione con l'intenzione del Presidente della Regione Vasco Errani di puntare sul patrimonio abitativo inutilizzato per contrastare l’emergenza; una scelta giusta perché evita di rispondere ad un dramma con ulteriore consumo di suolo e soluzioni improvvisate, come accadde con le new towns abruzzesi, e permette quindi di dedicare tutte le risorse alla ricostruzione, mentre si restituisce un tetto a chi ne ha un bisogno immediato.

Ma non c'è soltanto questo aspetto.

In prospettiva, le maggiori preoccupazioni riguardano: la necessità di restituire dignità alle persone attraverso un lavoro sicuro, qualificato e stabile; la tutela dei cittadini dai tentativi di sciacallaggio che speculano su condizioni già drammatiche; l’intervento per scongiurare il disfacimento del tessuto produttivo e i rischi di delocalizzazione; una risposta rapida nella risoluzione dei problemi nei settori fondamentali della scuola e della sanità giacché molte strutture pubbliche risultano inagibili o deteriorate; la promozione di politiche industriali e sociali che rilancino, ripensino e finalizzino le produzioni; un rapporto equilibrato tra snellimento delle procedure e reintroduzione della logica del controllo pubblico nella definizione di norme per le costruzioni civili e industriali che siano adeguate al mutamento delle cartine sismiche nei nostri territori; il tornare a dare slancio e freschezza agli spazi ed ai significati della socialità e dell'interculturalità; il recupero possibile del patrimonio culturale ed artistico devastato perché storia, memoria, bellezza e cultura di una comunità non possono essere disperse.

Per mettere in campo le risposte adeguate, però, c'è bisogno di un largo processo partecipativo che affianchi le Istituzioni nelle scelte per convogliare le risorse - che giungono e giungeranno dai livelli nazionali e regionali - verso obiettivi condivisi e definiti; nonché di un'attenzione potenziata rispetto a possibili ed inquietanti presenze della criminalità organizzata nel percorso della ricostruzione. Il contributo delle forze sociali e politiche, dell’associazionismo e dei cittadini può essere decisivo e la scelta del decentramento - con il Presidente della Regione nominato commissario e i sindaci dei Comuni interessati dal sisma nominati vice-commissari - va in questa direzione.

Occorre, in sostanza, legare il progetto complessivo della ricostruzione al coinvolgimento diretto delle comunità interessate, ad esempio attraverso l’adozione della legge regionale 3/2010 sulla partecipazione fra gli strumenti da utilizzare, perché la qualificazione della democrazia come metodo inclusivo di governo è un fattore decisivo di garanzia di qualità della ricostruzione, all’opposto di recenti esperienze che hanno fatto dell’emergenza la condizione di sottrazione alle normali regole e controlli, con le conseguenze che tutti conosciamo.

Avrebbe senso, ancora, porsi la domanda su come impostare, nei contenuti, il percorso della ricostruzione.

Ovvero provare a riflettere, pubblicamente, sul nostro modello di sviluppo economico, ambientale e sociale. Dalla messa in sicurezza del territorio quale prima e indifferibile opera pubblica, al porre in discussione la priorità di certe opere infrastrutturali (si pensi, per i territori interessati, all'autostrada Cispadana); dalla promozione di stili di vita sobri e sostenibili, al come garantire piena ed effettiva sicurezza (fisica ed economica) per le persone che lavorano: perché non sono le esigenze del mercato, bensì la sicurezza a rappresentare la prima misura del lavoro.

 

 

Giuseppe Morrone (1984) è nato e cresciuto a Caggiano (Sa). Nel 2003 si è trasferito a Siena dove si è laureato in Scienze della Comunicazione. Dopo la laurea triennale si è trasferito a Modena e si è specializzato in Storia dei conflitti nel mondo contemporaneo, conseguendo la laurea magistrale nell'aprile del 2012 con una tesi sul nesso saperi-lavoro nel pensiero di Bruno Trentin. Ha scritto per il Corriere di Siena, Liberazione, Micromega e L'Unità.

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Lunedì 09 Aprile 2012 18:57

Uno studio sulla ricostruzione a Caposele

Gerarda Nesta ha da poco conseguito la laurea per educatori professionali extrascolastici. Ha discusso una tesi di laurea su "Caposele tra sisma e ricostruzione", affrontando attraverso le testimonianze orali un viaggio nei giudizi e nella memoria dei suoi compaesani.

