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Lunedì 21 Febbraio 2011 22:00

la Satira Investe nella Ricostruzione

L’Osservatorio permanente sul dopo sisma invita artisti italiani e stranieri a partecipare ad una mostra-concorso dal titolo “La Satira Investe nella Ricostruzione”. Il tema è la gestione dei fondi stanziati per le ricostruzioni seguite agli eventi sismici che hanno colpito l’Italia negli ultimi 30 anni, dal terremoto dell’Irpinia del 1980 a quello de L’Aquila del 2009.

Una vignetta satirica rappresenterà il terremoto come poche volte è stato fatto: la satira si farà interprete del delicato tema della gestione economica delle emergenze post sisma. Lo farà attraverso lo strumento principale dei messaggi istituzionali, la moneta corrente, e nella fattispecie, la moneta da 1 euro, simbolo dei fondi pubblici, ma anche simbolo della disperazione di chi col malaffare approfitta del disastro.

La satira, così, è invitata a ridisegnare i nostri soldi, per criticare la cattiva gestione dei fondi investiti nelle ricostruzioni italiane.

Al vincitore del concorso verrà assegnato il 1° Premio MIdA del valore di € 1.000. L'opera verrà, inoltre, pubblicata sul Rapporto annuale 2011 dell’Osservatorio. Il bando scadrà il prossimo 30 giugno.

 

Scarica l BANNER della mostra/concorso (jpg)

Scarica il BANDO del concorso (pdf)

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Scarica la NOTA STAMPA (pdf)

Sabato 19 Febbraio 2011 17:10

Doposisma: la ricostruzione

21.224 miliardi di lire: è questa la cifra che il Ministero del Bilancio dell'epoca fissò per stabilire il danno

Dalla catastrofe alla normalità. Il percorso che cominciò con la quantificazione del danno inferto dal terremoto. Quanto era costato il sisma? Quante risorse finanziarie occorrevano per ricostruire i paesi distrutti? La prima stima oscillava tra i 16 e i 18mila miliardi per attestarsi, successivamente, sui 21mila calcolando, a medio termine, la lievitazione dei prezzi. La previsione del fabbisogno finanziario fu elaborata dal ministero del Bilancio. La cifra scaturiva da un'indagine campione su 41 comuni dei 160 danneggiati ed escludeva Napoli ed i capoluoghi di provincia. Sedicimila gli alloggi da ricostruire per un impiego di risorse tra i 6.500 e 7.900 miliardi di lire. Nei comuni non compresi tra quelli disastrati i danni erano valutati intorno ai 3.500 miliardi mentre per Napoli si rendevano necessari 1.800 miliardi per gli alloggi. Il danno complessivo alle infrastrutture venne quantificato in 4.250 miliardi. Il 27 gennaio del 1981 il Consiglio dei ministri certifica la prima stima dei danni ed insedia un comitato interministeriale con compiti di coordinamento degli interventi. Ma sulle cifre si comincia a discutere. Scrive in un commento il "Sole 24 ore": "L'Italia è il paese delle questioni di principio. Se si comincia a diffondere la convinzione che le cifre reali dei danni provocati dal terremoto sono quelle che saltano fuori da elaborazioni affrettate si alimenta in partenza un contenzioso politico estremamente pericoloso". Cominciava così la fase della ricostruzione. E delle polemiche che l'accompagnarono.

Allegati

La ricostruzione: pareri e rapporti istituzionali pdf
Il periodo della ricostruzione di Stefano Ventura pdf
Una ricostruzione animata e partecipata a Sant´Angelo a Scala pdf
I soldi per il terremoto del Molise: seppie, ippovia, museo del profumo (pag 2) - Corriere della Sera pdf
2008: i sindaci a Roma per i soldi della ricostruzione pdf
Articolo con dati sulla ricostruzione pdf
Mani sul Terremoto di Daniele Martini pdf
NIENTE. E COSI' SIA di Aldo Bello pdf
Alcuni dati sugli edifici pdf
DOVE E A CHI SONO ANDATI I FINANZIAMENTI DI
TERREMOTO E LEGGE 64
pdf
2003: SISMA 80’, NUOVA RIPARTIZIONE FONDI CIPE pdf

Terremoto e ricostruzione: una occasione mancata?

