fondazione Mida

Stefano Ventura

Stefano Ventura

Stefano Ventura (1980) è nato in Svizzera, è cresciuto a Teora (Avellino) e vive a Siena. Si è laureato in Storia all’Università di Siena con una tesi dal titolo “Irpinia 1980-1992: storia e memoria del terremoto” (relatore il prof. G. Santomassimo) e ha conseguito il titolo di dottore di ricerca nel 2009 presso la scuola di dottorato in Scienze Storiche, Politiche, Giuridiche e Sociali dell’Università di Siena con progetto di ricerca su “L’Irpinia dopo il terremoto” (tutor: prof. Simone Neri Serneri).

Coordina con l’Osservatorio sul Doposisma della Fondazione MIDA (Musei Integrati dell’Ambiente) di Pertosa (Salerno), collabora con la Fondazione Officina Solidale Onlus e con altre fondazioni e enti di ricerca pubblici. E’ amministratore del sito ORENT (Osservatorio sui rischi e gli eventi naturali e tecnologici – Università di Siena). Ha svolto il ruolo di tutor per l’Agenzia Formativa Arci di Siena. Attualmente insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori della provincia di Siena.

Ha partecipato a diversi convegni e seminari sui temi legati alle catastrofi naturali, alla Protezione Civile e alla memoria del terremoto del 1980. Tra questi si segnala il convegno internazionale “La memoria delle catastrofi” (Napoli, 25 e 26 novembre 2010, Università Federico II, Associazione Italiana Storia Orale),  “Ambiente rischio sismico e prevenzione nella storia italiana” (Università di Siena,  2 dicembre 2010), “Sud, familismo amorale e crisi civile” (Fondazione MIdA, 9 ottobre 2010).

Cura una rubrica di storia locale sul trimestrale “Nuovo Millennio”, pubblicato a Teora (Av), ed è amministratore di un blog (teoraventura.ilcannocchiale.it).

Tra le sue pubblicazioni si segnalano:

- Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi, Carocci, Roma, 2015 (con Fabio Carnelli);

- Non sembrava novembre quella sera. Il terremoto del 1980 tra storia e memoria, Mephite, 2010, prefazione di Antonello Caporale.

- Vogliamo viaggiare non emigrare. Le cooperative femminili dopo il terremoto del 1980, Edizioni di Officina Solidale, 2013, prefazione di Luisa Morgantini.

-          Il terremoto dell’Irpinia. Storiografia e memoria, in Italia Contemporanea, n. 243, giugno 2006, pp. 251-269.

- Le macerie invisibili, Rapporto 2010, Osservatorio Permanente sul Doposisma, Fondazione MiDA, Pertosa (Salerno), novembre 2010.

-          I terremoti italiani del secondo dopoguerra e la Protezione Civile,www.storiaefuturo.com, n. 22, marzo 2010.

-          I ragazzi dell’Ufficio di Piano. La ricostruzione urbanistica dopo il terremoto in Irpinia, I frutti di Demetra. Bollettino di storia ambientale (n.22-2010).

-          Prefazione a Benvenuto Benvenuti, Semiseria analisi lessicale di un disastro naturale, Montedit, Melegnano (Milano), 2009.

-          Il lavoro in Irpinia negli anni del terremoto, in La storia della CGIL irpina dal 1948 ad oggi, a cura di Giovanni Marino, Avellino, 2010.


Informazioni di contatto: ventura80@libero.it

www.orent.it

URL Sito: http://teoraventura.ilcannocchiale.it

Mercoledì 23 Novembre 2016 21:06

Le attività veterinarie nei terremoti

Le attività veterinarie nei terremoti a 36 anni di distanza dal terremoto del 1980

24 NOVEMBRE 2016

Auditorium Fondazione MIDA, Pertosa

a partire dalle 8,30

Martedì 22 Novembre 2016 15:37

Ogni 23 novembre

Stefano Ventura

Spulciando tra le cartelle virtuali del mio computer ho avuto modo di passare in rassegna le tante immagini raccolte nel tempo a proposito del terremoto del 1980; serviva a cercare qualche foto di corredo a un articolo in uscita il 23 novembre su Lavoro Culturale (www.lavoroculturale.org/Sismografie).

Il deja-vu è stato quello di indovinare quale paese era protagonista delle macerie delle varie foto e pensare oggi a quegli stessi angoli e scorci. Già questo esperimento, da solo, rende evidente la portata di distruzione di quel sisma, quello al quale ho dedicato anni interi di studio e di ricerca.

Nei mesi scorsi varie scosse hanno coinvolto altre regioni italiane, posti bellissimi sono stati sconquassati e buttati all'aria dall'ospite inatteso col quale conviviamo da secoli e col quale ancora non abbiamo imparato a fare i conti.

Mi è capitato di confrontarmi di persona, telefonicamente o virtualmente con giornalisti, tecnici o ricercatori che stanno ragionando su cosa è successo nelle zone terremotate dopo le scosse del 24 agosto e del 30 ottobre, aprendo paralleli con la sera del 23 novembre 1980 e quei 90 secondi di tremito tellurico. Sembra che chi possiede un minimo di conoscenza sull'argomento debba dare risposte definitive, come un oracolo, su cos'è il terremoto, come si ospitano i senzatetto, come ricostruire bene e come si evitano gli scandali e le ruberie. E' la ricerca spasmodica della rassicurazione dell'esperto da ingerire come un ansiolitico per far passare la paura.