Riportiamo con piacere una piccola sintesi dei suoi studi.

 

CAPOSELE TRA SISMA E RICOSTRUZIONE

Gerarda Nesta

Il lavoro di ricerca è stato svolto sulla ricostruzione di Caposele, comune irpino notevolmente danneggiato dal sisma del 1980. Per ripercorrere la storia di questo paese tra il sisma e la ricostruzione ci si è avvalsi del racconto orale volto a recuperare dati che altrimenti rimarrebbero privi di narrazione e una gamma di sentimenti che il testo scritto non è in grado di restituire.

La scelta dei soggetti e del contesto in cui effettuare le interviste (Caposele e i rappresentanti della comunità) rappresenta quindi il tentativo di raccontare la vicenda del terremoto attraverso strumenti inediti: il punto di vista, l’esperienza e le parole di chi la rinascita e la ricostruzione le conosce bene perché le affronta nella propria quotidianità.

Caposele prima del sisma, conservava le caratteristiche tipiche di paese medioevale mentre oggi è quasi del tutto trasformato, avendo assunto l’aspetto di paesino interno di collina con manifesti i segni del progresso e della civiltà come la frazione di Materdomini sede del Santuario di San Gerardo Maiella, che vanta una storia di quasi 600 anni e dove sono custodite le ossa del santo, protettore delle mamme e dei bambini.

Il Comune irpino che contava 4.077 abitanti nel 1980, è stato dichiarato “disastrato” dal D.L. del 13/2/81 n. 19 per i danni riportati a causa del sisma del novembre 1980. Il Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica valutò infatti in quell’occasione, una percentuale di danni pari all’80%. In quei giorni tutti vollero portare aiuto, comprese la stampa e l’opinione pubblica, a quasi un anno dal terremoto però, molta della presenza nazionale (politica e non) aveva abbandonato il campo: il terremoto diventava una faccenda solo ed esclusivamente dei paesi colpiti e la seguente citazione di un cittadino di Caposele tratta da un giornale locale, indica chiaramente le preoccupazioni di quei giorni:

«Il gemellaggio con un comune come Milano, aveva riempito di gioia e di speranza il cuore dei Caposelesi, dando loro l’illusione che l’industria, la tecnica, l’organizzazione e la forza di una grande città, avrebbe dato sollievo, ordine e forza ad un piccolo paese come Caposele. A distanza di un anno invece, serpeggiava profonda amarezza e delusione in quanto il paese, semidistrutto dal terremoto, non aveva compiuto un solo passo avanti, regnava infatti il caos più profondo con sperpero di danaro pubblico, dilagava l’assistenzialismo e il clientelismo. Non uno studio sull’assetto del territorio, non un piano di ricostruzione, non un tentativo di riconnessione del tessuto sociale ed urbano, non un tentativo di recupero di edifici pubblici e religiosi, non un accertamento serio e responsabile del danno reale al patrimonio edilizio. Una sola consolazione, quella del prefabbricato.

In tale situazione gli interventi del comune di Milano apparirono alquanto discutibili per non dire anacronistici ed in netto contrasto con le distruzioni, le demolizioni, i lutti, la miseria ed il buonsenso. Esso offrì infatti  una piscina olimpionica da un miliardo quando ancora non si riusciva a riattare le case riparabili per mancanza di fondi. Un intervento del comune sul vecchio centro storico, sugli edifici pubblici, su un vecchio quartiere, sarebbe stato più comprensibile e più rispondente alle reali esigenze dei caposelesi. La ricostruzione di un pezzo di città, sia esso un singolo edificio o un aggregato di essi, avrebbe rappresentato infatti la riconquista del “luogo” da parte dei cittadini, la riappropriazione di quegli spazi collettivi in cui essi si sono sempre identificati e verso i quali si sono sempre proiettati, adesso invece l’alternativa era la chiusura nella frustrazione dei ghetti prefabbricati o di insediamenti pseudo-turistici. Un intervento in tal senso poteva pilotare l’intera operazione di recupero e rappresentare un segno concreto di ricostruzione. I caposelesi allora avevano bisogno di una casa e non di piscine o villaggi per ipotetici turisti del futuro, “visitatori” delle loro macerie.»

