fondazione Mida

Domenica 10 Aprile 2011 14:08

Quella domenica del 5 aprile...

Scritto da  Barbara Vaccarelli
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Quella domenica del 5 aprile... Barbara Vaccarelli

Quella domenica l’ho dedicata alla mia bellissima nipote Jessica, ricoverata in ospedale a Roma, per stare insieme strette strette tutto il giorno, appassionate.

Tornando a CASA pensavo a quanto i bambini sappiano – saggiamente - trasformare le sofferenze in cose tollerabili, ma ti si spezza il cuore quando la vita si accanisce su di loro e si ha poco margine per agire e migliorare… quindi pensi anche che non potranno e non dovranno pagare di più, perché è già tutto troppo.

Così, verso CASA, non ricordo più come, ho incastrato il tempo per vedere Domenica e conquistare quei 5 minuti di buonumore al femminile, fatto di sincerità e di confidenze.

Poi finalmente a CASA, Enrico mi ha aspettata tutto il giorno, in compagnia di Antonio - il suo amico “grande” - Lella e Lello, ossia i nostri cari vicini, giocando serenamene in attesa del mio ritorno.
Tutte le domeniche sere abbiamo certi riti, quelli che avviano la nuova settimana; sono sempre state ore malinconiche e nello stesso tempo intime; per Enrico è la serata del suo programma televisivo preferito, Colorado… e tra il grembiulino della scuola da stirare, la cartella da preparare e le ultime cose da fare, finalmente si va a letto con la TV accesa. Ho sempre gioito delle risate incontenibili dei bambini, quelle di tuo figlio sono il massimo che ti possa capitare.

Ma all’improvviso la mia percezione comincia a prendere strane pieghe, sento che sta per accadere qualcosa, come se qualcosa stesse arrivando… il cellulare mi annuncia un messaggio! Bello, tiro un sospiro di sollievo; leggo: mio fratello Alessandro mi comunica quanto sia importante “essere come siamo” per tutta la nostra esistenza. Bello. Profondo. Mi commuovo. In fondo avevo “sentito” così tante cose quella domenica che in un solo attimo ho avuto le parole tutte per rispondere… sembrava di aver fatto pace col mondo. Invio.

Stringo forte a me Enrico, come a trasmettergli ancora quelle emozioni profonde… ecco il terremoto: un bel botto forte, rumoroso, minaccioso. Ora mio figlio piange, non so che fare. Chiamo Alessandro – ci sosteniamo – siamo in sintonia su come rassicurare Enrico: dai tesoro, tranquillo… era un bel po’ forte, ma ora si è sfogato. È finito qui. Non farà più. Dormi che è tardi, domani si va a scuola.

Quasi me ne convinco anche io. Eppoi questa CASA è nuova. Ho una valigia pronta in garage, preparata con Enrico qualche settimana fa. Glielo ricordo, si rilassa, e piano piano ci avviamo al sonno, stanchi ma un po’ inquieti.

Passano due ore, altro terremoto forte, sempre rumoroso, minaccioso. Oddio. Che ora è? Enrico dorme, meno male. Mi alzo, devo decidere cosa fare, voglio mettermi in contatto con qualcuno… troverò amici collegati, è sicuro, voglio sapere l’entità delle scosse. Sono settimane che parliamo dello sciame, eccoli, sono online. Meno male. Sì erano belle scosse, caspita quasi tutti svegli. Arrivano bit di conforto e di spavento, ma nessuno di noi decide di uscire. Mi alzo, guardo Enrico, dorme tranquillo. Mi preparo un goccio di liquore… mi serve solo per stordirmi un po’, troppa ansia. Le ultime conversazioni le scambio con Carlo - il mio orgoglio aquilano alza la guardia, è il più grande pianista in Italia - che riesce a tranquillizzarmi, con lo zen del grande studioso, di colui che sa misurare ogni cosa pur di esprimersi al meglio. Ci salutiamo caramente, ma sento arrivare molta tristezza.
Torno a letto. Bacio Enrico.

Sento come di rompermi, questo è stato l’effetto… di rompermi in mille pezzi, pezzi che non si recuperano più! Scricchiola tutto e come realizzo che è arrivato il mostro col suo inquietante boato, anche Enrico si alza in fretta terrorizzato. Non è un incubo, l’evento è proprio/troppo ingestibile, drammaticamente reale, vero; sembra un incubo dalla lucidità extrasensoriale… mi trovo a urlare senza un filo di voce o forse il boato atroce mi impedisce di sentirla, non so! Non percepisco neanche un rumore di mobili che cadono giù tanto è assordante il rombo… da ora in poi niente più sarà come prima.

