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Lunedì 26 Febbraio 2024 16:42

"Solo il terremoto si ricorda di noi"

 

Quest'articolo è uscito sul Corriere dell'Irpinia del 25 novembre 2023

"Solo il terremoto si ricorda di noi"

 

di Stefano Ventura

 

“Solo il terremoto si ricorda di noi”. Sono le parole di una anziana signora irpina, pronunciate a un volontario a pochi giorni dalla terribile e devastante scossa del 23 novembre 1980. E’ riportata un volume recente scritto da un volontario, Claudio Calzana, che nel 2022 è voluto tornare sui luoghi dove era stato pochi giorni dopo il sisma, da giovane. Da questo sopralluogo è venuto fuori un diario ricco di ricordi e riflessioni. Il libro si intitola “Ritorno in Irpinia”.

Quarantatre anni dopo, questa sensazione di abbandono pare immutata. Nonostante un mondo iperconnesso e accelerato, i paesi dell’Irpinia del terremoto sono più poveri, soprattutto di energie vitali e di abitanti.

La provincia di Avellino ha perso 25.702 abitanti in cinque anni, l’età media di chi resta è di 45,8 anni. Lo spopolamento è la chiave di tutte le letture, poiché da lì derivano a cascata i problemi. Secondo l’Istat, nel 2070 l’età media degli italiani salirà a 51 anni (cinque in più di ora); al Sud salirà a 52 anni, sette più di ora. La popolazione over 65 sarà un terzo del totale (oggi è un quinto).

Un’età media alta vuol dire che la percentuale di popolazione attiva si assottiglia; ci sono, quindi, meno persone al lavoro e quindi lo Stato e i comuni incamerano meno tributi e devono assistere più persone.

Purtroppo la legge dei grandi numeri imperversa nelle politiche pubbliche, decide le soglie da raggiungere per avere un ospedale ogni tot abitanti, un minimo di studenti per le classi, la facilità di accesso a farmacie, reparti ospedalieri, tribunali, caserme, poste e bancomat. Questa logica, però, non tiene conto di tanti fattori più complessi.

In queste condizioni è difficile vivere una vita dignitosa. Due ambiti su tutti sembrano essere una utile cartina di tornasole: salute e istruzione.

Secondo la Fondazione Gimbe mancano all’appello in Campania 349 medici di base, gli ospedali di comunità e la medicina territoriale sono ancora una prospettiva vaga. Trovare medici è un’oggettiva difficoltà a livello nazionale, ancor di più per gli ospedali periferici e i presidi sanitari territoriali.

Nelle scuole dell’obbligo riemerge l’abitudine a formare le pluriclassi, un punto dolente didattico e formativo che penalizza i bambini e che richiede uno sforzo di adattamento da parte dei docenti e degli istituti. L’istruzione era una dei nodi nevralgici sui quali intendeva agire la Strategia Nazionale Aree Interne. Nell’Accordo Quadro sull’Alta Irpinia erano suggeriti alcuni interventi: aumentare il tempo scuola, anche nel pomeriggio, stimolare i docenti a una maggiore continuità didattica e non a trasferimenti continui, risolvere i problemi di mobilità e i tempi di percorrenza tra paesi per raggiungere gli istituti di istruzione superiore, sfruttare al meglio, al di la della complessità delle sigle, i PON (Programma operativo Nazionale), i PTOF (Piani Territoriali dell’Offerta Formativa) e i PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, prima si chiamava Alternanza Scuola Lavoro) per progettare connessioni tra scuola e territorio. In attesa di dati

concreti su questi interventi, resta il problema di un’offerta formativa basata su numeri e quantità e poco funzionale alle esigenze diffuse di enti pubblici e privati.

E’ anche da sottolineare il sovrapporsi di enti, istituzioni, realtà di settore che aumentano la confusione di ruoli e decisioni: Provincia, Area Pilota, distretti sanitari, Gruppi di Azione Locale, Comunità montane e parchi hanno tutti confini variabili e sfuggenti, in un rincorrersi di doppioni e piccole cerchie di potere.

Il terremoto ha disegnato una parabola che va dalla povertà che regnava in un’area tra le più arretrate del Mezzogiorno a un periodo di speranze e illusioni alimentate da flussi finanziari ingenti e spesso irrazionali per concludersi con la desertificazione, non solo demografica, in atto. La modernità accelerata ha lasciato certamente qualcosa, in termini di edifici, infrastrutture e servizi. Pare chiaro, però, che il disegno di futuro immaginato non sia stato così rispondente alle esigenze e alle vocazioni del territorio, altrimenti non si spiegherebbe la situazione attuale.