Nel 1982, con l’ultimo caposelese che riceve il prefabbricato, la fase dell’emergenza vera si concluse. Seguì la così detta “partita della ricostruzione”, alquanto complicata dal momento che Caposele è un comune notevolmente colpito dal sisma, che non possedeva strumenti urbanistici, in zona franosa e con l’ acquedotto a ridosso.

A questo si aggiunse l’attrito tra maggioranza e opposizione e la forte sensazione di sconfitta della popolazione, dovuta al fatto che si stava ampliando al massimo la zona del cratere, più per decreto che per danno vero e che di ricostruzione vera e propria  si vedeva ben poco.

In quel periodo l’amministrazione propose uno strumento urbanistico che prevedeva il recupero del centro urbano e la realizzazione di tre piani di zona con conseguente delocalizzazione delle abitazioni che per motivi urbanistici o di sicurezza non potevano essere ricostruite sul precedente sito. L’impostazione che si intendeva dare al progetto di ricostruzione prevedeva di seguire i punti cardine del vecchio impianto urbanistico tentando allo stesso tempo di rendere il paese più vivibile delocalizzando  circa 700 persone nei piani di zona.

Furono individuati dei punti nevralgici che opportunamente modificati, avrebbero consentito un miglioramento dello stile di vita ad esempio ampliando la piazza antistante la  Chiesa Madre oppure costruendo dei portici lungo il corso principale del paese. La minoranza che appoggiava un’idea della ricostruzione detta del “là dov’era e così com’era”, si oppose duramente a tale idee di rinnovamento accusando la maggioranza di voler svuotare il paese e vi fu uno scompiglio tale da generare un importante sgretolamento nell’amministrazione che condusse al commissariamento del comune. Venne quindi approvato e consegnato un nuovo piano di recupero, via intermedia tra le due precedenti e contrastanti proposte.

Nel 1984, vigilia delle elezioni comunali, furono approvati i decreti sui vincoli della Sovrintendenza, richiesti da cittadini che non accettavano il fatto che la propria abitazione, specie se con una certa importanza storica, dovesse essere demolita. Il piano di ricostruzione prevedeva infatti demolizioni funzionali a una nuova idea di paese mentre per l’opposizione ciò accadeva spesso senza tener conto di elementi storici ed architettonici di un certo valore; i cittadini dunque si rivolsero alla Sovrintendenza che riconobbe i vincoli classificandoli in diretti ed indiretti. I primi relativi ad abitazioni ancora in piedi, gli altri ad edifici crollati. Questo fece scatenare un ulteriore conflitto nel comune tanto che la campagna elettorale del 1985 ruotò integralmente su tale faccenda.

Nel 1985 a Caposele era da poco partita la ricostruzione rurale ed urbana mentre a Materdomini era iniziato solo qualche intervento di riparazione: ciò indispettì alquanto i cittadini, anche perché i comuni vicini avevano cominciato i lavori già da tempo mentre Caposele fu uno degli ultimi ad avviarsi alla ricostruzione. Nel 1986 in seguito all’approvazione del piano di zona, esplose la ricostruzione che interessò fin da subito e con particolare immediatezza la frazione Materdomini, questione che non comparve all’ordine del giorno di alcuna riunione in quanto l’amministrazione precedente si era guardata bene dal proporre comparti nuovi lì dove ogni metro è prezioso per l’economia legata al turismo per cui non era pensabile proporre la demolizione delle preesistenze (spazi riservati alle attività commerciali private) per la costruzione di palazzine. In quello stesso periodo si verificò un incremento dell’occupazione in una logica di incoraggiamento dell’economia locale. Gli anni cruciali della ricostruzione furono quindi quelli compresi tra il 1986 e il 1989, anni in cui era in vigore la legge n. 219 fondata sul meccanismo della cantierabilità.

Dalle testimonianze raccolte sono evidenti divergenti valutazioni, espresse in base a diverse esperienze e sensibilità, in particolare riguardo le scelte della ricostruzione di tipo conservativa e i nuovi insediamenti abitativi sorti dopo il 1980.

