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Sabato 19 Febbraio 2011 14:52

Dalla città-territorio al territorio-città

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di Alessandro Tettamanti


“Prima c'era l'intrusività quell'ossessivo parlare e parlare del terremoto e i pensieri allagati da quel maledetto giorno, e l'iperarousal cioè l'ipervigilanza o le esasperate risposte di allarme, e l'evitamento perchè tanti non volevano vedere più le proprie case distrutte o i luoghi del dolore, poi è subentrato il displacement, lo spiazzamento”.

Massimo Casacchia direttore della scuola di specializzazione in Psichiatria dell'università dell'Aquila cerca di riassumere così  - a più di un anno - le condizioni degli abitanti delle zone colpite dal sisma del 6 Aprile 2009.

Da allora L'aquila non è più la stessa e così probabilmente ognuno dei suoi cittadini. Il terremoto ha colpito circa 100mila persone, centomila corpi di 59 comuni che costituiscono il così detto cratere sismico. Una città territorio che ora sembra essere divenuta un territorio città. Se prima infatti esisteva un centro storico – quello dell'Aquila - che fungeva da  magnete per tutte le frazioni e i comuni in stretto rapporto di reciproca coesistenza storica e sociale tra loro, adesso questo equilibrio è saltato. Il centro dell'Aquila è spento, chiuso e sorvegliato dall'esercito e la città con il suo territorio è esplosa in tanti frantumi. Con lei anche la sua dimensione sociale e la sua storia.

Per tentare di capire che tipo di effetto sta avendo questa esplosione sui corpi e la psiche si può partire dall'epidermide, confine del sé col resto. Forse la pelle è la cartina tornasole del disagio se è vero che le malattie psicosomatiche come psoriasi, orticaria, dermatite atopica, forme acute di vitiligine, alopecia e acne sono aumentate del 30% in più rispetto la media delle post catastrofi. Il dato è  del Centro Sanitario aquilano e si riferisce al Periodo che va da Gennaio ad Aprile del 2010.

Gli psicologi intervenuti nell'immediata emergenza hanno dato la caccia da subito al disturbo post traumatico da stress senza trovarlo in maniera evidente e significativa. Probabilmente la popolazione non aveva avuto ancora il tempo per capire cosa le fosse successo fino in fondo. Ora il corpo è il primo a insorgere e presentare il conto del disagio.

Sono gli anziani però che hanno pagato di più il terremoto: “molti di loro si sono lasciati morire” afferma sempre il dottor Casacchia. “Disidratati sotto le tende, molti altri perchè non hanno seguito le cure alle quali l'età li aveva costretti e di cui nessuno si curava più”.

Ma la gestione dell'emergenza ha creato una diaspora tra chi è rimasto sul territorio nelle tendopoli e chi ha scelto di andare negli alberghi della costa abruzzese (dove i meno fortunati si trovano ancora): «Quelli che sono andati via lontano dall'Aquila si sono portati dietro la paura, il ricordo opprimente del terremoto, il terrore della morte. Chi è rimasto in tenda o nelle casette di fortuna davanti alla propria casa distrutta ha accusato il trauma più grande. Quei vecchi lì sono diventati spettatori della distruzione, in loro abbiamo trovato meno paura ma una profondissima depressione. Alcuni non hanno resistito anche per lo sconforto di vedere svanito quello che fino ad allora avevano costruito con la loro fatica”.

Se in maniera crudele e cinica il terremoto ha colpito sopratutto le persone più sole e con meno risorse in termini di salute, gli altri non se la passano meglio.

“La sofferenza è noogena cioè relativa alla genesi dell’esistenza”. Secondo il direttore del centro diurno psichiatrico Alessandro Sirolli “gli aquilani sono disorientati e senza certezze. In ognuno “grava l'’incertezza relativa al non sapere se e quando ricostruire la propria casa. Le uniche certezze che gli sono state date sono quelle delle case anti-sismiche, ma anche queste non sono state date bene visto che non sono per tutti e sono state consegnate senza far capire chiaramente i criteri di assegnazione”. Sirolli è chiaro nel criticare alcuni passaggi dell'emergenza: “Le persone non sono state riaccompagnate a riabitare con l’appoggio e il sostegno necessario. Molti sono rientrati nelle proprie abitazioni così dette B da un giorno all’altro con l’ordinanza dell’agibilità provvisoria”.