Le parole di Nicola Mancino:

Il terremoto del 23 novembre 1980 è evento che ha segnato incisivaniente una storia dolorosa di lutti e di distruzioni: vite umane spezzate dalla malvagità della natura in una giornata insolitamente tiepida di fine novembre e case accartocciate, implose d'improvviso, che divorarono gli uomini, le donne e i bambini che fino a poco prima vi avevano abitato.
lo ero nel mio studio privato di Avellino, ove stavo concordando con un avvocato di Montoro Superiore i contenuti di un'opposizione ad un provvedimento di esproprio di un giardino privato, quando si sentì un cupo boato cui fece seguito un interminabile ondeggiamento sussultorio del fabbricato ove abitavo. Il dott. Pietro Salzano, che aveva accompagnato da me l'avv. Adriana De Giovanni, s'era precipitato sul balcone e voleva quasi gettarsi dal quinto piano, ma, preso dal panico, tornò indietro e fece di corsa le scale per scappare sulla strada; noi due che dallo spavento ci eravamo alzati in piedi ci aggrappammo alla scrivania dello studio che si muoveva quasi fosse un'altalena. Anche noi, appena furono finite le scosse, ci precipitammo giù per le scale.
Mi diressi dopo un po' verso gli uffici dei Vigili del Fuoco, ove si era trasferito il Prefetto Lobefalo, contuso per via di una trave staccatasi dal soffitto del suo ufficio e cadutagli addosso. Qui incontrai l'on. De Mita e qui ebbe inizio il mio impegno di parlamentare alle prese con il dopo - terremoto.
S'erano interrotte le comunicazioni ed anche la luce elettrica a intermittenza si spegneva. L'ospedale civile si era affollato di feriti, quasi tutti deIl'hinterland avellinese. De Mita mi trasmise una sua sensazione "temo che il disastro maggiore sia in Alta Irpinia; hai notato non c'è uno di quell'area che sia stato ricoverata nell'ospedale di viale Italia". Anche io temevo che fosse vero.
L'Alta Irpinia, infatti, fu quasi spazzata via dal terribile sisma: interi abitati "spianati", morti a grappoli, schiacciati sotto le macerie delle case crollate.
Si mobilitò il Paese, le istituzioni gareggiarono in iniziative assistenziali e, in segno di tangibile solidarietà, inviarono sul posto del disastro i propri amministratori, i quali a fatica si inerpicarono chi in Alta Irpinia, chi nel Salernitano, chi ad Avellino e chi a Potenza. L'epicentro del terremoto fu a metà strada tra S. Angelo dei Lombardi, Laviano e Santomenna, comuni letteralmente rasi al suolo dalla furia esplosa dalle viscere terrestri.
In Parlamento, facendo tesoro dell'esperienza friulana, venne approvata una legge per la ricostruzione e, sottolineo, lo sviluppo: aree, che per il passato avevano fatto triste esperienza di emigrazione, fino a perdere il cinquanta per cento della popolazione, reclamarono giustamente di avviare un processo di insediamenti produttivi e di ammodernare il patrimonio edilizio.
La città di Napoli, che non era stata molto danneggiata dal sisma ma che conviveva storicamente con una edilizia fatiscente e con l'incombente rischio di crolli, si inserì nel provvedimento legislativo di ricostruzione con un capitolo a sé, per costruire ventimila alloggi. Ad avviso di molti - quorum ego - sarebbe stato più opportuno approvare una legge apposita - ed era anche giusto approvarla -, ma si preferì la strada della estensione a favore di Napoli delle provvidenze previste dalla ormai nota legge 219 del 1981. Così dilatò la spesa sotto la voce ricostruzione, mentre una parte consistente di essa, proprio perché risolveva un problema secolare, doveva avere una contabilità separata.
E nacquero polemiche dure, con bersaglio le spese di riparazione dei danni sismici.
Personalmente non contesto che nel processo di ricostruzione si registrarono anche casi di sperpero per opere che dovevano, invece, essere dimensionate con un riferimento più stretto al territorio e alla popolazione.
Ma non fu soltanto sperpero, come l'intera vicenda ricostruttiva dimostra. L'edilizia urbana e rurale post - terremoto ha creato le condizioni per fare vivere più umanamente la popolazione dell'area terremotata - era un sacrosanto diritto di quella gente -; il non facile processo di sviluppo, anche se in maniera non sufficiente e non diffusa, ha dato lavoro in loco a molti giovani altrimenti destinati ad emigrare. Vorrei non trascurare la circostanza che, a distanza di qualche anno, si aprì soprattutto contro l'Irpinia una contestazione radicale, di stampo a volte anche razzista, e si parlò, e scrisse, di Irpiniagate: non va sottaciuto, in proposito, il rilievo che nessun politico della provincia di Avellino è stato condannato per reati collegati all'evento sismico: la classe dirigente locale ha superato indenne gli scogli di un periodo difficile per l'intero Paese ed oggi essa è ancora in Parlamento a difendere, tra l'altro, le buone ragioni del Mezzogiorno e dell'Italia Restano, tuttavia, problemi non risolti, cui occorre dare risposte non rinviabili.
Quello che ancora c'è da fare è un impegno operoso all'interno delle più generali problematiche meridionali.

