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Domenica 03 Luglio 2011 11:01

Migranti: chiudere il C.I.E. di Palazzo S.Gervasio e progettare il futuro

Scritto da  Maria Rosaria D'Anzi
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La Procura di Melfi ha aperto un’inchiesta sulla gestione del Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Palazzo San Gervasio. Si tratta dell’ultimo atto di una vicenda iniziata nel mese di aprile quando il Ministero degli Interni, scavalcando Regione e Comune, ha trasformato l’area dell’ex centro di accoglienza per lavoratori stagionali in una vera e propria struttura carceraria. La novità è che, a differenza degli altri centri dotati di strutture fisse, nel “carcere a cielo aperto” di Palazzo si utilizzano le tende del Ministero degli Interni. Il centro può ospitare fino a 600 persone e riutilizzare un vecchio capannone per la mensa e le cosiddette attività ludiche, oltre a una palazzina per gli uffici.

La struttura, dichiarata soltanto l’anno scorso inagibile e non in sicurezza dal Comune di Palazzo in vista dell’accoglienza dei lavoratori stagionali, è inopinatamente diventata sicura solo a fronte di lavori di recinzione e dello sterro per piattaforme in cemento.

Come si ricorderà, il Cie di Palazzo fa parte della rete di centri che fanno fronte all’arrivo sul territorio italiano dei tanti migranti all’indomani dei movimenti di rivolta popolare che hanno animato il Nord-Africa tra la fine di marzo e gli inizi di aprile di quest’anno.

L’inchiesta giornalistica pubblicata di recente sul sito de «La Repubblica» e il video registrato con un telefono cellulare da alcuni ospiti del Centro ci hanno consegnato l’immagine di una struttura che si presentava fino ad alcuni giorni fa come «un’enorme gabbia» a cielo aperto, non a caso paragonata a una Guantanamo italiana, dove  i circa sessanta tunisini, che hanno atteso per mesi di essere espulsi dall’Italia, hanno vissuto in assenza delle più elementari garanzie e tutele. In una condizione per molti versi inaccettabile non sono mancati incidenti tra le forze dell’ordine e diversi ospiti della struttura.

Pur alimentando un già diffuso sentimento di indignazione, la cronaca recente, tuttavia, poco sorprende i più attenti osservatori dei nessi che esistono tra realtà locale ed eventi di più ampio respiro. Come si è detto, il Cie di Palazzo San Gervasio è la trasformazione di un campo che per anni ha accolto e ospitato i braccianti agricoli stranieri (in larga parte nordafricani) impiegati nella raccolta dei pomodori nelle campagne lucane. La necessità di indagare le condizioni di vita di questi braccianti stagionali e, più in generale, l’intento di definire con precisione la portata e l’articolazione interna del flusso migratorio in Basilicata hanno motivato, in tempi recenti, il Progetto “Cam_per i Diritti”, voluto dalla Comunità montana “Alto Bradano” e in corso di pubblicazione. Avvalendosi di un metodo basato sull’integrazione dei dati statistici con la modalità di  ricerca sul campo, tale Progetto è stato condotto lungo l’arco di alcuni mesi e in occasione della campagna di raccolta del pomodoro nel Vulture Alto Bradano. Prendendo l’avvio con la somministrazione di un questionario, oltre a censire la presenza straniera sul territorio lucano, si è tentato di coglierne le condizioni di vita e di fare luce sul funzionamento delle diverse comunità e sulle dinamiche che regolano il mercato del lavoro.

Come è facilmente intuibile, il problema più diffusamente registrato è legato al permesso di soggiorno: oltre i due terzi della manodopera straniera presente in quest’area ha fatto richiesta di asilo politico, sperimentando direttamente le complicazioni determinate da un lungo iter amministrativo. Ma il dato che desta particolare interesse è relativo a un’altra parte di stranieri che, pur avendo già il permesso di soggiorno, è comunque a rischio clandestinità: in molti casi, si tratta infatti di operai assunti in piccole o medie aziende del Centro-nord, da cui, per effetto della crisi, sono stati posti in mobilità o in cassa integrazione. Com’è noto, tali lavoratori, godendo di ammortizzatori sociali, non possono essere reclutati attraverso i Centri per l’Impiego e finiscono per essere esposti al medesimo rischio di sfruttamento che trova nei campi agricoli del Sud un teatro di realizzazione del fenomeno.