Forse c’è anche un problema di autorappresentazione: se si tenta sempre di essere qualcos’altro, senza conoscere le proprie risorse positive, si cade in una sorta di profezia che si autoavvera, che disegna uno scenario a volte anche peggiore rispetto alla realtà. In questo modo diventa difficile trattenere i giovani oppure prospettargli il ritorno dopo percorsi di studio validi e altamente qualificati.

Il diritto ad entrare nel mondo civile ed evoluto è stato conquistato al prezzo di un passaggio attraverso la sofferenza e la tragedia, perdite umane e affettive che era impossibile risarcire. La consapevolezza dell’essere marginali e dimenticati, che riecheggia nelle parole citate in apertura, è stata rafforzata anche dai ritardi dei soccorsi, da quelle prime, drammatiche ore in cui tanti paesi e tanti irpini e lucani non videro arrivare nessuno, al di fuori degli emigranti. Quel sacrificio inconsapevole è servito a dotare il nostro Paese di un sistema avanzato e efficace di Protezione civile, che si innesta nel volontariato italiano, nel Terzo Settore e in tante piccole realtà associative che sono le uniche a poter coprire con capillarità l’intero territorio nazionale, così fragile e così particolare nella sua accidentata bellezza.

In questi mesi è in atto nei Campi Flegrei una preoccupante sequela di allarmi derivanti dal bradisismo, con scosse sismiche e possibili scenari di evacuazione di tantissimi abitanti. E’ un caso interessante sulle forme di comunicazione del rischio tra esperti, istituzioni e cittadinanza e sta rivelando ancora parecchia approssimazione su questo problema.

L’Irpinia conosce cosa vuol dire fare i conti con il pericolo terremoti, lo ha vissuto e lo ha acquisito nel proprio patrimonio genetico. Dopo così tanti anni, andrebbe trovato il modo per farne tesoro e per diffondere, ad altri territori e alle nuove generazioni, tutte le esperienze acquisite.

 

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Martedì 28 Novembre 2023 10:52

Quarantatre anni dopo

Pubblichiamo un articolo uscito sul Corriere dell'Irpinia di sabato 25 novembre 2023. Tra gli allegati la riproduzione per immagini dell'articolo originale.

 

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Nel giorno del quarantennale del sisma del 1980 che colpì persone, animali, case, paesaggi, l’Osservatorio sul Doposisma della Fondazione MIdA ha organizzato per lunedì 23 novembre 2020 a partire dalle ore 9.30 il seminario “Terremoto 1980 – 2020. Ricordare per costruire”. Il seminario è inserito nell’ambito del Corso di Perfezionamento in Disaster Management in Sanità Pubblica voluto e organizzato dal Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, in collaborazione con il Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni animali, il CeRVEnE e l’Associazione Nazionale Disaster Managemen (ASSODIMA).

Al seminario parteciperanno alcuni degli autori della pubblicazione edita dalla Fondazione MIdA “Terremoto 20+20. Ricordare per costruire”, un volume prezioso, curato dal coordinatore dell’Osservatorio, Stefano Ventura. Il volume raccoglie alcuni saggi già apparsi nei dossier curati dall’Osservatorio sul Doposisma dal 2010 ad oggi e aggiunge altre riflessioni più recenti, con il contributo di diversi settori (antropologia, ingegneria, medicina veterinaria, storia sociale).

Dopo i saluti di Raffaele Bove, direttore del CeRVEnE, presenteranno i risultati delle loro ricerche e le loro riflessioni sull’evento che colpì una vasta area dell’Appennino meridionale con effetti devastanti soprattutto in Irpinia e nelle zone adiacenti delle province di Salerno e Potenza.

Stefano Ventura, coordinatore dell’Osservatorio sul Doposisma e scrittore, Simone Valitutto, antropologo e studioso di sistemi festivi e rituali, Salvatore Medici, giornalista e scrittore, Raffaele Tarateta, ingegnere e consigliere della Fondazione MIdA, hanno approfondito, scavato a 40 anni dal sisma del 1980 tra le macerie “invisibili”, volgendo uno sguardo al futuro dei territori e delle comunità che li abitano.

