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Lunedì 11 Aprile 2011 20:10

Viaggio nella tendopoli dei tunisini

Scritto da  Giuseppe Napoli
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di Michele Mignogna

 

Campochiaro. Siamo a Campochiaro, alle falde dei monti del Matese, Molise interno. Fuori dal centro abitato, immerso nelle campagne verdeggianti di questi giorni, c’è il centro regionale di Protezione Civile: da qui partono i convogli per intervenire in zone colpite da calamità, ma è anche un centro sperimentale dell’assessorato regionale all’agricoltura, con esperimenti sul tartufo in corso. Qui sono stati accolti i 197 migranti provenienti dalle zone di guerra del nord Africa. Tutti tunisini, tra di loro ci sono anche quattro minori affidati a una casa famiglia di Campobasso.

Il campo è molto vasto, comprende al suo interno anche una pista per aeromobili. Quando arriviamo nel primissimo pomeriggio il sole è alto e picchia forte. Una giornata estiva, che fa segnare all’ingresso del centro 23 gradi. Non sfugge l’imponente servizio d’ordine garantito dalla Polizia di Stato, dalla Guardia di Finanza e dal Corpo Forestale dello Stato: tanti agenti pronti ad intervenire in caso di problemi.

L’aria che tira non è buona, soprattutto per la stampa. Infatti il permesso per visitare il centro è arrivato dalla Prefettura solo ieri (venerdì), e in ogni caso bisogna avvisare i funzionari delegati dal Prefetto, con “congruo anticipo” come recita la nota diramata. Il che significa almeno mezza giornata prima. Nonostante i nostri permessi siano in ordine, abbiamo aspettato una buona mezz’ora prima che un funzionario della Digos e due agenti della Forestale ci controllassero i documenti per poi farci entrare lungo un percorso obbligato, che aveva tutta l’impressione di essere stato predisposto proprio per questa occasione, scortati da agenti in tenuta anti sommossa che non ci hanno mai perso di vista.

Incrociamo i primi migranti dopo una decina di metri: giocano a calcio senza maglie e soprattutto senza scarpe. «Non vogliamo rovinarle, ci serviranno per andare via» ci dice Rami in un italiano stentato. E’ uno dei pochi che parla e capisce la nostra lingua. Continuando lungo la pista di atterraggio vediamo ancora altri agenti e tante auto “istituzionali” e qui ancora un cancello, un altro percorso obbligato sotto l’occhio vigile dei Carabinieri, poi finalmente l’ingresso della tendopoli.

Sono una ventina circa le tende che ospitano i 200 migranti, e sono le tende sono le stesse della prima emergenza dopo il terremoto del 2002. Qui ci accolgono alcuni poliziotti in borghese, il funzionario della Prefettura ed il responsabile del campo di Connecting People, l’associazione che a livello nazionale gestisce i campi di identificazione ed espulsione per conto del Ministero degli Interni.

Il campo è scandito da orari ben precisi, ci comunica il funzionario: «la mattina dopo aver fatto colazione, aspettiamo quelli che pregano, dopo di che si fanno 2 ore di lezioni di italiano, durante le quali i mediatori di Cottecting People cercano di insegnare loro almeno le frasi più comuni, per chiedere informazioni, per prendere un mezzo pubblico, cose di questo tipo». Poi pranzano e dopo aver riposato iniziano le visite mediche e lo svago. Ma è solo quando cerchiamo di parlare direttamente con i migranti che riusciamo a capire anche altre cose. «Noi non siamo abituati a mangiare sempre pasta – ci dice Chokri, che avrà si e no vent’anni – noi siamo abituati a mangiare fagioli, ceci piselli, legumi insomma, non pretendiamo cibi sofisticati, ma che si avvicinino un po’ alle nostre abitudini, e poi – continua Chokri – da quando siamo arrivati siamo senza sigarette, non possiamo uscire per comprarle e loro non ce le danno». Come non potete uscire? «E’ cosi, noi non possiamo uscire, non so perché ma è così». A Manduria, in Puglia, i migranti possono circolare liberamente, possono andare a telefonare e a comprarsi le sigarette, ma qui a Campochiaro evidentemente no. Un particolare che lo fa assomigliare più a un campo di reclusione.