Molti giudicando la qualità della ricostruzione, arrivano a conclusioni spesso sconfortanti che tuttavia paragonate ad altre realtà vicine, risultano meno devastanti. La scelta di non aver puntato sulla nascita di aree industriali rimaste spesso “cattedrali nel deserto” è ad esempio, un elemento che emerge in diverse analisi raccolte, oltre alla diffusa idea che l’improvviso scenario economico, modificatosi grazie ai fondi della ricostruzione, abbia finito per incattivire i rapporti tra le persone. Oggi, a distanza di più di trenta anni dal sisma del 1980, sia da parte di chi fin dal primo momento ha pensato ad un ammodernamento del paese, sia di chi sosteneva il recupero della memoria storica come poi è avvenuto, emerge un dato univoco: insoddisfazione per i risultati ottenuti.

Chi appoggiava un’idea di rinnovamento, oggi sostiene che la ricostruzione dal punto di vista qualitativo non sia delle migliori e che quando si ha la sfortuna di vivere una tragedia come il terremoto, si debba cercare di recuperare il passato coniugandolo al progresso della zona, mentre a parere di molti è stata privilegiata in maniera esasperata la ricostruzione del passato a discapito della ricerca di soluzioni di sviluppo per il futuro.

A questa analisi del comune di Caposele va aggiunto un ultimo dato: in seguito al sisma e alle vicende dei soccorsi qualcosa di molto diverso dell’annebbiamento delle coscienze dovute alla corsa all’accaparramento è accaduto in alcune persone. Il secondo giorno successivo al terremoto, iniziarono ad arrivare a Caposele i primi volontari. Non pochi quelli che ricordano che in quell’occasione si creò una integrazione tale tra settentrione e meridione d’Italia che stentano a credere possa ripetersi nella storia. I volontari a Caposele, portarono significativi contributi: raggiunsero le famiglie nelle campagne periferiche, crearono associazioni giovanili e momenti di animazione strutturate per bambini e anziani, fondarono comitati istruendo la popolazione sui propri diritti oltre a dare voce ai dimenticati dinanzi all’amministrazione comunale. Tutto ciò fece scattare nei caposelesi la voglia di imparare come organizzarsi per non dover perennemente ricorrere all’esterno in caso di necessità.

Alcuni cittadini infatti affiancarono i volontari accorgendosi che si trattava di persone comuni che non possedevano particolari preparazioni o qualifiche e questo incoraggiò non poco l’idea di creare simili associazioni anche qui. La vicinanza di persone nuove, fornite di un bagaglio esperenziale diverso, contaminò positivamente il paese che avvertì finalmente il bisogno di reagire dopo periodi di totale apatia e assistenzialismo esasperato fino a fondare alcuni anni dopo, un’associazione di volontariato, ancora oggi fonte di risorse e servizi per la popolazione locale.

Sono state inoltre raccolte informazioni relative al tessuto sociale del comune di Caposele oltre che al danneggiamento e ricostruzione urbanistici, ed è opinione diffusa che il sisma abbia provocato totale disorientamento e vi siano stati giorni di completo e generale intontimento. Molti riconoscono che vi sia stata una prima fase, durata molto poco, forse qualche settimana, in cui  di fronte alla calamità e al lutto emerse la parte più solidale di ognuno. Tale fenomeno si affievolì di lì a poco, qualcuno sostiene che ciò accadde in corrispondenza dell’arrivo degli aiuti materiali prima e delle roulotte poi., che diedero inizio alla corsa all’accaparramento.

Altri hanno osservato come l’evento stesso del terremoto abbia chiuso le persone in se stesse perché preoccupate a garantire una sistemazione dignitosa alla propria famiglia col passaggio in secondo piano della parte altruistica di ogni abitante. Molti credono che su questo si sarebbe innestato l’aspetto più spiacevole del carattere umano che ancora oggi prevale, ossia quello legato al “malefico dio denaro” considerato pericoloso qualora non gli si riconosca il giusto e moderato valore.

Alla luce dei dati emersi si nota che l’esperienza della ricostruzione a Caposele rappresenti un’occasione mancata per trarre il meglio da un evento tanto triste e luttuoso come può essere un terremoto. Un appuntamento non rispettato con una opportunità di crescita che ha finito invece per provocare invidie, dissapori e allontanamenti dalla propria comunità  e dal proprio territorio.