Seguiranno gli interventi di Stefano Fabbri e Graziano Ferrari, ideatore di Terragiornale che ripercorre la storia geofisica dell’Italia attraverso delle «breaking news». Le conclusioni sono affidate al presidente della Fondazione MIdA, Francescantonio D’Orilia.

Il seminario verrà trasmesso in diretta sul sito e sulla pagina Facebook della Fondazione MIdA.

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Giovedì 20 Agosto 2020 15:59

TERREMOTO 20+20. RICORDARE PER RICOSTRUIRE

A quarant'anni dal terremoto del 1980, in tempi di nuova e diversa emergenza, abbiamo il dovere di commemorare la tragedia e il diritto di interrogarci su cosa è successo. Per farlo è necessario approfondire, scavare tra le macerie invisibili rimaste in tanti anni di doposisma. Ricostruire non vuol dire solo sanare le ferite fisiche e materiali dei luoghi terremotati o di un sistema economico in difficoltà ma anche pensare alle comunità, al sentimento dei luoghi, alla felicità interna lorda. L’Osservatorio sul Doposisma ha prodotto dal 2010 a oggi vari rapporti di ricerca, convegni, festival, concorsi creativi ed eventi, cercando di mettere in pratica la visione prospettica del futuro affondandola nelle radici di speranza emerse dalle macerie del 1980.

 

INDICE

 

Presentazione di Rosa D’Amelio, Presidente del Consiglio Regionale della Campania

 

Introduzione, di Antonello Caporale, giornalista del Fatto Quotidiano e ideatore dell’Osservatorio sul Doposisma

 

Parte 1

 

CAPITOLO 1. Terremoti e gestione delle emergenze. L’esperienza del 1980, di Stefano Ventura;

 

CAPITOLO 2. Oltre l’Atlantico. Terremotati, migranti, Italian-Americans a New York, di Manuela Cavalieri

 

CAPITOLO 3. La cattiva ricostruzione. Da dove ripartire dopo quarant'anni? di Simone Valitutto

 

CAPITOLO 4. Passarono gli anni e il nuovo non venne. Dopo il terremoto, le fabbriche, di Pietro Simonetti e Stefano Ventura

 

CAPITOLO 5. Etnografia di una ricostruzione. Fiducia e mutamenti sociali in una comunità irpina di Teresa Caruso

 

CAPITOLO 6. Rischio sismico, prevenzione e gestione dell’emergenza. Aspetti normativi e tecnico-amministrativi, di Raffaele Tarateta

 

Parte 2.

 

CAPITOLO 7. Il CERVENE (Centro Regionale di Riferimento Veterinario per le emergenze non epidemiche), presentazione e attività, di Raffaele Bove - Salvatore Medici

 

CAPITOLO 8. La nascita della disastrologia veterinaria e l’esperienza di Adriano Mantovani, di Raffaele Bove e Nicola Amabile

 

 

Postfazione. Osservare il doposisma

 

Appendice fotografica

 

Il libro è disponibile al MIDA STORE alle Grotte di Pertosa e Auletta e presto sarà disponibile sui principali bookstore per l'acquisto online.

 

PER INFORMAZIONI:

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Venerdì 31 Luglio 2020 09:09

TERREMOTO 20+20. RICORDARE PER RICOSTRUIRE

A quarant'anni dal terremoto del 1980, in tempi di nuova e diversa emergenza, abbiamo il dovere di commemorare la tragedia e il diritto di interrogarci su cosa è successo. Per farlo è necessario approfondire, scavare tra le macerie invisibili rimaste in tanti anni di doposisma. Ricostruire non vuol dire solo sanare le ferite fisiche e materiali dei luoghi terremotati o di un sistema economico in difficoltà ma anche pensare alle comunità, al sentimento dei luoghi, alla felicità interna lorda. L’Osservatorio sul Doposisma ha prodotto dal 2010 a oggi vari rapporti di ricerca, convegni, festival, concorsi creativi ed eventi, cercando di mettere in pratica la visione prospettica del futuro affondandola nelle radici di speranza emerse dalle macerie del 1980.