Allegati

Terremoto e ricostruzione: opinioni a confronto pdf
Terremoto: 27 anni fa, pensieri ed opinioni word
Le occasioni sprecate di Lucio Garofalo pdf
Il racconto di un sopravvissuto dopo sisma. Quello che poteva essere pdf
Irpinia Day, venti anni dopo pdf
Articolo, 27 anni fa il Terremoto pdf
Sabato 19 Febbraio 2011 15:28

Qui Molise

Tra il 31 Ottobre e il 2 Novembre 2002, la terra trema in Molise, con epicentro situato tra i comuni di San Giuliano di Puglia, Colletorto, Bonefro, Castellino del Biferno e Provvidenti.

Collegamenti

Allegati

dal Corriere del Molise word
San Giuliano di Puglia non trova pace - Il Manifesto pdf
Molise, il terremoto è giudiziario - LA STAMPA pdf
I soldi per il terremoto del Molise: seppie, ippovia, museo del profumo (pag 2) - Corriere della Sera pdf
Arricchirsi col terremoto - LA STAMPA pdf
San Giuliano la riconciliazione impossibile - LA STAMPA pdf
Tutti assolti, San Giuliano vergogna d’Italia - LA STAMPA pdf
La classe del '96 non esiste più - LA STAMPA pdf
Il "modello Molise" - @ltroMolise pdf
Terremoto senza fine - @ltroMolise pdf

GUARDA IL VIDEO

di Alessandro Tettamanti


“Prima c'era l'intrusività quell'ossessivo parlare e parlare del terremoto e i pensieri allagati da quel maledetto giorno, e l'iperarousal cioè l'ipervigilanza o le esasperate risposte di allarme, e l'evitamento perchè tanti non volevano vedere più le proprie case distrutte o i luoghi del dolore, poi è subentrato il displacement, lo spiazzamento”.

Massimo Casacchia direttore della scuola di specializzazione in Psichiatria dell'università dell'Aquila cerca di riassumere così  - a più di un anno - le condizioni degli abitanti delle zone colpite dal sisma del 6 Aprile 2009.

Da allora L'aquila non è più la stessa e così probabilmente ognuno dei suoi cittadini. Il terremoto ha colpito circa 100mila persone, centomila corpi di 59 comuni che costituiscono il così detto cratere sismico. Una città territorio che ora sembra essere divenuta un territorio città. Se prima infatti esisteva un centro storico – quello dell'Aquila - che fungeva da  magnete per tutte le frazioni e i comuni in stretto rapporto di reciproca coesistenza storica e sociale tra loro, adesso questo equilibrio è saltato. Il centro dell'Aquila è spento, chiuso e sorvegliato dall'esercito e la città con il suo territorio è esplosa in tanti frantumi. Con lei anche la sua dimensione sociale e la sua storia.

Per tentare di capire che tipo di effetto sta avendo questa esplosione sui corpi e la psiche si può partire dall'epidermide, confine del sé col resto. Forse la pelle è la cartina tornasole del disagio se è vero che le malattie psicosomatiche come psoriasi, orticaria, dermatite atopica, forme acute di vitiligine, alopecia e acne sono aumentate del 30% in più rispetto la media delle post catastrofi. Il dato è  del Centro Sanitario aquilano e si riferisce al Periodo che va da Gennaio ad Aprile del 2010.

Gli psicologi intervenuti nell'immediata emergenza hanno dato la caccia da subito al disturbo post traumatico da stress senza trovarlo in maniera evidente e significativa. Probabilmente la popolazione non aveva avuto ancora il tempo per capire cosa le fosse successo fino in fondo. Ora il corpo è il primo a insorgere e presentare il conto del disagio.