Ma chi può avere risposte rassicuranti e definitive? Altre domande che ho ascoltato chiedevano di sapere al centesimo quante lire o euro erano state spese per la ricostruzione in Irpinia e Basilicata. Anche qui la complessità della risposta non era soddisfacente, non si adattava bene a un tweet o a un post di Facebook.

Mi è capitato di ascoltare decine e decine di racconti sul terremoto, sulla terribile notte del 23 novembre, sul dolore della perdita di persone care e luoghi familiari, sulla rabbia dei lunghi anni di prefabbricati e lavoro promesso e sperato, su risultati architettonici e urbanistici estranei ai propri valori. E' tutto troppo complesso, è una dimensione più intima che pubblica e non trova, infatti, segni tangibili che ci aiutino a commemorare (musei veri, archivi, progetti di sensibilizzazione e tutela).

 

L'altra sensazione forte, in questo anniversario, riguarda il destino del nostro Appennino. Dobbiamo capire cosa farne, dei nostri piccoli paesi, se li riteniamo una risorsa o un peso, se la popolazione che vive sulle montagne italiane (11 milioni di persone) ha la stessa dignità di chi vive a Roma, Milano, Napoli, Torino e se gli si deve prestare attenzione o ignorare il grido soffocato di disperazione quotidiana. La mappa dei terremoti più recenti degli ultimi 50 anni coincide quasi perfettamente con la mappa del disagio demografico e civile. Per questo “il modo migliore di ricordare i morti è pensare ai vivi”.

Sabato 12 Novembre 2016 14:09

Energie dalla terra, una recensione

di VINCENZO LUISE

pubblicato il 4 novembre su www.lavoroculturale.org

Energie della Terra è il quarto rapporto dell’Osservatorio sul Doposisma che rappresenta un’occasione di riflessione sul tema della relazione tra agricoltura, giovani e ritorno nelle aree rurali. La pubblicazione non solo fornisce un quadro ampio delle diverse prospettive di ricerca ma si propone di esplorare le tendenze che emergono dalle aree interne del nostro paese.

 

Già a partire dagli anni ‘60 la letteratura accademica si è interessata al fenomeno dei back to the land movements (Jacob, 2010). Questi movimenti erano composti da giovani delle controculture hippies che sulla base di un credo antimodernista decidevano di trasferirsi in campagna. Il fenomeno, diffuso sia in America che in Europa, si caratterizzava per la pratica degli insegnamenti di Sir Alber Howard e di Rudolf Steiner (Paltrinieri e Spillare, 2016) nella  produzione di cibo biologico. Le preoccupazioni nell’immediato dopoguerra nei confronti delle tecniche di produzione agricola industriale della Rivoluzione Verde (Evenson e Gollin, 2003) contribuì  inoltre all’incremento dell’interesse verso modelli produttivi agroecologici (Shiva, 2015).

Secondo Constance (2014) la letteratura accademica sugli alternative agrifood movements può essere ricondotta a quattro domande di interesse principali che catturano l’evoluzione della relazione uomo-natura-cibo e ne descrivono le dimensioni di ricerca. Se in principio l’attenzione si focalizzava sul rapporto tra impatto della produzione convenzionale e qualità dell’ambiente (environmental question) è solo agli inizi degli anni ‘70 che si pone attenzione alle conseguenze che tale modello ha sulla vita degli agricoltori (agrarian question), mentre negli anni ‘90 emerge una significativa area di ricerca che connette qualità del cibo e modelli produttivi convenzionali (food question). La studiosa inoltre individua un’ulteriore area di studio che è la naturale conseguenza della creazione di un giusto ed equo sistema di produzione agroalimentare, ovvero la relazione tra modelli convenzionali e promozione dei diritti civili (emancipatory question).

 

Questa pubblicazione si inserisce in un filone di studi denso che però risente di una mancata sistematizzazione delle  strategie e degli obiettivi adottati dai movimenti. Sottraendosi ad una scontata visione mainstream promossa dai media nazionali sulle opportunità di sviluppo professionale e personale che oggi offre la campagna, dal rapporto emerge il carattere pluriversale di queste esperienze.

 

(Foto pag. 12)

 

Per poter riconoscere e analizzare tale pluralità l’Osservatorio ha indetto un bando di ricerca-azione al fine di ‘registrare’ queste tendenze attraverso le seguenti domande di ricerca:

 

 

E’ vero che i giovani stanno ritornando all’agricoltura, alla terra?

 

Al Sud quanto è concreta questa tendenza e riesce a creare

reali occasioni di occupazione e imprenditorialità?

 

Quali sono le storie, i problemi e i sogni dei giovani agricoltori?’ (p. 7)

 

 

La pubblicazione, inoltre, si compone di altri quattro contributi che affrontano da diverse prospettive analitiche lo studio delle aree interne: dal rapporto con i contesti urbanizzati, al ruolo del paesaggio, fino alle opportunità offerte dalla network society.  Tale varietà di indagini permette di delineare i confini di una nuova economia del cibo (Winter, 2003) intesa nel suo senso più ampio,  ovvero di un’economia che riportando al centro del sistema agroalimentare la produzione di cibo di qualità opera contemporaneamente su diverse dimensioni: la disintermediazione prende il posto della logistica, lo storytelling del marketing e la redistribuzione della finanza, valorizzando tutti quegli aspetti tangibili e intangibili di una comunità che diviene parte integrante di questo processo’ (Arvidsson e Giordano, 2014, p.6).