 

INDICE


Presentazione di Rosa D’Amelio, Presidente del Consiglio Regionale della Campania

Introduzione, di Antonello Caporale, giornalista del Fatto Quotidiano e ideatore dell’Osservatorio sul Doposisma

Parte 1

CAPITOLO 1. Terremoti e gestione delle emergenze. L’esperienza del 1980, di Stefano Ventura;

 

CAPITOLO 2. Oltre l’Atlantico. Terremotati, migranti, Italian-Americans a New York, di Manuela Cavalieri

CAPITOLO 3. La cattiva ricostruzione. Da dove ripartire dopo quarant'anni? di Simone Valitutto

CAPITOLO 4. Passarono gli anni e il nuovo non venne. Dopo il terremoto, le fabbriche, di Pietro Simonetti e Stefano Ventura

CAPITOLO 5. Etnografia di una ricostruzione. Fiducia e mutamenti sociali in una comunità irpina di Teresa Caruso

CAPITOLO 6. Rischio sismico, prevenzione e gestione dell’emergenza. Aspetti normativi e tecnico-amministrativi, di Raffaele Tarateta

Parte 2.

CAPITOLO 7. Il CERVENE (Centro Regionale di Riferimento Veterinario per le emergenze non epidemiche), presentazione e attività, di Raffaele Bove - Salvatore Medici

 

CAPITOLO 8. La nascita della disastrologia veterinaria e l’esperienza di Adriano Mantovani, di Raffaele Bove e Nicola Amabile

 

Postfazione. Osservare il doposisma

Appendice fotografica

 

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Giovedì 05 Maggio 2016 14:50

Quarant'anni fa il terremoto in Friuli

Il 6 maggio 1976, alle 21, una scossa del 6,4 della scala Richter colpì vaste zone del Friuli, tra le province di Udine e Pordenone; i comuni più colpiti furono Gemona, Venzone, Bordano, Artegna, Buia, Osoppo e Folgaria. A questa scossa il 15 settembre dello stesso anno ne seguì un’altra (6.1 scala Richter); in totale, i morti furono 939, i senzatetto circa 80 mila.

L’arrivo dei soccorsi nel caso del terremoto friulano, fu più celere poiché circa 18 battaglioni dell’esercito si trovavano nell’Italia nord orientale; quei militari e quelle caserme che avevano subìto danni minori si mobilitarono prontamente per portare soccorso alle popolazioni.

Il presidente del consiglio Moro e il ministro dell’Interno, Cossiga, decisero di affidare urgentemente al sottosegretario alla protezione civile, Zamberletti, il ruolo di commissario straordinario per l’emergenza. Zamberletti decise allora di creare dei centri di coordinamento comunali e di zona, affiancando ai sindaci gli ufficiali dell’esercito.

Dopo la scossa i senzatetto avevano trovato rifugio nei vagoni ferroviari, nelle tendopoli, nelle roulotte. I friulani lanciarono lo slogan “dalle tende alle case”, sperando di poter presto ricostruire o riparare le proprie abitazioni; nel frattempo si erano scelte le case prefabbricate e non le baracche per la fase transitoria.

La scossa di settembre, che aveva causato nuovi danni e rallentato di nuovo il ripristino della normalità, convinse il commissario, che era stato rinominato dopo un periodo di interruzione e un cambio di governo (da Moro ad Andreotti), a optare per l’arretramento dei senzatetto nelle località balneari della costa. La poca distanza permetteva anche a chi voleva riavviare la propria attività, ma anche agli agricoltori e agli operai, il pendolarismo, in modo tale da non subire del tutto l’estraneità dai luoghi d’origine. Intanto erano disponibili anche le aree di insediamento provvisorio e si mise in moto il recupero edilizio degli edifici che avevano subìto danni minori.

Gli evacuati furono 26.520 e furono ospitati in 5 centri balneari e nella località montana di Ravascletto.

Dal punto di vista legislativo e di indirizzo, il decentramento delle responsabilità a favore della Regione e degli enti locali, comuni in primis rappresentò una novità, anche perché il Friuli Venezia Giulia godeva anche dei privilegi di regione a statuto speciale.

Rispetto alle emergenze in Belice e in Irpinia, ci furono alcuni fattori che influirono positivamente sulla gestione dell'emergenza in Friuli:

1) la cospicua presenza militare nell’area;

2) la presenza di buone vie di comunicazione;

3) Udine, la città capoluogo di regione, non fu colpita;

4) la presenza di alberghi e conseguentemente la disponibilità immediata di numerosi posti letto per ospitare i senzatetto.