Sono gli anziani però che hanno pagato di più il terremoto: “molti di loro si sono lasciati morire” afferma sempre il dottor Casacchia. “Disidratati sotto le tende, molti altri perchè non hanno seguito le cure alle quali l'età li aveva costretti e di cui nessuno si curava più”.

Ma la gestione dell'emergenza ha creato una diaspora tra chi è rimasto sul territorio nelle tendopoli e chi ha scelto di andare negli alberghi della costa abruzzese (dove i meno fortunati si trovano ancora): «Quelli che sono andati via lontano dall'Aquila si sono portati dietro la paura, il ricordo opprimente del terremoto, il terrore della morte. Chi è rimasto in tenda o nelle casette di fortuna davanti alla propria casa distrutta ha accusato il trauma più grande. Quei vecchi lì sono diventati spettatori della distruzione, in loro abbiamo trovato meno paura ma una profondissima depressione. Alcuni non hanno resistito anche per lo sconforto di vedere svanito quello che fino ad allora avevano costruito con la loro fatica”.

Se in maniera crudele e cinica il terremoto ha colpito sopratutto le persone più sole e con meno risorse in termini di salute, gli altri non se la passano meglio.

“La sofferenza è noogena cioè relativa alla genesi dell’esistenza”. Secondo il direttore del centro diurno psichiatrico Alessandro Sirolli “gli aquilani sono disorientati e senza certezze. In ognuno “grava l'’incertezza relativa al non sapere se e quando ricostruire la propria casa. Le uniche certezze che gli sono state date sono quelle delle case anti-sismiche, ma anche queste non sono state date bene visto che non sono per tutti e sono state consegnate senza far capire chiaramente i criteri di assegnazione”. Sirolli è chiaro nel criticare alcuni passaggi dell'emergenza: “Le persone non sono state riaccompagnate a riabitare con l’appoggio e il sostegno necessario. Molti sono rientrati nelle proprie abitazioni così dette B da un giorno all’altro con l’ordinanza dell’agibilità provvisoria”.

Più in generale la popolazione è provata per quello che è costato in termini di adattamento cambiare anche più volte letto e il proprio habitat di vita. Cambiamento non dettato da un processo ma dal terremoto.

Il rischio - comune anche agli altri terremoti - è di smarrire la propria identità e con essa il senso della propria  vita e della propria identità psichica.

Ad un anno dal sisma i dati dicono che è aumentato ufficialmente il consumo di antipsicotici è antidepressivi. La società italiana di farmacologia ospedaliera  ha recentemente tirato fuori dei numeri piuttosto allarmanti: sei mesi dopo il sisma le prescrizioni dell'azienda sanitaria locale di antidepressivi e antipsicotici sono aumentate rispettivamente del 37% e del 129% rispetto al semestre precedente.

Anche dai test somministrati ai ragazzi dell'università dalla struttura del Sacs ( Servizio di Ascolto e Consultazione Studenti) esce fuori che in questa fascia di popolazione è aumentato l'uso di droga e alcool in chi ha vissuto direttamente l'evento sismico.

E c'è anche chi traccia una sorta di microzonazione del disagio nella città dell'Aquila come la ricerca del servizio psicologico diretta dal profesor Boschetti e dal nome “La città conidvisa, ri-orientarsi al futuro”. Effettuata insieme all'ultimo censimento fatto dal comune dell'Aquila, conclude che sono gli abitanti delle new town i più isolati e smarriti; moderatamente ottimisti per la ricostruzione sono invece, gli abitanti dei quartieri meno colpiti di Via Strinella, Torretta, Torrione in cui molte sono le case classificate B o C, cioè con danni non strutturali. Secondo Boschetti ”Nei nuovi quartieri la percezione degli intervistati è quella di insediamenti abitativi dormitorio nei quali è totalmente assente la dimensione identitaria. Gli abitanti si sentono sospesi, ancora in attesa di collocazione. La percezione diffusa è quella della non appartenenza e la conseguente sensazione di vuoto, di perdita e di solitudine; sensazioni accentuate dalla totale mancanza di storia delle nuove case”. Del resto, continua la ricerca “le nuove  comunità dei 19 quartieri non si sono scelte né hanno condiviso un'appartenza”.