Sic stantibus rebus, trenta anni sembrano ancora insufficienti per un bilancio di quanto e come il terremoto abbia influito anche sulla dimensione sociale dei paesi colpiti, dal momento che è ancora nell’aria nei ricordi che come folate di vento, riportano di tanto in tanto il sapore acre della polvere di quella triste domenica sera di novembre.

Pubblicato in Campania - Basilicata

Miriam Favale si è laureata nel novembre 2011 in Scienze della Formazione all'Università di Salerno con una tesi dal titolo: Terremoto del 1980: conseguenze post-traumatiche da stress (relatore il prof. Bruno Moroncini). Riportiamo qui l'abstract che Miriam Favale ci ha inviato e, in allegato, l'indice della sua tesi.

L'Osservatorio sul Doposisma riceve spesso segnalazioni di tesi di laurea, specializzazione, di studi e attività che hanno a che fare con i terremoti e i disastri in genere. Chiunque ne avesse voglia e piacere può inviarci del materiale; noi potremmo dedicargli un articolo, creando un piccolo spazio, una vetrina in cui esporre e parlare dei propri studi e interessi; è una forma di riconoscimento e di condivisione utile a creare dibattito e approfondimento. Potete contattarci a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .

 

MIRIAM FAVALE

 

Terremoti e conseguenze post-traumatiche da stress


In questo elaborato si intende affrontare un argomento particolarmente delicato e attuale, legato al complesso rapporto tra catastrofi naturali e loro conseguenze psicologiche, a breve, medio e lungo termine, su individui e collettività che li subiscono.

È ampiamente dimostrato dagli studi di settore, infatti, come le popolazioni colpite da eventi catastrofici debbano fronteggiare non solo i disagi materiali legati agli effetti distruttivi innescati dagli eventi stessi, ma anche, nel corso del tempo, i profondi traumi psichici derivanti dalla scomparsa dei precedenti punti di riferimento, di tipo affettivo e/o esistenziale.

La distruzione materiale di un paesaggio, intendendo il termine nel suo significato geografico e ‘psicologico’ più profondo, implica la scomparsa di un vero e proprio ‘micromondo’, dal punto di vista ambientale, culturale e percettivo. Le collettività colpite da un evento distruttivo, dunque, sono potenzialmente esposte a traumatiche trasformazioni del proprio stile di vita, con progressiva perdita di identità e valori nel corso del tempo.

Il terremoto che nel 1980 ha colpito la Campania e, in particolare, la sua subregione irpina, rappresenta in tal senso un esempio emblematico: per la sua particolare forza devastante, in un periodo storico contrassegnato dalla carenza di conoscenze in materia di strategie antisismiche e protezione civile, ha distrutto paesi e centri dell’Irpinia, sconvolgendo l’esistenza di intere famiglie, ma ha anche stravolto l’intima relazione tra un paesaggio e la sua collettività.

Il terremoto, in sé, d’altra parte, si configura come fenomeno particolarmente devastante, sia dal punto di vista materiale che immateriale. Basti considerare, a tal proposito, che la Terra, nell’immaginario collettivo, rappresenta quanto di più stabile e solido possa esserci, laddove le scosse telluriche ci ricordano con evidenza che così non è.

A partire dalla ricostruzione dei fatti riguardanti il terremoto del 1980, questo lavoro cercherà dunque di affrontare il problema della relazione tra catastrofi e coscienza collettiva di un territorio secondo due punti di vista, di tipo geografico e psicologico.

Secondo il primo punto di vista, si partirà dalla descrizione degli aspetti geografico-storici della subregione irpina, con particolare riguardo alle attuali conoscenze che i geologi hanno raggiunto sui terremoti e sul grado di sismicità di alcune aree geografiche della provincia.

A partire dal secondo punto di vista, si prenderà invece in esame il trauma psichico nella sua accezione generale, secondo le ricerche psicanalitiche di Sigmund Freud, Sandor Ferenczi e Otto Rank; in seguito l'attenzione si focalizzerà su alcune ricerche di psicologia clinica e sul cosiddetto ‘Disturbo Post-Traumatico da Stress’ che, secondo recenti studi, può insorgere nelle vittime di alluvioni e terremoti. Infine, si cercherà di mettere in risalto, con particolare attenzione, la sofferenza psicologica dei bambini vittime del disastroso terremoto irpino del 1980, testimoniata da alcuni disegni realizzati dagli stessi.