Nel caso friulano, quindi, nonostante l'assenza di un sistema organizzato di Protezione civile, la struttura commissariale guidata da Zamberletti da un lato, e il decentramento decisionale che rese protagonisti Regione e comuni permise una gestione più efficace dell'emergenza e poi della ricostruzione.

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Domenica 22 Novembre 2015 13:03

35 anni di lenta e difficile rinascita

di Stefano Ventura

Il 23 novembre segna l'anniversario del terribile terremoto che una domenica sera portò via 2914 irpini, campani, lucani e sconvolse la vita a centinaia di persone. Sono passati 35 anni, un periodo tale da poter considerare alle spalle la ricostruzione, ma che non ha certo sanato ferite profonde, tra contraddizioni, errori e progetti più o meno riusciti.

Come ogni anniversario, la commemorazione può e deve servire per ricordare e per valutare il percorso compiuto; molti preferiscono il ricordo privato, la dimensione intima del dolore, ma a livello pubblico bisogna interrogarsi su come le comunità interpretano e mantengono traccia di cosa è successo, degli errori e delle cose buone.

Sulla memoria del terremoto è uscito un recente saggio in un libro che parla di disastri dal punto di vista etnografico e sociologico. Di certo si alternano diverse opinioni, da quelle di chi dice: “Ancora a parlare di terremoto?” a chi grida allo scandalo totale gestito dai soliti intrallazzatori, fino a chi candidamente pensa che non sia successo niente, anzi, la ricostruzione sia stata un toccasana.

La cosa più evidente è l'assenza di forma e sostanza nel tutelare e trasmettere il ricordo, le testimonianze e i dati relativi a quell'evento e alla ricostruzione. Nessun memoriale, ovvero tanti piccoli luoghi disseminati e sporadici, nessun progetto collettivo e a lungo termine, nessun discorso interpretativo che possa essere fatto proprio dai sopravvissuti e da chi è rimasto.

Oggi l'Irpinia (mi limito alla zona più colpita, che conosco relativamente meglio) è un'area in forte decrescita demografica, con una popolazione dall'età media alta e con gli enormi problemi delle aree appenniniche marginali. Da diversi mesi di parla di un Progetto Pilota che possa dare respiro e rilancio, a partire da quattro capisaldi (scuola, sanità, trasporti e sviluppo, http://www.dps.gov.it/opencms/export/sites/dps/it/documentazione/Aree_interne/STRATEGIE_DI_AREA/Bozza_della_strategia/bozza_strategia_alta_irpinia.pdf).

Sembra un percorso obbligato, quello di confrontarsi tra amministrazioni e “portatori di interesse” per trovare una parvenza di progetto comune da perseguire.

Alcuni tentativi, anche ben riusciti, hanno portato quest'area all'attenzione di una platea più ampia, nazionale; uno dei libri candidati al premio Strega, il “Paese dei Coppoloni”, è una specie di poema epico di queste terre, un incrocio tra mito popolare e legame con la terra e le radici. Capossela ha organizzato per il terzo anno lo Sponz Fest, con numeri e contenuti di ottimo livello.

Per contrasto, quelle stesse zone sono al centro di recente di un allarme reale sul legame tra minacce malavitose e eolico. La minaccia delle trivellazioni, a poca distanza dalle vigne dove si producono vini che hanno buoni risultati sul mercato, è un'altro controsenso da sciogliere.

Ci sono anche segnali che andrebbero analizzati sull'identità irpina, visto che ci sono espressioni della società che provano ad affermarsi per difendere il territorio (termine del quale si fa uso e abuso). Cito solo un tentativo, quello di alcuni ragazzi che hanno formato un'associazione che si chiama “Io voglio restare in Irpinia” (https://www.facebook.com/iovogliorestareinirpinia/?fref=ts). Questi ragazzi, in gran parte, non hanno però vissuto gli anni dell'infamia di essere terremotati assistiti e approfittatori di fondi statali, agli occhi dell'opinione pubblica nazionale, e anche questo è un punto interrogativo aperto.

Più semplicemente, la data del 23 novembre serve a ricordare e riporta anche a un pensiero primitivo, il rapporto tra l'uomo e la terra sulla quale vive, l'ambiente che lo accoglie e le forme sociali che servono a renderlo ospitale e che riempiono di senso il termine comunità: noi dovremmo ricordarci di essere una comunità ferita e guarita da uno squarcio durato 90 secondi, una sera di novembre di 35 anni fa.