 

Se, da un lato, il volume mette in mostra tale complessità, è solo attraverso una metodologia qualitativa come l’etnografia o la partecipazione osservante che sembra possibile comprendere il ruolo e il valore di queste avanguardie. ‘Il riercatore vuole diventare in questo approccio un facilitatore tra “mondi diversi” ancor più che un portatore di visioni’ (p. 14). I contributi ‘Energie per la terra per seminare cambiamento’ di Carlotta Ebbreo, e ‘Il cammino silenzioso. Seminare i semi della resistenza’ di Simone Valitutto condividono questa prospettiva di ricerca. La metodologia adottata non si pone al di sopra dei soggetti, ma al contrario, cerca di costruire con essi un percorso di riflessione.  Se il primo contributo si propone di essere una narrazione commentata del ritorno alla terra, il secondo si caratterizza per una riflessione critica sui modelli di sviluppo che interessano le aree interne.

 

Il concetto di “ritorno” assume significati diversi rispetto alla rappresentazione sociale che la vita nello spazio rurale, e lo stesso spazio rurale, portano con sè.’ (p. 15)

 

La ricercatrice, vincitrice del bando promosso dall’Osservatorio, propone una duplice visione del ritorno, sia geografica che culturale. Lo studio, incentrato sulle esperienze di re-esistenza contadina nell’area del Parco del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, assume come dato inconfutabile l’insostenibilità dell’attuale sistema economico-produttivo. Attraverso il framework teorico della trans-innovation theory (Geel e Schot, 2007) la ricercatrice mostra come le discrepanze fra bisogni e funzionamento del regime economico attuale induca queste nicchie di innovazione a sperimentare nuove forme di vissuto, economico e sociale, in grado di innescare processi trasformativi a livello sistemico. Piuttosto che risignificare queste esperienze, il testo intende raccontare il loro carattere di alterità e di come rappresentino, non solo sul piano simbolico, l’esempio di un nuovo possibile equilibrio tra uomo-natura-economia. All’interno di questa prospettiva possiamo ricondurre anche il contributo di Simone Valitutto sull’esperienza del cammino silenzioso.

 

Un’esperienza di vita che muta lo sguardo e l’esserci nel mondo di chi vi partecipa e che rappresenta una diversa concezione dei paesi in cui si è deciso di (ritornare a) vivere.’ (p. 115)

 

Il cammino, viaggio nei luoghi di confine tra Campania e Basilicata, da Atena Lucana a Viggiano, nasce dalla necessità di raccontare un modello di sviluppo alternativo a quello petrolifero. Si presenta come una testimonianza di resistenza radicata nell’esperienza dei corpi che ripercorrono i vecchi sentieri utilizzati dai pellegrini per raggiungere il santuario della Madonna Nera del Sacro Monte di Viggiano. La volontà di ri-guardare i luoghi, nell’accezione che Franco Cassano (2005) descrive in Pensiero Meridiano, pernia tutto il lavoro. Non solo emerge la capacità di aver cura di quei territori provando a sottrarli ad un modello di sviluppo descritto come predatorio, ma si è saputo guardare con occhi nuovi gli stessi luoghi riscoprendo le tracce del passato attraverso una pratica contemporanea. Il cammino diviene cura contro quella che De Martino (1954) definiva angoscia territoriale, ovvero la perdita dell’abilità di ambientamento e di radicamento. Contrapponendosi al potere prescrittivo dei luoghi imposto da soggetti altri, il contributo si configura come necessaria testimonianza della pratica di appaesamento che può essere generata solo attraverso la  frequentazione e manipolazione degli spazi. Affinché sia riconosciuto il valore simbolico di questa e le altre esperienze che popolano le aree interne è necessario, quindi, porsi in una dimensione di ascolto.

 

Dobbiamo allora essere guidati dall’ascolto nell’agire sul (e nel) margine, e riflettere sul senso e sulla scelta

di abitarne i delicati equilibri.’ (p. 106)

 

 

(Foto pag. 19)

 

 

Il contributo di Nicola di Croce ‘Il ritorno alla montagna come ascolto del margine’, focalizzandosi sulla dimensione spaziale e demografica delle aree montane attraverso un parallelo tra nord e sud, definisce le aree interne come quelle aree marginali interessate solo parzialmente dalle politiche di sviluppo economico. Ma è attraverso la risignificazione del silenzio che risuona in questi territori che diviene possibile rileggere il margine come custode di una visione differente di sviluppo. Tornare, ma allo stesso tempo (e forse soprattutto) restare, ‘rappresenta il momento lucido, l’occasione dell’autoascolto, della consapevolezza’(p. 108). E’ attraverso questi processi che si può produrre un sentimento di luogo integrato nel carattere transitorio del contemporaneo. Il margine destinato all’oblio, secondo l’autore, si trasforma quindi nel luogo privilegiato in cui l’azione consapevole dei soggetti produce paesaggio in termini naturali, culturali e visivi.

