fondazione Mida

Mercoledì 19 Ottobre 2011 18:22

L'esondazione di Teglia. Una riflessione sulle case del terremoto

Scritto da  Administrator
Valuta questo articolo
(7 Voti)

Teglia è una frazione della campagna di San Gregorio Magno, comune con più di quattromila abitanti dell’entroterra salernitano. Qui si mangia e si beve bene, ci sono le patate di montagna, quelle dolci e corpose, i salumi un po’ piccanti ed un vino che è difficile descrivere tanto è genuino. Qui negli ultimi trenta, venti anni le case sono aumentate; si sono ingrandite quelle che c’erano o costruite di sana pianta nuovi palazzi. Siamo in campagna, ma lungo la strada provinciale chi va a San Gregorio o Buccino qui trova bar, alimentari, autosaloni, negozi di arredamento, attività tutte a gestione familiare. Le famiglie di Teglia però, nonostante alcuni intraprendano la strada del terziario, sono ancora legate alla terra, vuoi perché si continuano a lavorare i piccoli appezzamenti, vuoi perché qualcuno ha deciso di produrre per vendere. Oltre ad uliveti, vigneti e orti, si susseguono qualche gregge, allevamenti di maiali o vitelli. Qui gli abitanti hanno voluto una piazza rotonda e più su una chiesetta rotonda là dove c’erano i campi, una cascata di asfalto lì dove i canali di scolo consentivano all’acqua piovana di scendere a valle.

Qui venerdì 7 ottobre intorno alle 19 e 30 i due valloni che avrebbero dovuto raccogliere la pioggia scrosciata impetuosa nel pomeriggio non hanno retto; acqua e fango delle montagne sovrastanti hanno inondato i campi, le stalle, le case che hanno trovato lungo il loro percorso. La tragedia si ripete qualche ora dopo con una nuova inondazione. Le due esondazioni hanno messo a rischio l’incolumità di circa duecento persone, sia commercianti che gli agricoltori; sessanta famiglie per altrettante case - quei palazzi sorti negli ultimi trenta, venti anni - finanziate coi soldi del dopo il terremoto del 1980. Per due giorni ne parlano Tg e testate nazionali che riportano le lacrime e la disperazione di chi si è visto trascinare le proprie auto a valle, di chi ha assistito, inerme, alla vista di decine di maiali del proprio allevamento affogare, di chi si è ritrovato il fango nelle proprie cantine, al posto del vino.

Ritorno a una settimana dalla tragedia a Teglia e trovo tanta polvere al posto del fango. I giornalisti non ci sono più a documentare lacrime e urla d’aiuto, sono rimasti gli abitanti, anche se non dovrebbero esserci. Da quel venerdì sera sono degli abusivi in casa propria, ufficialmente sono ancora sfollati, nonostante non sia stato allestito nessun campo per la loro accoglienza. Anche se le strade sono state ripulite, le cantine liberate, gli oggetti ormai da buttare spariti, la tragedia permane nelle carcasse d’auto, nei terreni diventati pietraie, nello sguardo di chi si è visto trascinare dal fango il proprio piccolo mondo.

Questi sono gli effetti. Quali sono le cause?

Le cronache nei giorni precedenti parlavano di argini dei valloni che non sono riusciti a sopportare un flusso così copioso di acqua, perché non puliti da anni. È questione di cattiva manutenzione dunque, ma la vista degli uliveti e dei campi disseminati di pietre è difficile da imputare a questa causa. Dalla montagna sono piovuti massi?

Dopo una settimana il vallone è secco, neanche un rivolo di acqua. M’incammino verso le pendici della montagna e m’imbatto in resti di piastrelle, mattoni, ferraglia e cemento. Questo è un cimitero, un campo santo di pietre. Queste sono le pietre del terremoto, i rifiuti speciali smaltiti alla meglio, che invece di essere recuperate sono ammassate, a Teglia come altrove, dove capita. Anche vicino ai valloni.

Una, dieci, venti… chissà quante case hanno ostruito il corso del canale. Sicuramente chi ne ha portate lì le carcasse non è stato così stupido da gettarle nel vallone; qui la gente è pratica, sa che avendo già leggermente deviato il corso, l’acqua raccolta scende con più difficoltà a valle. Si è ammassato tutto al lato. Come se le piogge e il passare degli anni non spostassero millimetro dopo millimetro quella massa enorme di materiale edilizio. Fino a quando, inghiottite dal tempo e dall’acqua, queste pietre si sono scagliate contro gli uliveti, contro le case in piedi.

Non è il caso di affrontare qui i temi giudiziari o amministrativi (mancato controllo del territorio, manutenzione assente nonostante un progetto di recupero approvato dalla Regione Campania nel 2006 e mai messo in atto, la richiesta da parte dei due comuni colpiti – San Gregorio Magno e Buccino – dello stato di emergenza e i conseguenti finanziamenti), a me interessa sapere perché chi questa terra la calpesta da quanto è venuto al mondo non la rispetta.

Credo che la linea di demarcazione dei due modi di concepire lo spazio che si abita sia stato il terremoto del 1980. A Teglia, come in altri comuni colpiti, la casa assume l’egemonia dell’immaginario. Vengono prima quattro mura, circondate da cemento, a cui arrivare solo seguendo l’asfalto. La terra viene dopo, come la famiglia, i rapporti d’amicizia, il senso di comunità. Nascono conflitti per queste mura, da alzare preferibilmente dove a ciascuno piace, noncuranti, data anche l’assenza di un Piano Regolatore, delle elementari norme che tengano conto della situazione idrogeologica. Una volta costruita, grazie ai finanziamenti statali o al sudore del proprio lavoro, si ritiene che la casa sia eternamente presente, baluardo attraverso cui testimoniare il proprio prestigio, la stessa esistenza.

Il caso di Teglia mi fa pensare che è necessario intervenire su questa degenerazione. Occorre ri-educare al rispetto dei propri luoghi, della propria terra, che, in fondo, vuol dire insegnare a conoscere e rispettare se stessi.

Palazzi in aperta campagna, valloni deviati e case “smaltite” in discariche abusive sono solo alcune delle conseguenze di questo depauperamento culturale. La tragedia del sette ottobre è da imputare ancora agli strascichi del terremoto, qui però la colpa non è della Natura, ma degli uomini che di questa Natura non sanno più ascoltarne la voce.

 

 

 

Testo e foto di Simone Valitutto

Pubblicato in Campania - Basilicata

Il Filo della Memoria:racconti, storie e testimonianze

Login

FIL - Il sentimento dei luoghi

L'Aquila emotion