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Martedì 08 Ottobre 2013 14:56

Vajont, la valle del dolore che vive

Ci sono luoghi dai nomi tristemente noti, e ai quali si associa subito un ricordo nefasto; è il caso di San Giuliano di Puglia, dove morirono 27 bambini nel crollo di una scuola costruita colpevolmente male. Lo stesso è per Capaci, macchiata dal sangue indelebile di un magistrato, di sua moglie e della sua scorta, o per Vermicino, che fu teatro della prima suspense in diretta tv, la caduta nel pozzo del piccolo Alfredino Rampi nel 1981.

Sono troppi i luoghi e i nomi associati a eventi e situazioni tragiche, nella storia d'Italia. Pochi, però, hanno la potenza evocativa del Vajont, un fiume che scorreva in una valle e che si pensò di sbarrare con una diga per alimentare il sogno di potenza dell'Italia del miracolo economico.

Decido di andare a Longarone, Erto e Casso per una sorta di obbligo morale; avevo preso confidenza con questa storia attraverso carte, fotografie, testimonianze e libri per preparare una relazione in una conferenza di storia dell'ambiente a Monaco di Baviera.

Il caso del Vajont è stato certificato, nel 2008, dalle Nazioni Unite come uno dei cinque disastri più gravi mai provocati dall'azione umana, 1910 morti in quella notte del 9 ottobre 1963.

Per raggiungere Longarone, provenendo da sud, si attraversa il cuore del Veneto e l'ultimo lembo padano di pianura per assaporare le montagne dolomitiche e le loro valli, lasciandosi alle spalle quel tessuto di piccole e grandi fabbriche del nordest, una locomotiva che ora arranca, e con ancora qualche campo coltivato in mezzo alla sequenza di cemento e asfalto. Longarone è sulla rotta per Cortina, ci arrivo in un fine agosto di rientro vacanziero. Non so bene cosa cercare e cosa aspettarmi, perché so che anche la memoria di questo disastro è stata scandita da tappe controverse e dolorose.

Nella piazza del paese, che guarda dritto in faccia alla gola nella quale si scorge la diga, si affaccia un edificio che ospita il museo, gestito dalla Pro Loco di Longarone.

“Longarone-Vajont, attimi di storia” s’intitola la mostra permanente con ingresso a pagamento. La dichiarazione scandita dal messaggio posto all'ingresso è inequivocabile: “leggerezze imperdonabili, arroganza dei poteri, silenzi della stampa, assenza di controlli, gravissime omissioni”. Il museo è ordinato ed efficace, ci sono tutti gli elementi per conoscere per bene cosa è accaduto; sento nei miei accompagnatori lo stesso magone misto a indignazione che provo io. Le testimonianze dei superstiti sono vivide e toccanti e parlano nella lingua semplice ma diretta della gente di montagna.

Ho scoperto, prendendo confidenza con la storia del Vajont, che il trauma di chi è rimasto ha tracciato anche un solco che divide persino i “sopravvissuti” dai “superstiti”, una diversa tonalità di dolore e quindi di recriminazione verso lo Stato, la SADE o Enel o le autorità locali e nazionali. “Parlare del dolore non è facile, il dolore si vive”, c'è scritto sul muro della sala che accompagna all'uscita. E' proprio così; mancano sempre termini al vocabolario che tenta di narrare la sofferenza.

Saliamo verso la diga, per circa 4-5 chilometri, dove a maggio il Giro d'Italia ha voluto esserci con l’arrivo di una tappa. C'è molto movimento nel piazzale del parcheggio, quello dal quale l’attore Marco Paolini ha rievocato, in diretta TV per 4 milioni di italiani, le vicende di un dramma finito nell'oblio, di 1910 vittime spazzate via in pochi minuti da 50 milioni di metri cubi d'acqua, rocce e detriti.

Per la visita guidata ci affidano a un “informatore della memoria”, un ragazzo del posto, che ci racconta tappe e cronache della costruzione di un sogno ingegneristico costruito nonostante la voce della tradizione e del luogo diffidassero dalla sfida al gigante. Il gigante è il Monte Toc, che in friulano prende in nome da “patoc”, “marcio”. Ma non c'era tempo da perdere, l'industria nazionale ha bisogno di elettricità, e costruire una diga sul corso del fiume Vajont può fornirne tanta.