 

Si pone l’evidenza sulla necessità di tutelare il paesaggio nel suo essere espressione della cultura dei luoghi e degli uomini che vivono in esso’.

 

 

 

(Foto pag. 124)

 

Il quarto contributo del rapporto, ‘Ritorno alla terra per salvare il paesaggio’ di Giorgia de Pasquale si propone di indagare la relazione tra pratiche agricole e paesaggio mediterraneo. Se le metodologie produttive della Green Revolution hanno provocato un drastico mutamento delle pratiche agricole familiari e un conseguente svuotamento delle campagne, l’unica possibilità per salvaguardare la salute e bellezza di questo fragile paesaggio, afferma l’autrice, passa dalla tutela dell’agricoltura tradizionale. La capacità di plasmare il territorio conferendogli un’identità specifica attraverso una creatività radicata che genera armonia.  La tradizione, quindi, intesa come aspetto originario diviene valore contemporaneo. Ma così come afferma la Convenzione europea del paesaggio è necessario recuperare una visione equilibrata, possiamo adattare l’ambiente alla vita ma dobbiamo anche adattare la vita all’ambiente. In questa prospettiva il paesaggio diviene luogo performativo che  accoglie forme e figure nuove dove la tradizione assume il significato di conoscenza e rispetto, non cristallizzandosi. Il potere narrativo dei luoghi connetterà poi tali trasformazioni in nuovi racconti attraverso un continuum tra passato e futuro. I paesaggi, quindi, cambiamo in parallelo alla società della quale sono espressione.

Il risultato della network society non è una minore importanza funzionale delle zone rurali rispetto alle zone urbane, ma è una marcata ristrutturazione dei loro rapporti di forza.’ (p. 97)

Affinché le aree interne possano ri-definire il rapporto con i contesti urbanizzati, transitando da una condizione di predazione ad una di simbiosi, diviene fondamentale comprendere i vincoli e le opportunità offerte dall’avvento della network society (Castells, 2011). Ponendo l’accento su alcune dimensioni, che secondo gli autori di ‘Reti rurali e cambiamento’ Castells sottostima, la riflessione verte sulla creazione di reti tra le esperienze di neoradimento rurale. Benedetta Falmi e Vieri Calogero evidenziano il forte senso identitario che deriva da un lato dalla partecipazione a queste reti, e dall’altro dalla capacità di operare in contrapposizione al modello convenzionale dell’agrifood, che Van Der Ploeg (2009) definisce processo di ricontadinizzazione. I processi di territorializzazione, quindi, possono tradursi in  cambiamento attraverso la diffusione di nuove idee, approcci e modelli veicolati all’interno di queste reti rurali.

 

In conclusione i diversi contributi mostrano come questa ruralità emergente sia composta da diverse alterità che concorrono a costruire un quadro estremamente complesso. La differenza di visioni e di pratiche ne rappresenta un valore costitutivo ma allo stesso tempo può limitare la capacità di un’azione coordinata. Il carattere innovativo, fragile e radicale di queste avanguardie agendo su una dimensione simbolica e materiale può produrre cambiamento, ma affinché questo si estenda ad un livello sistemico, è necessario la collaborazione con  attori terzi. Si delinea così una nuova ruralità che non vuole essere regolamentata, ingabbiata, ma al contrario, ascoltata e valorizzata.

 

Vincenzo Luise

 

Riferimenti bibliografici

Arvidsson, Adam., e Giordano, Alessandro (a cura di). Manifesto della Rural Social Innovation. 2014.

 

Cassano, Franco. Il pensiero meridiano. Vol. 362. Laterza, 2005.

 

Castells, Manuel. The rise of the network society: The information age: Economy, society, and culture. Vol. 1. John Wiley & Sons, 2011.

 

Constance, Douglas H., Marie-Christine Renard, e Marta G. Rivera-Ferre, eds. Alternative Agrifood Movements: Patterns of Convergence and Divergence. Emerald, 2014.

 

De Martino, Ernesto. "Angoscia territoriale e riscatto culturale nel mito Achilpa delle origini." en: Introduzione allo studio dell'Etnologia. Roma(1954).

 

Evenson, Robert E., e Douglas Gollin. "Assessing the impact of the Green Revolution, 1960 to 2000." Science 300.5620 (2003): 758-762.

 

Geels, Frank W., and Johan Schot. "Typology of sociotechnical transition pathways." Research policy 36.3 (2007): 399-417.

 

Jacob, Jeffrey. New pioneers: The back-to-the-land movement and the search for a sustainable future. Penn State Press, 2010.

 

Paltrinieri, Roberta, e S. Spillare. "L'Italia del biologico." Un fenomeno sociale dal campo alla città. Edizioni Ambiente: Milano, 2015.

 

Shiva, Vandana. Chi Nutrirà il Mondo? Manifesto per il Cibo del Terzo Millennio, Feltrinelli, 2015.

 

Van der Ploeg, Jan Douwe. The new peasantries: struggles for autonomy and sustainability in an era of empire and globalization. Routledge, 2009.

 

Winter, Michael. "Embeddedness, the new food economy and defensive localism." Journal of rural studies 19.1 (2003): 23-32.

