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Martedì 29 Gennaio 2013 22:18

Basilicata: dall'immobilismo contadino al modello dei piccoli. Storia di un percorso

Scritto da  Stefano Ventura
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Rocco Scotellaro parla alla sua gente, di Carlo Levi Rocco Scotellaro parla alla sua gente, di Carlo Levi Fondazione Carlo Levi, IF11, Roma

“ […] ma in questa terra oscura,

senza peccato e senza redenzione,

dove il male non è morale,

ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose,

Cristo non è disceso.

Cristo si è fermato a Eboli”

(C.Levi)

 

di ANNALISA PERCOCO

La pubblicazione di quello che Rocco Scotellaro ebbe a definire come “[...] il più appassionante e crudele memoriale” della Basilicata finì per consacrare l'immagine della Basilicata come di una terra lontana dalla storia, refrattaria ai cambiamenti. Da lì, infatti, prese avvio un filone di studi che finì per consacrare la regione come metafora del sottosviluppo, bloccata nella sua civiltà contadina, vittima del familismo amorale.

L'immagine della Basilicata isolata, da un punto di vista sociale e culturale, oltre che fisico e arretrata in termini economici, trovava, in realtà, fondamento in alcuni elementi caratterizzanti il sistema territoriale regionale. Innanzitutto, la regione doveva fare i conti, come appuntò già Giustino Fortunato, con tre piaghe: malaria, frane e terremoto, in riferimento alla particolare conformazione fisica del suo territorio, definita da asperità del rilievo, diffuse forme di dissesto idrogeologico, che per lungo tempo hanno condizionato in negativo il controllo delle acque, tanto da aver reso la Basilicata terra di malaria (Boenzi, Giura Longo, 1994).

A tale conformazione naturale nel tempo si sono sovrapposte forme negative di intervento antropico (diboscamento, distruzione dell'originaria copertura vegetale, pratiche agricole errate), determinando, già a partire dalla fine della fase magnogreca e fino alla fine del Novecento, l'esodo delle popolazioni dalla pianura verso la montagna, dove vennero a formarsi grossi centri compatti. Tanto che al 1936 l'86,35% della popolazione lucana risultava agglomerata nei centri e solo il 13,65% sparsa nel territorio, nonostante il carattere prevalentemente rurale dell'economia regionale.

L'abitudine consolidata a vivere accentrati non poteva essere interrotta “[...] se non da un deciso intervento statale, che avesse reso possibile la diffusione stabile nelle campagne dei rurali già abituati a vivere nei centri... In effetti, l'opera di riforma fondiaria fu orientata appunto verso l'aumento della ricettività della campagna...” (Ranieri, 1972, p.179).

Proprio agli interventi di bonifica, in parte realizzati dalla Cassa per il Mezzogiorno, e alla Riforma fondiaria del 1950 si deve il disegno di un nuovo assetto del territorio lucano e l'avvio di lente ma strutturali trasformazioni sociali oltre che economico-produttive. Alla vigilia della riforma, la Basilicata presentava il più alto grado di occupazione agricola rispetto al resto delle regioni italiane. Il 73% della popolazione attiva regionale, infatti, era occupata nel settore primario, mentre solo l'8,3% risultava assorbito dal settore industriale (estrattivo e manifatturiero), il restante 18,7% dal terziario (piccolo commercio e professioni): tale struttura della popolazione era sinonimo di sottosviluppo (Telleschi, 1974).

Nelle aree collinari e pianeggianti l'organizzazione della distribuzione della proprietà fondiaria faceva emergere una persistenza di vasti latifondi, cui si contrapponeva, sul resto del territorio regionale, una elevata frammentazione e polverizzazione della proprietà.

Le tecniche agricole impiegate erano arcaiche, buona parte della produzione (per lo più seminativi semplici e piante legnose) non veniva commercializzata ma era destinata all'autoconsumo e i livelli di vita dei contadini erano disumani. Due le possibilità che si aprivano ai contadini lucani: ci fu chi si rassegnò alla vita di stenti che quella Basilicata poteva garantire e chi, al contrario, scelse l'esodo.

A interrompere, se pure solo in parte e solo in alcuni contesti territoriali, l'immobilismo della struttura sociale e dell'economia regionale concorsero due interventi di politica economica statale, l'approvazione nel 1950 della legge stralcio con cui si dava attuazione alla riforma fondiaria in parte finanziata dalla Cassa per il Mezzogiorno (istituita nello stesso anno), e il riconoscimento, sulla base della legge n.634/57 istitutiva dei nuclei e delle aree industriali, dei due nuclei industriali lucani siti lungo la valle del Basento, l'uno ai piedi del capoluogo regionale e l'altro gravitante sui giacimenti di metano rinvenuti a Ferrandina.

La legge di riforma agraria, a lungo dibattuta in sede di politica nazionale, fu pensata proprio come uno strumento per mutare in profondità la struttura del paese, in modo da risolvere la questione della polarizzazione fondiaria, definita da Segni il grande problema sociale dell’agricoltura (discorso che tenne nel maggio 1948 al Consiglio Nazionale della Dc).