Il sogno inizia nel 1925, con Mussolini e con il conte Giuseppe Volpi di Misurata, creatore della SADE (Società adriatica di elettricità) e presidente di Confindustria negli anni del regime. Ma è nell'ottobre 1943, con il re e Badoglio fuggiti a Brindisi e l'Italia lacerata dalla guerra, che in un corridoio ministeriale romano viene firmata la prima autorizzazione al progetto, realizzato dall’ingegnere Carlo Semenza. Tra il 1957 e il 1959 si lavora alla diga; nel 1960 si stacca una prima frana, ma siccome non si registrano morti, la SADE non ritiene di desistere dal continuare a tenere attiva la diga e a mantenere acqua nell’invaso; la società risponde abbassando la quantità di metri cubi quando la gente della valle protesta e alzandola quando tutto si sopisce. Ma la montagna inizia a cedere, gli allarmi sono più che fondati e anche i geologi di parte lo sanno; Tina Merlin scrive su “l'Unita” documentando tutto, ma viene portata in tribunale per disturbo della quiete. “Magari l'avessi disturbata davvero, la quiete”, dirà poi.

La nostra vertigine di attraversare la diga è unita alla consapevolezza degli effetti tragici di quel disegno scellerato di oltraggio alla natura. La collina che si è formata con la terra scivolata a valle dopo la frana è al centro dell'invaso, ora, ma la faglia a forma di M domina come una cicatrice sul fianco del Monte Toc.

Tra i dati significativi annoto il numero di visitatori che ogni anno sale sulla diga: 220 mila, un numero molto alto, che testimonia un omaggio silenzioso degli italiani, e non solo, a un luogo oltraggiato e ferito a morte.

Attraversando l'abitato semideserto di Erto, il paese più volte narrato dallo scrittore Mauro Corona, la faglia s’intravede sullo sfondo. Qui le case sono state in parte ristrutturate, anche grazie ai risarcimenti che l'Enel ha dovuto concedere ai comuni e ai parenti delle vittime, ma solo dopo il 1997. Ora quei soldi sono in parte fermi per il patto di stabilità. Longarone, invece, ha una struttura urbanistica anonima; la chiesa di Michelucci è imponente ma non sembra sia stata del tutto accettata dai cittadini. Molti palazzi sono a più piani e da periferia urbana, proprio come in tante altre ricostruzioni da post-disastro in Belice, Irpinia e così via. La direzione progettuale di Giuseppe Samonà, insigne professore veneziano, è stata in parte disattesa; Samonà all’epoca disse : “ora abbiamo costruito periferie, dobbiamo tramutarle in città”. Non sembra questo il risultato, e questo è un altro dei colpi inferti alla comunità ferita.

A Fortogna c'è, poi, il cimitero che ospita i morti del Vajont, un cimitero monumentale che assomiglia a un sacrario di guerra, con tutti i cippi sui quali sono segnati i nomi, allineati in una distesa di puntini bianchi. E' il giusto compendio agli altri luoghi visitati in questa visita, il conteggio visibile delle vittime di quella tragedia annunciata.

La sensazione è che, nonostante le divisioni, qui si abbia ben presente che si può intervenire per commemorare in maniera equilibrata, senza abbagliare né trascurare. Dallo spettacolo di Paolini in poi la tragedia del Vajont ha vissuto una nuova fase, una rielaborazione del lutto sia per gli abitanti di questi posti sia per l'Italia e le sue istituzioni. E' nata una fondazione nel 2003, la fondazione Vajont, che ora sta costruendo le attività in vista del 50esimo anniversario.

Tra le iniziative, il comitato dei sopravvissuti ha proposto di mischiare tutte le zolle di terra che arriveranno a Longarone da ogni parte d’Italia e del mondo in una “Aiuola monumento di solidarietà” a sancire una rinascita da quella stessa terra che si staccò dal monte Toc.

I posti bagnati da sangue innocente diventano sacri, dice un motto e una tradizione ebraica. Non è stata solo la barbarie della guerra, la crudeltà dell'uomo verso il suo simile a spargere sangue che si sarebbe potuto salvare. Anche inseguire la divinità del progresso inarrestabile, anche di fronte a leggi millenarie della natura, anche la superficialità e l’omissione colpevole di norme e tecniche di costruzione ha avuto troppi effetti nefasti. Andare a trovare luoghi come Longarone, come l'Aquila, San Giuliano di Puglia, Gibellina (nel Belice) e Laviano (in Irpinia) serve da ammonimento per porre l'orecchio a quel dolore che vive, anche 50 anni dopo.