 

 

Indice del volume

 

Presentazione

Stefano Ventura

PARTE 1

Energie dalla terra per seminare cambiamento - Carlotta Ebbreo

PARTE 2

Reti rurali e cambiamento - Benedetta Falmi e Vieri Calogero

PARTE 3

Il ritorno alla montagna come ascolto del margine - Nicola Di Croce

PARTE 4

Il cammino silenzioso. Seminare i semi della restanza - Simone Valitutto

PARTE 5

Ritornare alla terra per salvare il paesaggio - Giorgia De Pasquale

Giovedì 05 Maggio 2016 14:50

Quarant'anni fa il terremoto in Friuli

Il 6 maggio 1976, alle 21, una scossa del 6,4 della scala Richter colpì vaste zone del Friuli, tra le province di Udine e Pordenone; i comuni più colpiti furono Gemona, Venzone, Bordano, Artegna, Buia, Osoppo e Folgaria. A questa scossa il 15 settembre dello stesso anno ne seguì un’altra (6.1 scala Richter); in totale, i morti furono 939, i senzatetto circa 80 mila.

L’arrivo dei soccorsi nel caso del terremoto friulano, fu più celere poiché circa 18 battaglioni dell’esercito si trovavano nell’Italia nord orientale; quei militari e quelle caserme che avevano subìto danni minori si mobilitarono prontamente per portare soccorso alle popolazioni.

Il presidente del consiglio Moro e il ministro dell’Interno, Cossiga, decisero di affidare urgentemente al sottosegretario alla protezione civile, Zamberletti, il ruolo di commissario straordinario per l’emergenza. Zamberletti decise allora di creare dei centri di coordinamento comunali e di zona, affiancando ai sindaci gli ufficiali dell’esercito.

Dopo la scossa i senzatetto avevano trovato rifugio nei vagoni ferroviari, nelle tendopoli, nelle roulotte. I friulani lanciarono lo slogan “dalle tende alle case”, sperando di poter presto ricostruire o riparare le proprie abitazioni; nel frattempo si erano scelte le case prefabbricate e non le baracche per la fase transitoria.

La scossa di settembre, che aveva causato nuovi danni e rallentato di nuovo il ripristino della normalità, convinse il commissario, che era stato rinominato dopo un periodo di interruzione e un cambio di governo (da Moro ad Andreotti), a optare per l’arretramento dei senzatetto nelle località balneari della costa. La poca distanza permetteva anche a chi voleva riavviare la propria attività, ma anche agli agricoltori e agli operai, il pendolarismo, in modo tale da non subire del tutto l’estraneità dai luoghi d’origine. Intanto erano disponibili anche le aree di insediamento provvisorio e si mise in moto il recupero edilizio degli edifici che avevano subìto danni minori.

Gli evacuati furono 26.520 e furono ospitati in 5 centri balneari e nella località montana di Ravascletto.

Dal punto di vista legislativo e di indirizzo, il decentramento delle responsabilità a favore della Regione e degli enti locali, comuni in primis rappresentò una novità, anche perché il Friuli Venezia Giulia godeva anche dei privilegi di regione a statuto speciale.

Rispetto alle emergenze in Belice e in Irpinia, ci furono alcuni fattori che influirono positivamente sulla gestione dell'emergenza in Friuli:

1) la cospicua presenza militare nell’area;

2) la presenza di buone vie di comunicazione;

3) Udine, la città capoluogo di regione, non fu colpita;

4) la presenza di alberghi e conseguentemente la disponibilità immediata di numerosi posti letto per ospitare i senzatetto.

Nel caso friulano, quindi, nonostante l'assenza di un sistema organizzato di Protezione civile, la struttura commissariale guidata da Zamberletti da un lato, e il decentramento decisionale che rese protagonisti Regione e comuni permise una gestione più efficace dell'emergenza e poi della ricostruzione.

Domenica 22 Novembre 2015 13:03

35 anni di lenta e difficile rinascita

di Stefano Ventura

Il 23 novembre segna l'anniversario del terribile terremoto che una domenica sera portò via 2914 irpini, campani, lucani e sconvolse la vita a centinaia di persone. Sono passati 35 anni, un periodo tale da poter considerare alle spalle la ricostruzione, ma che non ha certo sanato ferite profonde, tra contraddizioni, errori e progetti più o meno riusciti.

Come ogni anniversario, la commemorazione può e deve servire per ricordare e per valutare il percorso compiuto; molti preferiscono il ricordo privato, la dimensione intima del dolore, ma a livello pubblico bisogna interrogarsi su come le comunità interpretano e mantengono traccia di cosa è successo, degli errori e delle cose buone.

Sulla memoria del terremoto è uscito un recente saggio in un libro che parla di disastri dal punto di vista etnografico e sociologico. Di certo si alternano diverse opinioni, da quelle di chi dice: “Ancora a parlare di terremoto?” a chi grida allo scandalo totale gestito dai soliti intrallazzatori, fino a chi candidamente pensa che non sia successo niente, anzi, la ricostruzione sia stata un toccasana.