L’età media dei tunisini si aggira sui trent’anni, anche se non mancano quelli più avanti con l’età. Incontriamo davanti ad una tenda uno che ha tutta l’aria di essere un po’ il capo dei migranti, un punto di riferimento visto che per parlare con lui dobbiamo aspettare che dirima una lite tra due tunisini. Si chiama Samir e ha lasciato in Tunisia la moglie e tre figli. «Lavoravo in un centro turistico prima, poi di colpo il turismo è calato di molto e i proprietari, europei, hanno licenziato 25 persone tra cui me». Come hai imparato la nostra lingua? Ci guarda divertito: «Grazie ai tanti italiani ricchi che frequentavano il complesso turistico». E aggiunge: «Finchè stavamo lì e li servivamo andava bene, poi quando scoppiano queste tragedie fanno finta di non vedere, non vogliono vedere i barconi che attraversano il mediterraneo per fuggire dalla fame, dalla disoccupazione e dalla persecuzione dei nostri governi, quello tunisino, algerino, libano ed egiziano, nei confronti di chi la pensa diversamente».

Parole amare che raccontano la tragedia che questi popoli, a poche centinaia di chilometri dalla Sicilia, soffrono per il desiderio di libertà e di riscatto sociale. Nessuno è felice di lasciare il proprio Paese, i propri affetti per andare in una nazione straniera.

Karim ci fa entrare nella sua tenda e ci mostra che a lui i soldi glieli hanno mandati, ma non può andarli a prendere perché non può uscire, ci mostra con molta gratitudine una bottiglia di bagnoschiuma ed una di shampoo che gli hanno dato appena entrato nel campo di Campochiaro. Ha 22 anni e negli occhi l’ombra della nostalgia, soprattutto per la mamma che non sente da 10 giorni. Storie uniche legate tra di loro da un filo sottile, quello dei ricordi, ma soprattutto quello della grande incognita per il futuro. A breve infatti tutti riceveranno un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi, dopo di che non si sa, è incertezza completa.

In un italiano a pezzi e boccini, i ragazzi della Tunisia cercando di spiegare quello che molti dimenticano: «da noi la rivolta è scoppiata non perché Tarak Aziz continuava a negare la democrazia al popolo, ma per l’aumento del prezzo del pane». Un aumento iniziato quando gli organismi internazionali come il WTO hanno deciso che il grano poteva essere scambiato in borsa, diventando così non un bene comune acquistabile da tutti, ma un investimento soggetto a speculazioni. Contraddizioni e paradossi di un mondo dove c’è chi ancora muore di fame e chi butta il cibo nei cassonetti dell’immondizia.

Il tempo è passato in fretta, così ci avviamo per uscire dal campo facendo lo stesso percorso al contrario, sempre sotto lo sguardo degli agenti. Fuori dal campo intanto un gruppo di persone e associazioni ha organizzato un presidio, e noi usciamo proprio mentre sono in corso le trattative affinchè una delegazione possa entrare e verificare le condizioni dei migranti che secondo loro sono “detenuti”. Hanno uno striscione di benvenuto in arabo, italiano inglese e francese. La negoziazione non dura molto e la spuntano loro: possono entrare e vedere come si vive nel campo. Dopo un po’ escono e in una riunione improvvisata informano il resto del gruppo, organizzandosi per future iniziative che verranno prese per far sentire la loro vicinanza ai tunisini, i quali li hanno ringraziati commossi per il gesto e per l’attenzione che una parte dei molisani hanno avuto nei loro confronti. Intanto si è in attesa di altri 150 migranti che dovranno arrivare nei prossimi giorni, qui nella tendopoli di Campochiaro.


Pubblicato in Molise

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