Per saperne di più:

www.vajont50.it

www.vajont.info

www.orent.it

Pubblicato in Chi Siamo

Gli anniversari vanno sempre rispettati, specie se per molte comunità e per molte persone sono momenti in cui si corre con la mente a un evento luttuoso e tragico, il terremoto del 23 novembre 1980.

Le date da ricordare sono utili anche a guardare indietro e rendersi conto del cammino fatto, ma anche a fare una pausa per capire se il presente è realmente quello che ci aspettavamo e quale prospettiva di futuro si delinea all’ orizzonte.

Per i 36 comuni nei quali i danni furono disastrosi, e dove morirono circa tremila persone, il 23 novembre è ancora una ferita aperta, e 32 anni non sono bastati a ricucirla e a lenire il dolore.

Per l’Italia delle polemiche e dell’opinione pubblica alimentata a dovere dai media il terremoto dell’Irpinia significa ancora oggi scandalo, enorme spreco di denaro, ruberie e quei centesimi che ancora vengono pagati sull’ accisa sulla benzina.

E’ quello che è stato ricordato qualche mese fa in qualche servizio televisivo e giornalistico, quando il CIPE ha ripartito tra i comuni terremotati 33,4  milioni di euro per il completamento di opere e progetti collegati alla ricostruzione in Campania e Basilicata. Questi erano fondi decisi dalla finanziaria del 2007 e nel 2010 era stato formalizzato il decreto ministeriale, ma ancora non erano stati ripartiti tra i comuni per la realizzazione delle opere.

Alla notizia, su molti siti e su qualche giornale sono uscite parole di condanna e sdegno per l’ennesimo scandalo targato Irpinia, e ancor di più le polemiche si sono fatte sentire dopo il terremoto in Emilia, soprattutto per iniziativa della Lega Nord.

Sicuramente  tutto il capitolo di spesa direttamente o indirettamente al terremoto e alla ricostruzione ha rappresentato una pagina difficilmente ripetibile per la quantità di denaro impiegata (più di 32 miliardi di euro) e per i tempi nei quali la ricostruzione è avvenuta.

Ma la memoria pubblica deve anche contemplare quei tremila morti dei paesi dell’Appennino, che abitavano in piccoli centri inadatti a sopportare una scossa così violenta (6.9 scala Richter) e che, per di più, dovettero aspettare tantissime ore prima di veder arrivare i soccorsi.

Una novità che si può cogliere, quando si parla di rischio sismico o dissesto idrogeologico, è il fatto che si sta parlando sempre più diffusamente di prevenzione, di piani complessivi per evitare che la prossima catastrofe ponga in pericolo l’incolumità di chi vive in territori a rischio.  Si vedrà se alle buone intenzioni seguiranno azioni concrete, investimenti e progetti.

I dati dicono che il 36% dei comuni italiani è a rischio sismico e il 58% della superficie del paese è a rischio frana o alluvione. Dal 1944 al 2012, si è speso circa 3,5 miliardi di euro di media annua per i danni provocati da terremoti, alluvioni e frane ( sono i dati del rapporto ANCE sullo Stato del territorio italiano).

Nell’ultimo anno, dall’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e la Lunigiana qualche giorno prima, fino alla sentenza sulla commissione Grandi Rischi a l’Aquila, passando per il terremoto in Emilia e a quello del 26 ottobre scorso sul Pollino, il problema di come fronteggiare e, se possibile, evitare i pericoli derivanti dai disastri è diventato di attualità e fatto comprendere che sono diversi i nodi da sciogliere.

Ad esempio, i comuni devono predisporre i piani di protezione civile, divulgarli, fare esercitazioni e lavorare affinchè funzionino. Quanti sono i comuni italiani che su questo aspetto sono pienamente in regola?

L’anniversario del 23 novembre 1980 serve a discutere, ancora una volta, di prevenzione, di azione comune tra chi opera per quella che una volta si chiamava “pubblica incolumità” e oggi protezione civile.

 

Stefano Ventura

Pubblicato in Campania - Basilicata

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