La cosa più evidente è l'assenza di forma e sostanza nel tutelare e trasmettere il ricordo, le testimonianze e i dati relativi a quell'evento e alla ricostruzione. Nessun memoriale, ovvero tanti piccoli luoghi disseminati e sporadici, nessun progetto collettivo e a lungo termine, nessun discorso interpretativo che possa essere fatto proprio dai sopravvissuti e da chi è rimasto.

Oggi l'Irpinia (mi limito alla zona più colpita, che conosco relativamente meglio) è un'area in forte decrescita demografica, con una popolazione dall'età media alta e con gli enormi problemi delle aree appenniniche marginali. Da diversi mesi di parla di un Progetto Pilota che possa dare respiro e rilancio, a partire da quattro capisaldi (scuola, sanità, trasporti e sviluppo, http://www.dps.gov.it/opencms/export/sites/dps/it/documentazione/Aree_interne/STRATEGIE_DI_AREA/Bozza_della_strategia/bozza_strategia_alta_irpinia.pdf).

Sembra un percorso obbligato, quello di confrontarsi tra amministrazioni e “portatori di interesse” per trovare una parvenza di progetto comune da perseguire.

Alcuni tentativi, anche ben riusciti, hanno portato quest'area all'attenzione di una platea più ampia, nazionale; uno dei libri candidati al premio Strega, il “Paese dei Coppoloni”, è una specie di poema epico di queste terre, un incrocio tra mito popolare e legame con la terra e le radici. Capossela ha organizzato per il terzo anno lo Sponz Fest, con numeri e contenuti di ottimo livello.

Per contrasto, quelle stesse zone sono al centro di recente di un allarme reale sul legame tra minacce malavitose e eolico. La minaccia delle trivellazioni, a poca distanza dalle vigne dove si producono vini che hanno buoni risultati sul mercato, è un'altro controsenso da sciogliere.

Ci sono anche segnali che andrebbero analizzati sull'identità irpina, visto che ci sono espressioni della società che provano ad affermarsi per difendere il territorio (termine del quale si fa uso e abuso). Cito solo un tentativo, quello di alcuni ragazzi che hanno formato un'associazione che si chiama “Io voglio restare in Irpinia” (https://www.facebook.com/iovogliorestareinirpinia/?fref=ts). Questi ragazzi, in gran parte, non hanno però vissuto gli anni dell'infamia di essere terremotati assistiti e approfittatori di fondi statali, agli occhi dell'opinione pubblica nazionale, e anche questo è un punto interrogativo aperto.

Più semplicemente, la data del 23 novembre serve a ricordare e riporta anche a un pensiero primitivo, il rapporto tra l'uomo e la terra sulla quale vive, l'ambiente che lo accoglie e le forme sociali che servono a renderlo ospitale e che riempiono di senso il termine comunità: noi dovremmo ricordarci di essere una comunità ferita e guarita da uno squarcio durato 90 secondi, una sera di novembre di 35 anni fa.

Giovedì 23 Aprile 2015 19:40

Energie dalla terra, seminare cambiamento

Piccolo commento in itinere e personale, ad un esperienza di vita e di ricerca sul campo...

di Carlotta Ebbreo

La mia ricerca per “Energie della terra: seminare cambiamento”, è cominciata a fine Febbraio, a seguito dei primi contatti con l'Osservatorio sul Doposisma, e con la fondazione Mida.

Ciò che mi ha colpito ed entusiasmato fin dall'inizio di questa esperienza, è stata la cura, la disponibilità e qualità delle persone che ruotavano attorno alla Fondazione, la libertà di movimento in termini di ricerca e l'approccio percepito nel quale la conoscenza ed il suo approfondimento venivano concepite in legame con la progettazione allo sviluppo locale. Ho potuto apprezzare il concetto alla base dell'Osservatorio di ricerca come un “Sismografo sociale”, riassunto per me da Stefano Ventura e ne sono rimasta colpita.

 

Ho strutturato le tre visite vagando come una staffetta. La metodologia di ricerca per creare il campione di studio si chiama Snow Ball, ed effettivamente mi son comportata da palla di neve, rimbalzante tra una persona ed un'altra, una cittadina ed un'altra, tra campagne, aziende e piccoli paesi nelle aree interne di Campania e Basilicata. Ho incontrato ed ascoltato contadini, produttori, ristoratori, ricercatori, potatori, amministratori, pensionati, giornalisti, panettieri, attivisti, frequentatori di bar, ecc... Ciò è avvenuto grazie a suggerimenti fondamentali susseguitisi man mano seguito, e relativamente ai quali spero di essere all'altezza e saperne fare tesoro. Spero anche, e tenterò in ogni modo, di rispettare le persone che sto via via incontrando in questa esperienza e che mi stanno dando in dono il loro tempo, la loro storia e quindi, la loro fiducia.

La ricerca si sta concentrando principalmente sul Vallo di Diano, “entità geografica” che sta risultando di volta in volta più complessa e la cui definizione cambia rispetto al punto di vista che la descrive.

 

Credo nella ricerca collaborativa e nell'intelligenza collettiva. Il tema che sto trattando, solleva questioni imminenti al livello sia locale che globale, come ad esempio l'auto-sostenibilità, il senso odierno del rurale, l'identità locale, le relazioni economiche ecc. Per sviluppare uno sguardo in merito, anche solo su un territorio, credo che maggiore è il numero di persone a collaborare, maggiore sia la possibilità di produrre qualcosa che possa essere di qualità e impatto positivo.