Nelle conclusioni, alla luce del caso trattato e della stretta relazione tra percezione del paesaggio e benessere psico-fisico degli individui, si evidenzierà l’importanza della pianificazione paesaggistica per la salvaguardia del territorio e delle identità geografico-culturali delle collettività che lo abitano.

È ormai noto come le modifiche paesaggistiche incidano profondamente sul senso di identità e appartenenza collettiva di una popolazione al proprio territorio.

In questo abstract, pertanto, si descriverà brevemente lo stile di vita degli abitanti dell’Alta Irpinia prima del terremoto del 1980 e si dimostreranno i cambiamenti repentini che le popolazioni hanno subìto nel post-sisma e i disagi che ancora oggi stanno vivendo.

In particolare, si punterà l’attenzione su tre paesi duramente colpiti da questo disastroso evento: Torella dei Lombardi, Conza della Campania e Bisaccia.

Si mostrerà, inoltre, come il sisma sia stato elaborato e assorbito dai bambini dei territori esaminati, attraverso l’analisi di alcuni loro disegni in tal senso emblematici.

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Il gatto di Van, anche detto Turco van, è una razza di grande taglia, generalmente dal mantello bianco, con la coda colorata di pelo rossiccio e macchie sul capo. Narra la leggenda che quando finì il diluvio universale, Noè non riusciva a controllare l’agitazione degli animali a bordo dell’arca, e due gatti riuscirono a scappare tuffandosi in acqua e nuotando verso la terraferma. I gatti di Van, infatti, sono abili nuotatori.

La città di Van, quindi, prima di ieri a ora di pranzo, era famosa soprattutto per essere la patria di origine di questi felini. Situata nell’area sudest della Turchia, vicino al confine con l’Iran e l’Armenia, questa zona è altamente problematica dal punto di vista geopolitico, perché vicina al teatro delle lotte di rivendicazione del popolo curdo contro il governo turco. Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre, infatti, sono stati uccisi 21 soldati dell’esercito turco come ritorsione per la cattura di diversi attivisti del PKK (il partito indipendentista curdo) e dei bombardamenti nell’area e nel nord dell’Iraq.

Il terremoto, di magnitudo 7.2 Richter, si è verificato ieri, 23 ottobre, alle 13 e 41 locali, con una forte replica (5,6 Richter) dopo circa quindici minuti. Al momento le notizie che giungono dall’area parlano di 270 morti, bilancio che è purtroppo destinato a salire.

Intanto le scosse di assestamento non si placano, rendendo più complicate le operazioni di soccorso ai terremotati. Nella città di Van risiedeva anche una famiglia italiana, originaria della Toscana, che viveva lì da tempo e aveva una piccola attività artigianale; si sono prontamente messi in salvo al momento della scossa.

Tra le tristi analogie, c’è da segnalare il crollo di un ostello destinato ad ospitare studenti universitari nella città di Ercis, come avvenne a L’Aquila nel 2009. Anche il premier turco Erdogan si è recato nell’area per visitare le città colpite, rifiutando tuttavia l’aiuto offerto da molti paesi stranieri, tra cui anche Israele.

Nel 1999 un altro forte terremoto colpì l’area nord ovest del Paese, nei pressi del Mar di Marmara, causando tra i 17mila e i 18mila morti. La penisola anatolica è infatti un’area ad altissimo pericolo sismico per la presenza di numerose faglie.

Di recente è stato pubblicato uno studio, a cura dell’Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena, in cui vengono illustrate in prospettiva comparata le conseguenze dei disastri sotto il profilo macroeconomico in diverse aree del mondo. Lo studio, intitolato “Una scossa al sistema. Come ricominciare”, dimostra come un disastro ha effetti piuttosto simili sulle economie nel breve periodo, ma a fare la differenza sono, nel medio e lungo termine, i precedenti livelli di prodotto interno lordo pro capite e la presenza di istituzioni pubbliche efficienti e non corrotte. Lo studio è stato pubblicato nel rapporto “La fabbrica del terremoto”, a cura dell’Osservatorio Permanente sul Doposisma.

 

(originariamente pubblicato qui)

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