Si è deciso tutto, totalmente in assenza della partecipazione dei cittadini: “La gente desiderava rivedere la propria città, le piazze, ma nessuno riusciva a prendere l’iniziativa di andarle a vedere – sostiene ancora con una certa amarezza Sirolli ripercorrendo il periodo delle tendopoli in cui secondo lo psicologo gli sfollati hanno subito un pesante processo d istituzionalizzazione -  la città anche se ferita è ancora lì, le piazze sono sempre le stesse, solo ci sono state chiuse. Anche gli sciacalli sono stati un’invenzione nelle prime ore mentre dopo sono serviti come scusa ulteriore per non far riavvicinare le persone alla città. Tutto sommato infatti, di sciacalli ce ne sono stati pochi e quelli che ci sono stati hanno agito comodamente al di là dei varchi dell’esercito”.

Ma qual'è allora la cura? “Bisogna dare alle persone la possibilità di raggiungere degli obiettivi e farlo partecipando con gli altri. Questa è la terapia. E’ stare uniti”.

Di fatto sono tante le persone che passate per L'Aquila magari per dare un aiuto o vedere semplicemente la situazione con i propri occhi,  sono rimaste colpite dall'intensità con cui recentemente si vivono le cose e dal tentativo di partecipazione così coinvolta e diretta di una grossa parte della città. Fino a decidere di stanziarvici o tornarci con regolare frequenza. “Qui si trova quello che altrove si è smarrito” dicono. Paradossalmente insomma, sembra che  quello che per gli aquilani manca per gli altri lo si ritrovi proprio qui.

Se è vero che a L'Aquila oggi sono tutti “malati” come qualcuno afferma e altrettanto vero che la cura degli aquilani è già in sé stessi, nel loro fare comunità ed essere uniti. Probabilmente però, è anche la loro unica salvezza.

Sabato 19 Febbraio 2011 14:24

Sisma e scienza

A volte il terremoto lascia la propria impronta anche sulla conformazione naturale...

In pochi secondi il terremoto è capace di distruggere molti prodotti dell'attività umana. Opere che sono espressione delle capacità di chi le ha realizzate, ma anche testimonianza del tempo che hanno vissuto, delle relazioni che intorno ad esse sono maturate, del ruolo che hanno svolto nel territorio e presso le comunità d'appartenenza. Palinsesti che mostravano le tracce vive delle successive stratificazioni, esito delle alterne vicende del gusto e della critica: segni della storia.
A volte il terremoto lascia la propria impronta anche sulla conformazione naturale, propria, del territorio; incide sulla sua fisionomia modificandone per sempre i tratti. L'opera di ricostruzione, sempre ardua e faticosa nella sostanza, più o meno lunga nel tempo, propone rimedi e ripara i danni materiali; di quanto è stato distrutto può solo ricostruire le cose. Nel migliore dei casi getta le basi perché rifioriscano le relazioni e ripartano quei processi di appropriazione dei manufatti che si manifestano con le aggiunte e le sovrapposizioni. Prescrivere tipi, altezze, sezioni, materiali, particolari costruttivi non può prescindere, dunque, dalla volontà di dare un senso complessivo al mutamento che il terremoto ha imposto, se si vuole che i manufatti si propongano come nuovi palinsesti capaci di iniziare la loro vita ricordando il passato, ma anche immaginando un futuro. Fondamentale è inoltre che vi sia uno stretto legame, un rapporto d'intensa ed evidente reciprocità, fra chi promuove e chi subisce l'intervento di ricostruzione. Fra l'azione distruttrice del terremoto e l'attività di ricostruzione intercorre un tempo, però, nel quale nessuno resta fermo.
La realtà "provvisoria" edificata nell'emergenza muove subito i propri passi. Testimonia con rabbia, ma anche con passione, la voglia di sopravvivenza della comunità colpita che sperimenta ed avvia nuove relazioni, magari anche con i segni cruenti, ed ancora caldi, del terremoto. Che la prospettiva sia quella di ricostruire l'ambiente com'era, soggiogati dall'impulso a ricreare l'immagine, violentemente perduta, del passato; oppure sia quella di edificare una "nuova" città, spinti dalla voglia di mutamento, dalla possibilità di miglioramento, comunque il tempo dell'attesa non trascorre invano. Quando, come nel nostro caso, il "tempo" della ricostruzione assume dimensioni "storiche" e la realtà dell'emergenza, marcando la propria impronta, assume una condizione duratura, il territorio diviene teatro di relazioni, modi di vita, forme d'appropriazione, che non possono essere archiviate come espressione della rassegnazione ed in quanto tali rimosse. Ancora meno si può pensare che le relazioni istituite, i processi avviati, le realtà edificate possano essere cancellate senza lasciare traccia nelle coscienze così come nel territorio.