Per questo il mio desiderio è quello di creare, alla fine di questa ricerca, un lavoro co-prodotto con persone che a diverso titolo lavorano sul tema e che sono interessate a ripensare l'agricoltura come un elemento centrale e strutturante di benessere, nella progettazione del rapporto dell'uomo nell'ambiente e del benessere. Sto tutt'ora tentando di farlo – stimolare collaborazioni-, e rimango a disposizione ad ogni sollecitazione.

La sfida dell'approccio alla ricerca-azione-partecipata che propongo, sta anche nel fatto di consultare man mano i partecipanti, relativamente alle miei idee di “azioni”, accumulare i consigli e ponderare su questi ultimi le azioni. Ciò mi sta portando a proporre più strumenti di discussione ed analisi, per i quali la loro messa in atto sta corrispondendo ad un percorso fluido, influenzato da quanto detto prima.

Per terminare, questo piccolo commento in itinere ad un esperienza di vita e di ricerca sul campo, vorrei sottolineare che il luogo che mi ospita mi stupisce di giorno in giorno per la presenza di persone che mettono in gioco, con il loro protagonismo, principi e soprattutto pratiche, la possibilità di coltivare un luogo vivace, ricco di respiri sani e benessere per le generazioni future.

Tra questi vorrei ringraziare e sono felice di avere incontrato gli organizzatori dell'incontro che è tenuto ad Atena Lucana in questi giorni

La terra mi tiene

un contenitore di poesia, musica e progettazione di un rurale in cui le idee innovative sviluppate virtuosamente nei luoghi, cercano nuovi modi di sostenersi, incontrarsi ed organizzarsi. Gli organizzatori creano qualcosa di nuovo, onorando la storia di un Luogo e delle persone e dei mestieri che lo hanno abitato, chiedendosi come ripensarlo vivo.

Un luogo dove ci si incontra e si celebra, con le cose buone come il Pane, che ci ricordano la bellezza di esseri umani e di quando l'agricoltura, un prodotto culturale di co-produzione con la natura, ritorna a risuonare come tale.

"La terra mi tiene", il festival che parla di agricoltura, ruralità e comunità contadine, è giunto alla quarta edizione. Ad Atena Lucana, quindi, il 24 e 25 aprile, ci saranno incontri, seminari, laboratori e confronti sulla terra, sul grano e sull'acqua, sui pericoli ai quali i territori dell'osso sono sottoposti per la miopia di chi guarda al territorio solo come luogo di conquista e esproprio. Anche il nostro Osservatorio parteciperà e sostiene questo appuntamento e i suoi organizzatori, dando appuntamento ai prossimi mesi per nuovi spunti e progetti legati all'agricoltura e alla ruralità.

Il programma

Due giorni di discussioni e confronto sull'importanza della Terra nel mondo di oggi, ripercorrendo le tappe fondanti della nostra storia contadina ricostruendo un percorso a ritroso le cui pietre miliari sono proprio le antiche semenze, le nuove modalità di vivere la ruralità e le occasioni di reddito in essa contenute.

24 Aprile

Ore 16.00
IL MULINO AD ACQUA
tecniche e modalità di funzionamento
Maria Pagano

Ore 17.00
I GRANI DEL FUTURO
La filiera dei cereali della Cumparete. Esperienze colturali a confronto. Ferment-azioni. Fare tesoro della memoria per custodire il futuro.

Ore 19.00
RITI, GRANI E PELLEGRINI
storie del culto della Madonna Nera di Viggiano nel Vallo di Diano
Simone Valitutto

Ore 20.00
PRESENTAZIONE GIURIA E REGOLAMENTO, ASSEGNAZIONE FORNI

Ore 20.30
PREPARAZIONE COLLETTIVA DEL LIEVITO MADRE

Ore 21.00
CENA CONVIVIALE E MUSICA POPOLARE

25 Aprile

Ore 09.30
ACQUA: TENERE LA POSIZIONE
Il Santuario dell’acqua dei monti della Maddalena.
Franco Ortolani
Punto zero del vallo di diano. Il campionamento dell'acqua.
Giuseppe Di Bello
La Peste Italiana, il caso Basilicata
Maurizio Bolognetti
Modera Romina Valisena

Ore 11.00
PREPARAZIONE COLLETTIVA DELL'IMPASTO

Ore 13.00
PRANZO CONVIVIALE

Ore 15.30
APERTURA MERCATINO

Ore 18.00
SCANATA
Infornata degli impasti nei forni del centro storico

Ore 21.00
PREMIAZIONE DEL MIGLIOR PANE

Durante la serata sarà possibile degustare dell'ottimo cibo e del buon vino accompagnati dalle zampogne e dalle ciaramelle caggianesi.

Lunedì 05 Gennaio 2015 19:32

Energie dalla terra, la giuria

Su proposta dell presidente della Fondazione MIdA, Francescantonio D'Orilia, il consiglio d'amministrazione della Fondazione ha nominato in data 17 dicembre 2014 la commissione giudicatrice che esaminerà i partecipanti al bando "Energie dalla terra. Occupare lo spazio del futuro".