La riforma fondiaria, intesa come un intervento finalizzato al ridimensionamento dei monopoli fondiari, con successiva distribuzione della terra tra i contadini, connessa agli interventi di bonifica (irrigazioni, miglioramenti fondiari, infrastrutturazione, appoderamenti e colonizzazioni) realizzati nei territori sottoposti a esproprio ebbe un impatto notevole sul paesaggio italiano, meridionale e, quindi, lucano.

In modo particolare, in Basilicata la riforma agraria ha segnato in positivo le sorti dell’unica vera pianura della Basilicata (Boenzi- Giura Longo, ivi, p. 34), il Metapontino, a quella data terra di  malaria e di degrado fisico e sociale. Dall’altro lato, la “svolta industriale” nella politica meridionalista, che ha portato tra il 1959 e il 1960 alla nascita dei due nuclei industriali lucani, ha se non altro imposto all’attenzione delle classi politiche locali la necessità di programmare lo sviluppo della regione in maniera integrata, contribuendo, in qualche misura, alla definizione di un nuovo assetto territoriale.

Sull’impatto dell’industrializzazione per poli in Basilicata in termini di occupazione alquanto critico è il giudizio di Biondi: “A circa quindici anni dal suo avvio, la politica di industrializzazione per poli non sembrava aver mantenuto fede a quelle aspettative che la forte demagogia che un’ampia parte politica aveva alimentato presso le popolazioni locali. Rispetto alla auspicata creazione di circa 1.500 posti di lavoro per anno, ne erano stati attivati poco più di un terzo per un totale in un decennio di circa 6.100, dei quali il 60% in Val Basento e la rimanente parte nell’agglomerato potentino” (Biondi, 1997, pp.227-228).

Nel decennio successivo gli sforzi progettuali furono, dunque, tesi da un lato al rafforzamento dell’articolazione infrastrutturale della regione, già avviata dal programma di industrializzazione (la costruzione della S.S. Basentana), dall’altro al potenziamento del sistema produttivo regionale attraverso investimenti per settori (Comitato per la programmazione economica della Basilicata, 1967). Nelle aree della regione in cui si erano concentrati i grandi investimenti realizzati nell’ambito dell’Intervento straordinario (Metapontino, Val Basento, capoluogo regionale), nel corso degli anni Settanta cominciarono a farsi evidenti gli effetti positivi delle politiche di sviluppo intraprese negli anni precedenti, che avevano avviato la grande campagna, come era definita la Basilicata negli anni Cinquanta, verso la modernizzazione e lo svecchiamento del suo modello economico (Viganoni, 1989).

Purtroppo, però, l’andamento demografico nel periodo considerato faceva registrare un continuo decremento della popolazione, che aveva condotto a un progressivo impoverimento di molte aree di montagna e di collina (soprattutto in provincia di Potenza) e a una discreta vitalità demografica per lo più concentrata nei due capoluoghi e nelle fasce costiere (ionica e tirrenica) (Viganoni, 1992). Un altro momento di cesura nella storia socio-economica della Basilicata è rappresentato dal violento sisma che l’ha scossa nel novembre del 1980, a seguito del quale sul territorio regionale si sono concentrati interventi connessi con nuove forme di sostegno pubblico. “Nella scia dell’ si collocano, infatti, sia i finanziamenti destinati dallo Stato alla ricostruzione edilizia sia quelli convogliati nel settore industriale con la legge 219 del 1981” (Viganoni, 1997, p.18).

Tale legge, che esemplificava lo “slogan coniugare ricostruzione e sviluppo” (Sommella, 1997, p.252), ha costituito un’ulteriore occasione di destabilizzazione del precedente assetto territoriale, attraverso una politica di “industrializzazione diffusa” che ha portato alla definizione di otto aree industriali nel Potentino (Nerico, Melfi, Vitalba, Baragiano, Balvano, Tito, Viggiano e Isca Pantanelle) per un totale di ottanta iniziative progettate e finanziate. L’intervento ha, se non altro, contribuito a delineare, come elemento di novità, un polo agro-alimentare tra i comuni del Vulture (Atella, Melfi, Rionero), grazie alla presenza di alcune grandi imprese nazionali del settore (Parmalat di Atella, Barilla di Melfi), che ha costituito anche una prima forma di valorizzazione dei prodotti dell’agricoltura.

Alla fine degli anni Ottanta, dunque, sembrava stesse per compiersi un processo di trasformazione, per quanto lento e parziale, della base produttiva della regione; si registrava, infatti, un moltiplicarsi di iniziative locali, anche grazie agli incentivi previsti dalla legge sull’imprenditoria giovanile (44/86), un fiorire dei commerci, un incremento nel numero di occupati nella pubblica amministrazione, oltre a un tasso di industrializzazione più alto in entrambe le province lucane.

