fondazione Mida

Lunedì 29 Agosto 2011 15:57

Caposele: la solitudine del cittadino in una comunità senza più fiducia

Scritto da  Teresa Caruso
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Un momento della presentazione del Rapporto 2011. Da destra: Alessandro Fusacchia, Teresa Caruso, Stefano Ventura, Franco Arminio, Antonello Caporale Un momento della presentazione del Rapporto 2011. Da destra: Alessandro Fusacchia, Teresa Caruso, Stefano Ventura, Franco Arminio, Antonello Caporale

Un popolo da ricostruire è il titolo della ricerca antropologica pubblicata all’interno del rapporto 2011 a cura dell’Osservatorio permanente sul dopo sisma, La fabbrica del terremoto, finanziata dalla Fondazione MIdA e patrocinata dall’Università degli Studi di Bergamo. Frutto di una ricerca sul campo, svolta da dicembre 2010 a maggio 2011, il lavoro si è avvalso di strumenti di ricerca quali l’osservazione partecipante, le interviste non strutturate e la distribuzione di un questionario. Quest’ultimo, redatto dopo circa quattro mesi di permanenza sul territorio, evidenzia gli aspetti più importanti venuti alla luce durante le conversazioni spontanee con gli abitanti del paese. Caposele, paese oggetto della ricerca, è stato scelto dopo un tour che ha toccato alcuni comuni facenti parte del cosiddetto cratere del terremoto che scuote la Campania e la Basilicata nel 1980.

Appena arrivata a Caposele, ciò che mi colpisce è la confusione spaziale, il fatto di non riuscire a comprendere i confini del territorio: un prorompente Santuario domina su un piccolo agglomerato di case situate a valle e, tra i due, un filare di case al quale si aggiungono alloggi prefabbricati sparsi qua e là e ville e palazzi. La bozza di un progetto ancora da definire. La sensazione si attenua nel momento in cui decido di stabilirmi in un antico e per questo rinomato quartiere di Caposele, gli spazi risultano più familiari ma la confusione di idee prende il posto della precedente: ognuno racconta la sua storia, la sua lotta, il suo dolore, ognuno ha la sua interpretazione dei fatti. Come il titolo lascia intendere, la comunità è divisa sia fisicamente che nelle idee, ognuno percorre la sua strada, ora come allora. All’interno di uno schema spazio-temporale, la percezione della fiducia nell’altro e nelle istituzioni locali e nazionali è stata il filo conduttore della ricerca, interpretando l’atto fiduciario come conseguenza della soddisfazione delle aspettative del singolo nel corso del tempo. Ecco, il tempo. In questi trent’anni diversi avvenimenti si sono ripercossi sulla comunità. Innanzitutto il terremoto capovolge la loro esistenza in maniera così netta e repentina da concepire il 23 novembre 1980 come una linea di demarcazione tra il prima e il dopo terremoto e diventare, erroneamente, anche un modello cognitivo attraverso il quale interpretare il presente. Al sisma, infatti, vengono imputati anche cambiamenti avvenuti in società non colpite da un dramma simile. Inoltre, la provvisorietà degli alloggi prefabbricati perde il suo senso: sradicato dalla propria casa, l’80% dei caposelesi ha atteso la ricostruzione in media per dieci anni, tutto il tempo per ricominciare a vivere per poi vedersi nuovamente costretto ad abbandonare la stabilità creata per tornare nelle case in muratura. Tornare nelle case riedificate non significa però ritrovare quanto si è lasciato: alcuni vicini sono venuti a mancare, altri hanno deciso di ricostruire altrove, usufruendo dell’adeguamento abitativo e, con chi è rimasto, i legami non sono più quelli di una volta perché la ricostruzione e soprattutto l’arrivo dei fondi stanziati dallo Stato ha minato i rapporti comunitari. Prevale l’idea che un’ingente quantità di denaro destinata alle casse di un comune così piccolo in così breve tempo abbia non solo messo in difficoltà l’amministrazione comunale nella gestione della somma ma anche il cittadino ha visto nel denaro una possibilità per migliorare le proprie condizioni di vita. Tanto che oggi il 76% del campione1 intervistato attraverso il questionario indica che l’iniquità della distribuzione dei finanziamenti, denunciata dal 71% degli intervistati, è stata favorita da un mancato controllo del cittadino sull’operato delle amministrazioni comunali. Le dinamiche della ricostruzione hanno lasciato un senso velato di ingiustizia infatti la fiducia nelle istituzioni locali e nazionali è talmente bassa che il cittadino teme di non poter far affidamento su queste per migliorare le condizioni economiche e sociali del comune. È convinto invece che l’impegno civico possa portare benessere alla comunità ma i livelli di fiducia interpersonale medio-alti espressi sono il frutto di un’aspettativa, della voglia di tornare a stare insieme come prima, prima del terremoto. Il sisma consegna a Caposele un modello di società atomizzata che non ha gli strumenti per investire nelle proprie capacità. La possibilità conferita al cittadino di gestire autonomamente la ricostruzione, l’intervento statale calato dall’alto, l’assenza di programmazione e di investimenti hanno lasciato il cittadino sempre più solo e allentato i legami comunitari. È per questo un popolo da ricostruire.

Teresa Caruso

Pubblicato in Campania - Basilicata

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