Va aggiunto che se i dati ufficiali forniti dall’Istat informano che la presenza straniera in Regione è poco superiore al 2% circa dell’intera popolazione,  non sfugge che il fenomeno è senza dubbio più esteso. Sono circa 40.000 i migranti che vivono in Basilicata, molti dei quali lavorano in nero (si tratta nella maggior parte dei casi di donne a cui è affidata la cura dei disabili, spesso anziani).

Il profilo della Basilicata che emerge da questa ricerca è quello di una regione in cui non esiste ancora una cultura dell’accoglienza adeguata a offrire risposte alla richiesta di stabilizzazione e di regolarizzazione di questi lavoratori. Tale limite, che ha impedito finora di individuare le strategie corrette, non incide solo sulle condizioni economiche ma anche, e soprattutto, sulla qualità della stessa struttura demografica e sociale, che da anni sta assistendo al grave fenomeno dell’emigrazione dei giovani lucani da un lato, e alla mancata integrazione degli stranieri dall’altro.

Le vicende legate alla realizzazione del Cie, che riteniamo debba essere chiuso, le condizioni di lavoro e di vita dei circa 40.000 lavoratori migranti presenti in Basilicata e quelle dei lavoratori stagionali, e più in generale la gravissima questione demografica lucana impongono un’immediata messa a punto e una rapida approvazione di una normativa regionale che, ispirandosi a esperienze di altre regioni, come la Toscana, l’Emilia Romagna e l’Umbria, produca un quadro legislativo che risponda alle esigenze di programmazione degli interventi, anche in direzione di un superamento dei forti limiti della legislazione nazionale in vigore, con particolare riferimento all’ultimo decreto approvato solo alcuni giorni fa su proposta del ministro Maroni.

Il quadro unitario degli interventi per i migranti residenti e stagionali può vivere a condizione che sia usato lo strumento della programmazione pluriennale per quanto riguarda la gestione dei flussi in entrata anche mediante accordi di cooperazione con i Paesi rivieraschi del Mediterraneo.

Il superamento della politica delle quote presuppone la creazione di un’agenzia lucana che organizzi e promuova l’inserimento lavorativo, la formazione professionale, anche quella continua, e l’offerta formativa in favore di migliaia di migranti all’anno. Tali misure porterebbero a risollevare il deficit di forza lavoro nel settore agro-alimentare, in edilizia e nel lavoro di cura. L’ingresso in Basilicata e il consolidamento dell’attuale presenza di migranti potrebbe avere molti effetti positivi sul tessuto sociale: si pensi, ad esempio, a quanto la presenza di stranieri possa incidere sul sistema scolastico risolvendo i problemi di ridimensionamento, oppure ancora sul riuso delle abitazioni sfitte e sulla realizzazione di un’indispensabile multiculturalità.

In tale prospettiva, lo schema di legge, realizzato in collaborazione con il FILEF e trasmesso alla Giunta regionale e ai gruppi consiliari, articola gli interventi di pianificazione necessari per la realizzazione di un vero e proprio piano di ripopolamento regionale, mediante l’individuazione delle risorse comunitarie contenute nel prossimo piano 2013-2020, in particolare quelle del Fondo Sociale Europeo ma anche quelle che saranno fornite dai piani rurali e dell’asse delle infrastrutture.

Occorre quindi programmare utilizzando le risorse umane, naturali e del territorio, e consentendo la partecipazione degli stessi migranti attraverso consulte, sportelli e Consigli comunali, anche in previsione del diritto di voto a livello locale previsto dalla stessa proposta di legge. Il superamento della cultura dell’emergenza e della logica repressiva, molte volte adottata strumentalmente per coprire lo sfruttamento dei migranti, passa per una modifica radicale dell’agire politico, sindacale e istituzionale. A questo punto entrano in gioco le parti sociali affinché riconducano alle relazioni contrattuali i temi delle responsabilità dei datori di lavoro, replicando pratiche che in altre regioni, tra le quali l’Emilia Romagna, il Friuli e il Trentino, pongono l’ospitalità a carico delle stesse imprese, nel pieno rispetto dei vincoli contrattuali.

Maria Rosaria D'Anzi - Pietro Simonetti

Pubblicato in Campania - Basilicata

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