Agli anni Novanta risalgono le due iniziative industriali più importanti degli ultimi trenta anni per l’economia regionale, destinate ad avere un peso rilevante in termini di trasformazione territoriale: l’insediamento FIAT-SATA a S. Nicola di Melfi e il distretto del salotto, a cavallo tra alcuni comuni del Materano e parte della Murgia pugliese. A queste iniziative va aggiunta l’attività estrattiva di petrolio in Val d’Agri, avviata nel 1996.

Nel corso di un quarantennio (1950-1990), dunque, l’impianto economico-territoriale della Basilicata ha subito un graduale processo di articolazione e differenziazione delle sue trame, a partire da un omogeneo stato di arretratezza.

Nello specifico, già negli anni Novanta sembrava di poter distinguere sul territorio regionale quattro sub-aree, ciascuna delle quali “[…]impegnata a far emergere un proprio autonomo potenziale, con tempi e risultati tutt’altro che analoghi e sincronizzati” (Coppola,Viganoni, 1999, p.197). I sistemi locali individuati allora, da cui oggi provengono ulteriori conferme, sono: il Potentino; il Vulture-Melfese; il Materano; il Metapontino.

La tendenza alla polarizzazione dello sviluppo in poche aree strategiche (i centri urbani maggiori o i sistemi territoriali “di cerniera” come il Vulture o il Metapontino) ha, però, nel tempo accentuato gli squilibri interni alla regione. Mentre, infatti, i comuni interni, da sempre connotati con l’espressione metaforica di “presepi”, continuavano a perdere popolazione e risorse, i “poli” di sviluppo, al contrario, fungevano da contrappeso allo spopolamento interno facendo registrare sensibili incrementi demografici.

Tuttavia, l’immagine appena delineata di una regione articolata in alcune polarità insediative e funzionali sembrerebbe trovare ulteriore conferma dall’analisi di alcuni dati relativi agli anni più recenti. Le performances positive in termini sia demografici sia produttivi riguardano, infatti, ancora i due capoluoghi e parte dei loro intorni, soprattutto i comuni di cerniera con le altre regioni, alcuni centri della Val d’Agri e del Metapontino, mentre le aree più interne continuano a svuotarsi e a perdere potenziale umano (Stanzione, Salaris, Percoco, 2007).

Per quanto non sia riuscita a incidere strutturalmente sul territorio lucano, tuttavia è innegabile che questa parabola evolutiva abbia dato un impulso notevole agli spazi lucani nel processo di articolazione interna e di sperimentazione di direttrici di sviluppo diversificate. Tale articolazione, come già emerso, ha finito per acuire i divari interni al territorio regionale, senza, per altro, trovare soluzione alla latitanza urbana di cui da sempre soffre la Basilicata.

Si impone, quindi, la necessità di individuare e attuare politiche di potenziamento dell'armatura urbana e strategie volte al rafforzamento della coesione territoriale, allo scopo di ridimensionare i divari centro-periferia, interno-esterno che ancora definiscono il territorio lucano, come per altro impongono le politiche comunitarie.

 

Riferimenti bibliografici

Bernardi E., La Riforma Agraria in Italia e gli Stati Uniti. Guerra fredda, Piano Marshall e interventi per il Mezzogiorno negli anni del centrismo degasperiano, Bologna, il Mulino, 2006

Biondi G., Dalle “Cattedrali nel deserto” alla “Fabbrica integrata”,in Viganoni L., (a cura di), op.cit., 1997, pp.225-249

Boenzi F., Giuralongo R., La Basilicata. I Tempi. Gli Uomini. L’Ambiente, Bari, Edipuglia, 1994

Comitato regionale per la programmazione economica della Basilicata, Schema di sviluppo regionale per la Basilicata. Quinquennio 1966-70, Potenza, 1967

Coppola P., Viganoni L., Basilicata: il modello dei piccoli ?, in Viganoni L.(a cura di), Percorsi a Sud. Geografie e attori nelle strategie regionali del Mezzogiorno, Fondazione Giovanni Agnelli, 1999, pp.187-219

Ranieri L., Basilicata, Torino, UTET, 1972

Sommella R., Dal terremoto alle fabbriche, in Viganoni L., (a cura di), op.cit., 1997, pp.251-268

Stanzione L., Salaris A., Percoco A., Le sottili trame del tessuto urbano lucano, in Viganoni L. (a cura di), Il Mezzogiorno delle città. Tra Europa e Mediterraneo, Milano, Angeli, 2007, pp.222-245

Telleschi A., Esodo agricolo e trasformazioni agrarie nel Metapontino, in Atti XXII Congresso Geografico Italiano, vol.II, tomo 1, 1977

Viganoni L. Basilicata: positiva articolazione delle trame regionali, in Landini P., Salvatori F.(a cura di), I sistemi locali delle regioni italiane (1970-1985), Memorie Società Geografica Italiana, Roma, 1989, pp.480-486

Viganoni L. (a cura di), Città e metropoli nell’evoluzione del Mezzogiorno, Milano, Angeli, 1992

Viganoni L. (a cura di), Lo sviluppo possibile. La Basilicata oltre il Sud, Napoli, ESI, 1997

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