Più in generale la popolazione è provata per quello che è costato in termini di adattamento cambiare anche più volte letto e il proprio habitat di vita. Cambiamento non dettato da un processo ma dal terremoto.

Il rischio - comune anche agli altri terremoti - è di smarrire la propria identità e con essa il senso della propria  vita e della propria identità psichica.

Ad un anno dal sisma i dati dicono che è aumentato ufficialmente il consumo di antipsicotici è antidepressivi. La società italiana di farmacologia ospedaliera  ha recentemente tirato fuori dei numeri piuttosto allarmanti: sei mesi dopo il sisma le prescrizioni dell'azienda sanitaria locale di antidepressivi e antipsicotici sono aumentate rispettivamente del 37% e del 129% rispetto al semestre precedente.

Anche dai test somministrati ai ragazzi dell'università dalla struttura del Sacs ( Servizio di Ascolto e Consultazione Studenti) esce fuori che in questa fascia di popolazione è aumentato l'uso di droga e alcool in chi ha vissuto direttamente l'evento sismico.

E c'è anche chi traccia una sorta di microzonazione del disagio nella città dell'Aquila come la ricerca del servizio psicologico diretta dal profesor Boschetti e dal nome “La città conidvisa, ri-orientarsi al futuro”. Effettuata insieme all'ultimo censimento fatto dal comune dell'Aquila, conclude che sono gli abitanti delle new town i più isolati e smarriti; moderatamente ottimisti per la ricostruzione sono invece, gli abitanti dei quartieri meno colpiti di Via Strinella, Torretta, Torrione in cui molte sono le case classificate B o C, cioè con danni non strutturali. Secondo Boschetti ”Nei nuovi quartieri la percezione degli intervistati è quella di insediamenti abitativi dormitorio nei quali è totalmente assente la dimensione identitaria. Gli abitanti si sentono sospesi, ancora in attesa di collocazione. La percezione diffusa è quella della non appartenenza e la conseguente sensazione di vuoto, di perdita e di solitudine; sensazioni accentuate dalla totale mancanza di storia delle nuove case”. Del resto, continua la ricerca “le nuove  comunità dei 19 quartieri non si sono scelte né hanno condiviso un'appartenza”.

Si è deciso tutto, totalmente in assenza della partecipazione dei cittadini: “La gente desiderava rivedere la propria città, le piazze, ma nessuno riusciva a prendere l’iniziativa di andarle a vedere – sostiene ancora con una certa amarezza Sirolli ripercorrendo il periodo delle tendopoli in cui secondo lo psicologo gli sfollati hanno subito un pesante processo d istituzionalizzazione -  la città anche se ferita è ancora lì, le piazze sono sempre le stesse, solo ci sono state chiuse. Anche gli sciacalli sono stati un’invenzione nelle prime ore mentre dopo sono serviti come scusa ulteriore per non far riavvicinare le persone alla città. Tutto sommato infatti, di sciacalli ce ne sono stati pochi e quelli che ci sono stati hanno agito comodamente al di là dei varchi dell’esercito”.

Ma qual'è allora la cura? “Bisogna dare alle persone la possibilità di raggiungere degli obiettivi e farlo partecipando con gli altri. Questa è la terapia. E’ stare uniti”.

Di fatto sono tante le persone che passate per L'Aquila magari per dare un aiuto o vedere semplicemente la situazione con i propri occhi,  sono rimaste colpite dall'intensità con cui recentemente si vivono le cose e dal tentativo di partecipazione così coinvolta e diretta di una grossa parte della città. Fino a decidere di stanziarvici o tornarci con regolare frequenza. “Qui si trova quello che altrove si è smarrito” dicono. Paradossalmente insomma, sembra che  quello che per gli aquilani manca per gli altri lo si ritrovi proprio qui.

Se è vero che a L'Aquila oggi sono tutti “malati” come qualcuno afferma e altrettanto vero che la cura degli aquilani è già in sé stessi, nel loro fare comunità ed essere uniti. Probabilmente però, è anche la loro unica salvezza.

Pubblicato in Abruzzo

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