L'evento sismico si presenta in un momento indeterminabile...

Anche la consapevolezza che l'evento sismico si presenta in un momento indeterminabile, ma fa parte della storia di un territorio, del proprio territorio, incide. Ancora di più oggi che di tanto si ha piena coscienza. Il paesaggio che si para dinanzi a noi ha spesso tratti lunari, esprime la miseria radicata ed atavica di alcuni luoghi cui si è aggiunta l'ingiustizia di una ricostruzione scandalosamente lenta. Eppure questo paesaggio costituisce per molti, ormai più d'una generazione, l'ambiente nel quale sono nati e nel quale hanno vissuto i loro primi venti anni di vita. Già, venti anni. Venti anni di vita. Troppe volte disconosciuti, avviliti presentandoli come venti anni di attesa. Per molti questi venti anni sono stati i primi della loro vita; anni importanti, dell'adolescenza. Quelli nei quali nascono e si stabiliscono le prime relazioni, si formano le proprie idee e convinzioni, si forgiano le immagini, si costruisce insomma quel bagaglio che ci accompagnerà per tutta la vita.

Anche quando questo "nuovo", diverso paesaggio è vissuto come modificazione rispetto ad uno precedente, la percezione del mutamento non si attesta solo sullo stato delle cose, sulla loro dimensione fisica, ma si estende alla interpretazione che ne diamo, al modo in cui esse si correlano alle nostre speranze, ai nostri ricordi, al nostro senso del fluire del tempo. La città della memoria, quanto quella che si vive nel presente, come quella che si auspica o sogna per il futuro sono tutte intrise di speranza e vitalità, di incertezza e delusione. Proseguire oggi il lavoro di ricostruzione non può prescindere da una riflessione ampia su questi temi, rispetto ai quali poco importa individuare colpe ed attribuire responsabilità per i ritardi che si sono accumulati. La realtà con la quale ci dobbiamo confrontare, fatta di segni come di consapevolezze, costituisce nel suo complesso "la memoria del terremoto".
Tutto questo significa che si rende indispensabile aggiornare la "mappa" di riferimento sulla quale tracciare il piano della ricostruzione, immaginare le nuove costruzioni, disegnare la rete delle relazioni. Si badi bene non una mappa solo cartografica, tanto meno strumento propedeutico all'azione, da usare magari come alibi per ritardare ulteriormente i processi. Bensì una "mappa" che qualifichi il patrimonio della memoria includendovi quella del terremoto e riaffermi il primato della conoscenza come sostegno e motore dell'operare. E l'obiettivo della conoscenza, anche in questo caso, deve essere quello di riconoscere e saper cogliere le differenti forme di vita presenti sul territorio nel quale dobbiamo operare. Deve essere fondamento di una piena consapevolezza. La sfida che si apre è tutta sulla definizione degli obiettivi e soprattutto a livello organizzativo. Non occorre condurre una campagna dilatata, occorre piuttosto costruire una struttura capace di recepire continui aggiornamenti, successivi ampliamenti tematici e temporali, e capace di produrre periodiche revisioni dei risultati. Che sia in grado di rappresentare la situazione reale non solo punto per punto, ma anche tema per tema, che vuol dire momento per momento evidenziando le relazioni reciproche. L'obiettivo deve essere allora quello di costruire questo dispositivo ed avviarne il lavoro. E' una macchina certamente complessa da realizzare, ma che deve essere facile da gestire e soprattutto alla portata di tutti. La coscienza che non si può controllare ciò che non si conosce apre uno scenario denso di nubi quanto carico di prospettive. Di tutte si deve avere padronanza altrimenti si rischia di mettere in piedi uno strumento che stritola anziché indispensabile per governare.

Programma triennale di lavoro...

