Giovedì 26 Maggio 2022 07:44

CIRIACO DE MITA (1928 -2022). Un'intervista inedita

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PUBBLICHIAMO NEL GIORNO DELLA MORTE DI CIRIACO DE MITA UN'INTERVISTA RIMASTA INEDITA E DATATA 30 DICEMBRE 2019, A CURA DI STEFANO VENTURA.

 

Intervista a Ciriaco De Mita

30 dicembre 2019

Ciriaco De Mita è un signore del 1928, conosciuto a livello nazionale per aver svolto ruoli di primissimo piano nella politica italiana, come la Presidenza del Consiglio nel 1988 e la segreteria DC tra il 1982 e il 1989.

Ha sempre avuto un ruolo politico ed elettorale forte in Campania, fino alle elezioni più recenti, anche se non può essere identificato con un partito nazionale: si potrebbe dire che è di centro, la testimonianza vivente di quel modo di dire di tanti anni fa: “moriremo democristiani”.

Questa forza politica e questo seguito si deve a un’azione politica di lungo corso che però ha un chiaro carattere clientelare, basato sulla gestione di posti di lavoro nella pubblica amministrazione, nella sanità e nei rapporti con quegli imprenditori parassiti e fedeli a lui prima ancora che ai partiti o alle idee.

Oggi è sindaco di Nusco, al secondo mandato dopo essere stato eletto nel 2014.

De Mita ha presieduto a lungo anche il comitato dei sindaci che si occupa della Strategia Nazionale Aree Interne e raggruppa 25 comuni dell’Alta Irpinia.

Per gli irpini De Mita non è solo questo: è molto di più. Ci sono pagine, post, fotomontaggi che ancora oggi girano sul web spesso e ironizzano sul “grande G” (Giriago è la pronuncia nuscana che rimanda alla parlata dello stesso De Mita). Dobbiamo questa definizione alla pagina Irpinia Paranoica, ormai un punto di riferimento per gli irpini di Facebook, gestita proprio da un nuscano.

E’ il 30 dicembre 2019. Mentre trascorro a Teora, mio paese d’origine, le vacanze natalizie, riesco ad ottenere un appuntamento per le 15 con Ciriaco De Mita grazie alla mediazione della vicesindaco di Teora che De Mita considera «una di famiglia».

A Nusco c’è neve, la giornata è stata fredda e con nevicate gelide a tratti. La villa è circondata da mura e con un cancello blindato. Le visite a questa villa sono un fatto consueto e di dominio pubblico, soprattutto per l’8 agosto, ricorrenza di San Ciriaco. Per me è la prima volta però.

Ci accolgono due signore che ci fanno passare nel tinello. Vicino al fuoco troviamo il Presidente, come tutti lo chiamano.

Si svolgono le presentazioni di rito e gli dono tre miei libri. De Mita si aspetta che io voglia scrivere un libro su di lui. Lo correggo dicendo che il tema sarà il terremoto.

Basta con il terremoto, fra poco sono quarant’anni. Non vedo cosa ci possa essere di interessante, di memorie e storie ne sono state raccontate ormai tante e ogni volta si ripetono le stesse cose”.

Però subito dopo inizia la sua riflessione. Un evento così in Italia non c’è stato quasi mai. La forza fu spaventosa. Nusco è in alto e di solito la faglia le passa sotto senza toccarla, infatti nella storia è rimasta abbastanza intatta. Ma in quella occasione le case non sono cadute: sono state segate a metà, quindi il terremoto si è fatto sentire nella parte che va verso l’Ofanto dove la qualità delle case era più fatiscente e non ha avuto effetti nella strada che va verso Ponteromito. La casa in cui siamo è stata costruita nel 1972 circa e ha resistito.

Quello che il Presidente sottolinea fu l’impreparazione totale, fu sottovalutato.

De Mita ricorda che era in prefettura e chiamò a Roma, il ministero dell’Interno allora era il responsabile e dissero: “oggi dite così ma vedrete che poi domattina andremo a vedere e ci direte che non è successo niente”.