Gli armadi vomitano, gli scaffali in cucina vomitano, la libreria viene giù e vomita… e come per contagio mi assale una forte nausea. Tutto accade in pochi istanti infiniti e definitivi. Quegli istanti che segnano la vita di ognuno, consapevolmente “per sempre”.
Corri corri mamma che dobbiamo uscire. Cazzo la porta è bloccata. È necessario avere sangue freddo: vai che trovi la forza. Ecco l’ho aperta, corri/vola fuori Enrico che arrivo subito… corri dai che arrivo!!! Oddio è scalzo, tutti ‘sti vetri… dai che è uscito all’aperto, che è salvo. Prendo i giacconi e la coperta, pochi secondi e sono con mio figlio. È disperato, deluso, terrorizzato, non si calma. Mi dico che non devo piangere, non ha mai visto le mie lacrime Enrico… ma ora sì, come faccio a trattenerle, è impossibile… siamo vivi!!! Dai che è finito, tutto passato. “Andiamo lontano mamma, prendiamo l’aereo. Non voglio più tornare a CASA”.

Il cellulare: non ce l’ho. Devo risalire per recuperare scarpe per Enrico e cellulare. Veloce, ancora trema tutto, il mostro sembra che rimbalzi, sembra si diverta a dondolarci, maledetto! ci sta cacciando via.
Enrico è muto. Ecco meno male, arrivano Ottavio e Danilo, un gran conforto d’affetto e vicinanza. Rientro in CASA con loro, guardiamo intorno velocemente. Diavolo di un terremoto, ha lasciato segni inquietanti. Non sono crollate CASE qui, ma in centro? La mia immaginazione galoppa, non oso pensare… scendo di nuovo, tutti vivi noi dei palazzi qui… Nel giro di pochi minuti apprendo che tutta la famiglia sta bene. Penso a mio padre disabile, mia madre…. E Marco? Si è ferito un piede mio nipote, la casa quasi gli è crollata addosso ma è vivo!!!

E allora mi accorgo che è appena iniziata una guerra spietata. Devo vincerla a tutti i costi. Devo difendere ciò che mi appartiene: mio figlio, me stessa, la famiglia e l’amore verso tutti coloro che ho accanto… e quelle poche cose che possiedo, compreso il lavoro. Ce la farò a vincerla?

Cadono i “fronzoli”, spazzati via in pochi secondi di vita. Ora è tutto così “essenziale”… si è ridotto tutto all’osso, in pochi attimi la coscienza si espande e si riesce a guardarci dentro.
Ora ho il telefonino con me, è impazzito, la linea prende a singhiozzi, proprio come me - io piango, lui è muto – io smetto, lui suona.

Davide e Piero mi informano che si comincia a parlare di morti. Devo rispondere a tutti, informarli sono tutti in pena per noi. Dico a loro sempre la stessa frase: siamo vivi e stiamo bene ma qui è l’inferno!
Sulle nostre teste sorvolano elicotteri da tutti i lati del cielo. Le sirene confortano e spaventano allo stesso tempo. Guido vuole venire a prenderci ma le strade sono bloccate, non è possibile, non deve muoversi da Pescara.

Arrivano Alessandro e Gabriele che è l’alba. Gli abbracci non riesco proprio a descriverli, il nodo in gola ce l’ho ogni volta che ci penso… Arrivano con due macchine e hanno portato in salvo i nostri genitori. Alessandro e Gabriele sono in pigiama e ciabatte, stanchissimi ma con una determinazione a risolvere che mi spiazza… Enrico si rincuora anche se non dice neanche una parola, fa disegni con un bastoncino sulla terra, molte ore passano, continua a fare segni che poi cancella… e non parla. Credo sia forte lui, ma penso a Jessica che per fortuna è lontana da qui, ricoverata a Roma, con Loredana. Jessica non avrebbe retto quella notte, sarebbe andata giù. Insopportabile il solo pensiero… la sua psiche è fragile, proprio come le case costruite sul debole suolo di via XX settembre, e un presagio arriva di nuovo: Vincenzo e tutta la sua famiglia?
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Vincenzo è vivo e anche suo figlio maggiore; le loro donne non ci sono più… Il terremoto non uccide, è per mano degli sciacalli che semina morte!

Alessandro e Gabriele ci dirigono verso un atterraggio soft. Ci attendono i nostri cari parenti ad Anguillara. Lì troveremo tutto il calore possibile, quello che colma il vuoto che si è impossessato di noi, e che con molta pazienza dobbiamo riempire, ricostruire una vita, giorno dopo giorno.

Grazie a quel viaggio che sembrava infinito, incrociando i nostri sguardi intensi, mai conosciuti prima, senza aprire bocca… sentendo la fatica dell’altro, tra una sosta per ricaricare i cellulari e una siesta breve per riprendere fiato...

Tanto si può raccontare, ma il fiato è ancora corto…

Barbara Vaccarelli

Pubblicato in Abruzzo

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