I membri sono la prof.ssa Mariana Amato, professore associato presso il Dipartimento di Scienze dei Sistemi Colturali, Forestali e dell'Ambiente dell 'Unversità della Basilicata e direttore scientifico della Fondazione MIdA; il dottor Mariano Ragusa, giornalista professionista, caposervizio responsabile della redazione salernitana de "Il Mattino e Stefano Ventura, coordinatore dell'Osservatorio sul Doposisma. Gli incarichi di segreteria sono affidati alla dott.ssa Francesca Caggiano, responsabile dell'ufficio stampa della Fondazione Mida.

La commissione renderà noti quanto prima i risultati del suo lavoro, nominando il vincitore del bando, che darà avvio ai lavori per una ricerca-azione della durtata di 6 mesi.

Nel 2012 il nostro Osservatorio, insieme a vari partenrs tra cui la Regione Basilicata e Noeltan Film studio, ha realizzato un progetto nelle scuole della Basilicata in cui è stato chiesto agli studenti delle quarte superiori di raccontare la loro regione, in un libro e in un docufilm. Il libro si chiamava "Lucantropi. Tra il dito e la luna scelgo la luna" e il docufilm, realizzato grazie al lavoro del regista Antonello Faretta e della Noeltan film studio, si chiamava "La Basilicata nel cellulare. Memorie dal terremoto e sogni di petrolio". Gli studenti hanno girato il film usando il videofonino. Il lavoro è stato premiato con il premio"Libero Bizzarri" nel 2012.

Lo proponiamo integralmente, seguendo il collegamento indicato di seguito:

 

VAI AL FILM

Giovedì 18 Dicembre 2014 16:56

Premio Mantovani, i materiali

Lo scorso 14 novembre la Fondazione Mida ha concluso le iniziative legate al premio "Adriano Mantovani" con la premiazione del lavoro vincitore. Il premio prevedeva la presentazione di un elaborato sul tema: “Mantovani ed il terremoto dell’Irpinia: ricostruzione delle attività attraverso testimonianze, esperienze documentate e modelli operativi”.

La prima classificata è stata Talita Accardi, veterinario emiliano-romagnola; il secondo posto è andato a Nicola Amabile. Pubblichiamo un collegamento ai materiali che sono stati in concorso e una breve scheda riassuntiva in cui la vincitrice del premio spiega il suo lavoro.

CLICCA QUI per accedere ai materiali

Adriano Mantovani e l'Irpinia nel racconto dei collaboratori

di TALITA ACCARDI

Molti viaggiano per piacere di farlo, altri per curiosità, altri ancora per ritrovare se stessi e poi, c’è chi viaggia alla ricerca di memorie che possano ripercorrere storie e ricordare persone.

Ebbene, quanto sta per esservi presentato, rappresenta proprio quest’ultimo viaggio: un percorso attraverso il quale si è cercato di rievocare vecchi ricordi di vita, volti a far affiorare il lato nascosto e più “puro” di una persona che ha segnato la storia della veterinaria.

Si tratta di una raccolta di memorie che attraversa l’Italia dall’estremo nord al quasi estremo sud, passando per la capitale; inizia da San Giovanni in Persiceto (Bo) e si conclude a Pertosa (Sa). Memorie preziose di persone che, con immensa fortuna, hanno avuto l’occasione di poter lavorare fianco a fianco con colui che diede il via ad una branca innovativa ed impensata della veterinaria, quella della cosi definita “Disastrologia” e del concetto di One -Medicine.

Di chi sto parlando? Del professor Adriano Mantovani, ovvio…

Il mio lavoro non è stato altro che andare alla ricerca di coloro che durante il terremoto d’Irpinia del 1980 si sono ritrovati a lavorare in un contesto drammatico con quest’uomo e, da essi, raccogliere testimonianze che raccontassero quei dettagli che normalmente nessuno considera, quelle tracce lasciate nei cuori da certi incontri.

Ciò che ascolterete, se avete voglia e pazienza, è una storia di 3 ore e 40, narrata attraverso le voci di chi visse quest’uomo nel contesto Irpinia e nel “dietro le quinte” casalingo. Un racconto che cerca di delineare un personaggio dalle mille sfaccettatture in cui umanità, senso pratico, cultura ed umorismo hanno saputo amalgamarsi alla perfezione. Un racconto diverso dal solito, in cui non sono i fatti “obiettivi” ad essere messi in scena, ma aneddoti di vita quotidiana col compito di mostrare nella sua interezza un uomo diverso da tutti gli altri, una persona capace di lasciare il segno. Quello che affronterete non è un documentario storico- biografico classico, basato sulla memoria di fatti pura e semplice, ma è il raccontare una persona attraverso gli occhi di coloro in cui ha lasciato un segno indelebile e dei contesti in cui si sono trovati a collaborare.

Concludendo, un itinerario sviluppato in maniera diversa ma che vuole rappresentare sia un tassello da inserire nel grande puzzle di una tragedia, sia l’ultima pennellata nel quadro che raffigura quest’uomo, da poter lasciare ai posteri.

LINK AI MATERIALI:

https://www.mediafire.com/folder/h5jf08k8i4vvd/Materiale_Premio_Mantovani_(Accardi_e_Amabile)

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Il Filo della Memoria:racconti, storie e testimonianze

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