Invece lui sentiva che soprattutto in Alta Irpinia c’erano problemi. Chiamavano le caserme e non rispondevano, non perché non c’erano ma perché erano cadute e i militari erano morti. Un generale dell’esercito diceva che era al corrente di tutto ma in realtà mentiva.

Alle sei di mattina arrivò a Lioni, vide le case piegate ma non crollate; incontrai il sindaco che mi diceva che non era successo niente, gli chiesi cosa facesse in quel punto e mi disse che lì sotto c’era la moglie, morta: era in evidente stato di shock, un altro signore anche era sulle macerie e scavava per salvare la moglie.

Chiamò il responsabile dei Vigili del Fuoco che disse di chiamare Roma e far inviare i vigili del fuoco e mi diede un numero: 4478. Gli chiesi il perché di quel numero e mi disse che quelli erano tutti gli effettivi a disposizione, poiché ci sarebbe stato bisogno di tutti, visto il disastro che era successo.

Poi il volontariato fu enorme, arrivò di tutto: cibo, aiuti, volontari da tutte le parti.

De Mita passa poi a parlare del lungo periodo del doposisma.

La ricostruzione fu, a suo parere, tra le meno costose (quella edilizia e urbanistica), anche perché prima non c’era nulla, le case erano molto malmesse.

Soprattutto in area rurale ci sono abitazioni dignitose, anche se due cose non gli sono mai piaciute: il marmo utilizzato all’esterno, perché appesantisce, non è sicuro e perché per la neve è scomodo, si guasta e si scivola. Seconda cosa: gli arredamenti degli interni, di cattivo gusto.

Gli investimenti hanno migliorato la vita della gente irpina. L’idea degli interventi industriali è stata una richiesta della “gente di qua”, dice lui, dei sindaci. Oggi molti preferiscono stare in Irpinia a emigrare perché quello che guadagnano, seppur a volte più basso della media, è al netto di spese, perché molti hanno casa di proprietà. Si è passati dall’essere contadini a operai, i posti creati sono stati notevoli. Prima l’agricoltura voleva dire grano, e nella mentalità significa fatica e poca resa. Però c’era anche la frutta, e di qualità, solo che questa poi si è persa ed è un peccato. A parte le zone alte, sopra i 600-700 metri di altitudine, poi ci sono tanti paesi che sono ricchi di acqua e dove le coltivazioni potevano rendere bene.

Quella del vino è una storia positiva, indipendente dal terremoto, le produzioni di qualità ci sono e ci sono molte zone favorite anche dall’esposizione al sole.

A proposito di vino, De Mita mi ha raccontato un aneddoto su un dottore di Luogosano che ha un terreno ben esposto al sole dove si produce un vino buonissimo e che lo regalò a suo padre).

Intervengo per chiedere quali furono i criteri che guidarono il piano di sviluppo industriale (venti aree industriali, circa 15mila posti di lavoro da creare con circa 2500 aziende) e come poi si svolse la scelta delle aziende per le aree industriali.

De Mita risponde che la procedura era molto raffinata; fu creata una commissione mista con a capo un delegato scelto da Confindustria. Per partecipare ai bandi bisognava dimostrare di avere immediata liquidità e capacità imprenditoriale, perché bisognava anticipare una discreta somma. Poi la commissione incrociava le richieste con le possibili destinazioni e poi si veniva ammessi al contributo, ma le aziende furono davvero tante.

Anche su questo punto De Mita vede il bicchiere pieno, quindi. Anche se i dati demografici e occupazionali di oggi dicono ben altro.

 

Il problema è stato inserire Napoli nella ricostruzione perché molte delle case di Napoli non c’entravano molto con la ricostruzione. De Mita lo disse da subito, scontrandosi con Zamberletti che volle portare a Napoli il commissariato in un hotel mentre doveva stare ad Avellino perché qui c’era stato il terremoto, portandolo a Napoli si sarebbe dirottata la ricostruzione. Il fatto è che a Napoli c’erano tutti i partiti rappresentati in Parlamento: in Irpinia c’erano solo i democristiani, secondo una sua lettura abbastanza sbrigativa.