E' ormai patrimonio di tutti, infatti, la consapevolezza che la definizione dei dispositivi di gestione equivale ad una vera e propria presa di possesso e che il rischio è quello di esercitare il controllo degli strumenti per saldare in modo semplicistico conoscenza ed operatività. L'obiettivo deve essere, allora, quello di contribuire ad alimentare la coscienza critica di tutti gli attori in campo informandoli adeguatamente. Rispetto ai problemi che pone una tale situazione diviene irrilevante, anche per la sua disarmante ingenuità, il tentativo in atto da parte di molti, di coprire e dissimulare con l'unità della regola la complessità e discontinuità del reale. Nei nostri territori il fenomeno non è certo nuovo, il terremoto ed il lungo periodo post, con il carico di finanziamenti che ha comportato, gli hanno conferito una dimensione inedita. Tutto questo è sintomo, in molti casi conclamata realtà, di una ulteriore condizione di arretratezza, tendenziosamente voluta, quella di condurre interventi - di ricostruzione - circoscritti nel tempo, una tantum, affidando loro capacità definitorie in forza di una presunta esaustività costruita su una valutazione dell'opera realizzata come testo isolabile. I container, le altre forme di alloggi "provvisori" realizzate, anche ma non solo per il lungo tempo di vita che hanno accumulato finora, hanno istruito relazioni e forme delle quali non si può fare a meno. Sono la memoria del terremoto, ma molto altro ancora. Costruire un dispositivo di conoscenze come struttura interattiva alla quale si possa avere facilmente accesso tanto per interrogarla quanto per integrarla, deve significare avviare un'attività che dovrà essere poi condotta con costanza e continuità, che deve divenire momento integrante della vita collettiva - politica, amministrativa, tecnica - guardando ad ogni elemento come parte di un contesto, centro di relazioni, sede di processi. In questo quadro il Centro si pone come obiettivo quello di documentare e sistematizzare le diverse fasi che hanno caratterizzato l'esperienza del terremoto in Irpinia e di documentare altri casi di terremoto verificatisi negli ultimi cento anni in contesti diversi sia italiani sia internazionali. Fine della documentazione è quello di raccogliere e strutturare le informazioni sullo specifico caso del terremoto dell'Irpinia in modo da consentire studi e ricerche specifiche - sulla prevenzione sismica e sullo studio di interventi di restauro e ricostruzione - e per approfondire la conoscenza dei segni lasciati dal terremoto in modo tale da consentire una riflessione sul destino di tali segni. Tutto il lavoro dovrà essere condotto partendo dalla sistematizzazione del materiale già esistente, dalla cartografia del territorio della Provincia e portare alla redazione di carte tematiche ed alla definizione di strategie di intervento precisandone contenuti ed obiettivi. La parte più a carattere divulgativo, resa "spettacolare", sarà esposta in mostra, il resto della documentazione che verrà raccolta, ordinata ed elaborata costituirà, invece, il nucleo centrale del patrimonio, in continua espansione, del Centro. La documentazione e strutturazione delle informazioni si articolerà per temi di ricerca che riguardano principalmente: l'area della sismica, l'ambito della normativa, lo stato d'emergenza, le situazioni di danneggiamento del patrimonio architettonico, gli aspetti relativi alle modificazioni del territorio in relazione all'evento sismico e le fasi legate alla ricostruzione. Di seguito tali temi, articolati, vengono proposti singolarmente, ma è evidente che essi sono interconnessi da numerose ed evidenti relazioni che verranno studiate e messe in evidenza con grande attenzione nel corso del lavoro che verrà svolto.

I temi di lavoro:

  • documentazione degli elementi che determinano e caratterizzano l'evento sismico
  • documentazione ed illustrazione dei modi con i quali si studiano e valutano le possibilità di manifestazione degli eventi sismici
  • documentazione dell'attività di gestione dell'emergenza post-sismica
  • documentazione degli interventi di urgenza sul patrimonio danneggiato
  • illustrazione dei modi con i quali si studia la vulnerabilità e si valuta la prevenzione rispetto agli eventi sismici
  • strategie innovative di protezione sismica per le costruzioni nuove ed esistenti
Sabato 19 Febbraio 2011 11:41

La cronaca e i primi provvedimenti

L’Ofantina era bloccata: frane, crepe sull’asfalto, colonne di soccorsi che si ingorgavano confuse senza una meta ancora definibile. Un caos di sovrapposti dispacci, frammenti di telefonate gracchianti, qualche eco di radioamatore che - via Lecce o Parigi - avvisava: «È un disastro, sono tutti morti, aiutateci». Ma dove? Avellino sì, e poi?