I comuni inizialmente terremotati erano quelli dell’Alta Irpinia. Poi, dopo la scossa di febbraio 1981 furono inseriti tutti quelli della provincia di Avellino, che erano 119, ma inserire 687 comuni per quasi 7 milioni di abitanti fu effettivamente un errore.

L’attacco alla ricostruzione fu politico: il presidente della commissione che poi divenne presidente della Repubblica era un ipocrita moralista, non poteva fare la morale sul terremoto ad altri.

Sono molte le vicende che si accavallarono tra il 1988 e gli anni della caduta della Prima Repubblica, De Mita le ripercorre brevemente attraverso alcuni episodi che testimoniano un orgoglio di parte rispetto all’operato personale e di partito.

Tra questi episodi cita quando nel 1995 o 1996, in un incontro ad Avellino, il direttore del Giornale e il direttore del Mattino di allora chiesero scusa insieme per gli scandali giornalistici degli anni precedenti, ma questa cosa passò sotto silenzio.

Domando quale sia stato il ruolo della scuola in questi anni di ricostruzione.

Per De Mita il problema della scuola è stato quello di aver voluto creare omogeneità, rendere tutti uguali, abbassare i livelli senza premiare le eccellenze. I licei anche attualmente hanno una buona qualità, ma si sono create tante scuole tecniche, per geometri e ragionieri e manca una scuola di avviamento professionale che impieghi subito i ragazzi, un po' com’era l’idea di don Giovanni Bosco nel Nord. Qui è mancata l’istruzione professionale vera. C’era l’idea di spostare da Avellino in Alta Irpinia l’Agrario di Avellino, perché qui c’era potenziale interesse, ma non ci si riuscì.

Il tentativo di aprire un indirizzo agrario, settore produzioni e trasformazioni, a Calitri, è stato palesemente osteggiato da De Mita, in contrapposizione al sindaco di Calitri, Di Maio, e all’allora preside del Liceo, Gerardo Vespucci.

Il giudizio complessivo sui quarant’anni di ricostruzione è positivo, la situazione della gente qui è notevolmente migliorata, il tenore di vita complessivo è notevole.

Il tema successivo sul quale stimolo la sua riflessione è quello della salute e dei servizi sanitari, ma per lui non è un tema di potenziale interesse rispetto al terremoto.

Il problema è la gestione sanitaria e il ridimensionamento che premia Napoli, gli ospedali devono essere gestiti da medici e non da cretini e incapaci. Ci sono esempio di ospedali che fanno interventi chirurgici all’avanguardia, non vanno inseriti negli ospedali tanti operatori che non fanno niente e poi mancano i sanitari, va chiesto ai medici di organizzare le cose.

All’ospedale di S. Angelo dei Lombardi mancano i primari, quindi i pazienti vanno direttamente ad Avellino perché sanno che a S. Angelo non possono curarsi.

Purtroppo con la pandemia da Covid-19, scoppiata due-tre mesi dopo la nostra chiacchierata, I limiti e lo sfacelo del sistema sanitario territorale è stato dimostrata dalla mancanza di posti di terapia intensiva in un’area di tanti paesi e molto estesa, solo per dirne una.

Siamo ai saluti, dopo circa un’ora e mezza di chiacchierata. Non ci diamo altri appuntamenti, se non quello dell’anniversario del terremoto. De Mita dice che per il quarantesimo bisogna puntare alla visione futura senza ripercorrere le solite cose.

Vado via pensando che un politico di anni con la sua visione lucida oggi in giro non c’è. Tuttavia non mi ha convinto per niente la sua lettura assolutoria e positiva di una ricostruzione costata più di 32 miliardi di euro.

 

Pubblicato in Chi Siamo