«Benvenuti a Sant’Angelo», recitava il cartello blu all’ingresso del paese. Sì, benvenuti nel nulla. Sant’Angelo non c’era più. Il corso vecchio, che si prolungava in via del Rione Nuovo, altro non era che un percorso di pietre, fanghiglia di fogna e resti di tetti e travi, costeggiato da due lunghi promontori di macerie. La mattina del 24 novembre, dopo mezzogiorno, non era arrivato ancora un soccorso. Padri, fratelli, madri, nonne lavoravano con le mani alla ricerca di chi stava vicino e all’improvviso era stato inghiottito dall’abisso. Una donna di cui in quel momento non seppero dire - o ricordare tra lacrime terrose - il nome, aveva chiesto aiuto per sedici ore: la tirarono fuori come uno straccio cianotico, morta asfissiata.

Arrivò il sottosegretario all’Interno, Angelo Sanza, lucano, per un sopralluogo. Era terrificato: «Ma è un disastro immane, una tragedia senza fine... Bisogna fare qualcosa...». A Roma, come ovunque, ancora non avevano capito l’immensità della catastrofe. Sant’Angelo, 5000 abitanti, in quelle ore cominciava a calcolare che i suoi morti erano un migliaio. Da una jeep scesero tre volontari con delle tende da montare ai margini delle rovine. Un uomo sulle pietre della casa chiamava inesausto: «Anna, Anna, Anna...». La moglie? La figlia? Non sappiamo se mai gli abbia risposto una pur flebile voce.

Allegati

pdf
Racconti e testimonianze da Il Mattino pdf
Irpinia sito di raccolta materiale e testimonianze pdf
Il terremoto e la prima fase dell’ emergenza di S. Ventura pdf
Appunti di un volontario pdf

 

Scesero a migliaia nelle zone colpite dal sisma, talora raggiungendo i luoghi della catastrofe prima dei soccorsi organizzati dello Stato. E con questi ultimi lavorarono fianco a fianco, salvando dalle macerie i sopravvissuti, assistendo e curando i senzatetto. Li chiamarono "angeli del terremoto". Erano i volontari. Uomini, donne, giovani: erano i volti dell'Italia solidale. Un mondo fino a quel momento "invisibile"che la tragedia aveva fatto scendere sul campo dell'impegno civile. Partirono al seguito delle colonne di aiuti organizzate da molte Regioni del Nord (dall'Emilia Romagna alla Lombardia, dalla Toscana al Piemonte), della Sicilia e della Calabria. Ma anche con mezzi propri. Ottomila furono i giovani volontari mobilitati dalla rete del Centro operativo nazionale giovanile che aggregava i movimenti giovanili dei partiti. Di quest'esercito silenzioso, 3.500 volontari operarono nella provincia di Avellino, 2.500 in quella di Potenza ed altrettanti nei comuni dell'area salernitana. Significativo anche il contributo delle organizzazioni ecclesiastiche e del mondo cattolico. La Caritas coordinò le iniziative di assistenza promosse da 250 diocesi italiane. Scesero in campo anche gli scouts dell'Agesci. "Facce serie di adolescenti": così gli inviati di alcuni giornali descrissero quei volontari giunti in una terra, per loro, sconosciuta. Col mondo che trovarono ebbero un rapporto complesso. Amati dal popolo dei sopravvissuti ma spesso in conflitto, talora apertamente ostacolati, con gli amministratori locali dei paesi devastati dal sisma. Temevano "sindaci e potenti locali" interferenze nella gestione paternalistica degli aiuti.

Allegati

L'Italia unita nella solidarietà: racconti e storie di volontari pdf
Gli Angeli del Sisma da La Repubblica pdf
L´Ángelus del Papa, una settimana dopo il sisma pdf
I soccorsi della Federazione giovanile comunista di Milano pdf
Altre testimonianze di volontari pdf
Le parole di un Vigile del Fuoco pdf
Volontari e protezione animali Enpa pdf
I soccorritori in divisa, i nomi pdf
Vittime del Dovere la storia del Brigadiere GUIDO DE SANTIS pdf

Alleg

 

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Il Filo della Memoria:racconti, storie e testimonianze

FIL - Il sentimento dei luoghi

L'Aquila emotion